Socinianesimo — fede con ragione e Scrittura

Con il nome di socinianesimo si indica la dottrina che il teologo italiano Fausto Sozzini (1539–1604) sviluppò a partire dalla Scrittura e interpretò con l’ausilio della ragione. Il suo nucleo: l’unico Dio è soltanto il Padre; Gesù di Nazaret è vero uomo, concepito dalla Vergine per la potenza di Dio e perciò Figlio di Dio, che Dio ha risuscitato e costituito Signore; Dio perdona per sua libera bontà, senza soddisfazione, e la fede è fiducia che obbedisce. Questa pagina ripercorre tutti i punti essenziali della dottrina e, nel farlo, lascia la parola a Sozzini stesso – con citazioni tratte dalle sue opere.

Fausto Sozzini, ritratto inciso su rame
Fausto Sozzini (1539–1604)

Fausto Sozzini (in latino Faustus Socinus) proveniva da Siena. Era nipote di Lelio Sozzini (1525–1562), che lasciò spunti, domande e appunti, ma nessun sistema dottrinale; con «socinianesimo» si intende la dottrina elaborata da Fausto. Intorno al 1570, quando si trovava ancora in Italia, scrisse il suo trattato sull’autorità della Bibbia. Tra il 1575 e il 1578 circa visse a Basilea, dove nel 1578 nacque il suo scritto polemico contro il predicatore riformato Jacques Couet su Cristo come Salvatore. Nel maggio del 1579 concluse a Kolozsvár, in Transilvania, la disputa con Ferenc Dávid e passò poi in Polonia. Là divenne il maestro che diede un’impronta decisiva ai Fratelli Polacchi (Ecclesia Minor). Non fondò né la loro comunità (1565) né l’Accademia di Raków (1602), e non divenne mai membro formale della comunità, perché riteneva non necessario il (ri)battesimo. Morì nel 1604 a Lusławice, nella Piccola Polonia.

Il Catechismo Racoviano presentato qui sopra non è opera di Sozzini. Apparve dopo la sua morte (in polacco nel 1605, in latino nel 1609), redatto soprattutto da Valentin Schmalz e Hieronim Moskorzowski con la collaborazione di Johannes Völkel, in parte sulla base di un abbozzo incompiuto di Sozzini; l’edizione inglese segue la versione ampliata in seguito da Johannes Crell, Jonas Schlichting e Martin Ruar. È una testimonianza del socinianesimo più tardo e si discosta da Sozzini, per esempio, sul battesimo. Qui, invece, parla Sozzini stesso, citato dalle edizioni tedesche delle sue opere. Il percorso di questa pagina conduce dal fondamento della conoscenza – Scrittura, rivelazione e ragione – passando per Dio, lo Spirito e Cristo, nonché per l’opera di Cristo, fino all’appropriazione della salvezza e alla speranza dell’immortalità, e poi alla vita cristiana e alla comunità.

TL;DR
  • La norma è la Scrittura, soprattutto il Nuovo Testamento, di cui Sozzini fonda l’autorità su basi storiche e che, in ciò che è necessario alla salvezza, è comprensibile a chiunque tema Dio, senza un’istanza ecclesiastica che la interpreti.
  • Con le sue sole forze la ragione non può conoscere Dio, ma può interpretare la rivelazione: ciò che supera la ragione, come la risurrezione, si crede; ciò che la contraddice, come un’unica essenza in tre persone, no.
  • L’unico Dio è soltanto il Padre, e lo Spirito Santo è la sua potenza, non una terza persona.
  • Gesù di Nazaret è vero uomo, concepito dalla Vergine per la potenza di Dio e perciò Figlio di Dio, senza un’esistenza anteriore al suo concepimento; Dio lo ha risuscitato e gli ha dato ogni potere, per questo egli deve essere adorato ed è lecito invocarlo.
  • Dio perdona per sua libera bontà, senza soddisfazione; la morte di Cristo suggella la Nuova Alleanza e conduce Cristo al potere con cui, come sommo sacerdote in cielo, egli libera i suoi dalla pena.
  • La colpa di Adamo non è imputata a nessuno, la volontà resta libera, ed è giustificato, cioè ritenuto giusto da Dio, chi confida in Cristo e gli obbedisce.
  • L’uomo è mortale per natura; l’immortalità la dona Dio per mezzo del Cristo risorto, e sullo stato fra la morte e la risurrezione Sozzini non si pronuncia.
  • Il Discorso della montagna è un comandamento vincolante, e la vera Chiesa si riconosce dalla sua dottrina: unità in ciò che è necessario alla salvezza, apertura nelle questioni secondarie.
Sulle citazioni

A riprova si cita soltanto ciò che scrive Sozzini stesso, e non i suoi avversari e interlocutori, che nei volumi prendono anch’essi la parola (Couet, Dávid, Biandrata, Francken, Seidel, il «Dialogo di N. N.»); dove affiorano le loro parole, esse vengono espressamente attribuite. Le citazioni sono tradotte in italiano dalle edizioni tedesche delle sue opere, a loro volta tradotte dagli originali latini; sotto ogni citazione sono indicati l’opera e la sezione (titolo della sezione nell’edizione tedesca, reso in italiano), e le omissioni sono segnalate con i puntini di sospensione (…).

La Sacra Scrittura come norma

Per Sozzini il criterio di ogni dottrina è la Sacra Scrittura, soprattutto il Nuovo Testamento. L’Antico Testamento vale in forza del Nuovo: ai cristiani è utile, ma non necessario, e in materia di dottrina è per loro storia, come ad esempio i comandamenti di Mosè.

Esaminata come ogni altro libro

Sozzini non si limita ad affermare questa autorità: la esamina. Il suo trattato Sull’autorità della Sacra Scrittura (De Sacrae Scripturae auctoritate) fu composto intorno al 1570, quando l’autore era ancora in Italia; nel 1588 apparve a Siviglia sotto il nome del gesuita Dominicus Lopez, nel 1611 a Raków. In esso Sozzini commisura il Nuovo Testamento ai criteri con cui si giudica qualsiasi libro. Quattro ragioni potrebbero giustificare dubbi su un libro; nessuna di esse sussiste in questo caso:

  1. Gli autori non sapevano di che cosa scrivevano, oppure scrissero consapevolmente il falso. Ma Matteo e Giovanni furono testimoni oculari, Marco scrisse in base al racconto di Pietro, Luca come confidente di Paolo. Piccole divergenze su aspetti secondari mostrano che nulla era stato concertato; nella dottrina tutti concordano.
  2. La paternità degli scritti è incerta. Ma per le opere principali gli scrittori antichi, da Giustino a Eusebio, attestano all’unanimità gli autori tramandati. Sozzini mette apertamente in dubbio che Paolo abbia scritto la Lettera agli Ebrei, ma non nega alla lettera la sua autorità.
  3. Il testo è corrotto. Per affermarlo non vi sono né testimoni attendibili né ragioni fondate.
  4. Testimoni attendibili depongono contro il libro. Sozzini non conosce testimonianze di questo genere.

Egli arriva addirittura a capovolgere l’obiezione secondo cui le numerose varianti dei manoscritti tradirebbero una corruzione del testo:

«Perciò, tra gli scritti antichi, deve essere considerato meno corrotto quello in cui si trovano lezioni diverse in un maggior numero di passi — cosicché è verosimile che in ogni passo che il tempo ha alterato si trovi tra queste la vera lezione, che il lettore, sotto la guida della ragione e mediante il confronto di passi simili, può cogliere e accogliere. Più corrotto, invece, deve essere ritenuto quello scritto in cui non si trova affatto alcuna lezione divergente.»

Fausto Sozzini, Sull’autorità della Sacra Scrittura (De Sacrae Scripturae auctoritate) — Lezioni diverse come segno di buona trasmissione

Ciò vale, secondo Sozzini, per gli scritti copiati molte volte, come il Nuovo Testamento. Vi è sottesa un’idea precoce di critica testuale: dove sono tramandate molte varianti, il testo autentico resta rintracciabile. Contro una falsificazione intenzionale depongono inoltre le copie in molte lingue e le citazioni degli scrittori antichi, ma soprattutto la provvidenza di Dio. Sozzini pratica egli stesso la critica testuale: nel suo commento alla Prima Lettera di Giovanni considera 1 Gv 5,7, il versetto dei tre testimoni celesti, un’aggiunta posteriore.

L’esame delle quattro ragioni di dubbio presuppone, come Sozzini stesso afferma, che la religione cristiana sia vera. Quanto a chi nega ogni religione, egli lo rimanda alla storia: ai miracoli di Gesù, che persino i suoi nemici ammettevano, e alla risurrezione, con cui Dio confermò ciò che Gesù aveva detto in suo nome. Perciò, conclude, i libri biblici non vanno trattati come altri libri che trasmettono una dottrina e la fondano su argomenti razionali:

«La dottrina contenuta nell’Antico e nel Nuovo Testamento, invece, è di tale natura che assume come suo fondamento principale non già la ragione, bensì l’autorità (della Scrittura), e precisamente un’autorità che si fonda sulla storia delle cose narrate in questi libri. Cosicché, se qualcuno presta assenso alla storia, deve necessariamente prestarlo in egual misura anche alla dottrina; anzi, la dottrina stessa è parte di quella storia.»

Fausto Sozzini, Sull’autorità della Sacra Scrittura (De Sacrae Scripturae auctoritate) — Inseparabilità di storia e dottrina nel Nuovo Testamento

La storia sorregge dunque la dottrina: chi presta fede ai racconti sui miracoli e sulla risurrezione di Gesù deve accettare anche ciò che egli insegnò, perché le cose che gli evangelisti mettono per iscritto come dottrina vincolante sono, secondo Sozzini, «tutte procedute da Gesù di Nazaret». La validità della Scrittura non è quindi un dogma fissato a priori, ma la conseguenza di una storia vagliata (cfr. Eb 2,3–4).

Infallibile nella dottrina, non in ogni dettaglio

Ciò che gli apostoli insegnavano che si dovesse credere e fare poggiava sulla rivelazione divina; in questo non potevano errare. Le loro spiegazioni e argomentazioni si collocano su un altro piano:

«Oppure ciò che insegnano si riferisce … all’interpretazione di certi passi dell’Antico Testamento e all’esposizione degli argomenti che ne sono tratti o di altre ragioni da loro addotte. E questo non è tanto propriamente una parte della dottrina, quanto piuttosto un’aggiunta (se così posso dire) o una prova della dottrina. E quanto a ciò, è possibile che tutto quello che la storia conferma su di loro fosse perfettamente vero, e che essi tuttavia talvolta errassero lievemente su questo punto.»

Fausto Sozzini, Sull’autorità della Sacra Scrittura (De Sacrae Scripturae auctoritate) — Distinzione tra la dottrina propriamente detta e la sua argomentazione

Sozzini non insegna dunque un’inerranza in ogni dettaglio. Dove agli apostoli mancava la rivelazione, essi dichiaravano di esprimere soltanto la propria opinione: così Paolo a proposito del matrimonio delle vergini e delle vedove (1 Cor 7,25.40). Sozzini stesso, è vero, non dubita che ogni argomento del Nuovo Testamento si possa difendere «in qualche buon modo»; ma la fede non dipende da questo: basta ritenere perfettamente vera la dottrina propriamente detta.

Chiara in ciò che è necessario alla salvezza, senza magistero

La Scrittura ha dunque bisogno di una Chiesa che la completi e la interpreti? In un breve scritto contenuto nel volume Sulla Chiesa, Sozzini prende posizione contro tutti coloro che non indagano da sé ciò che è necessario alla salvezza, ma si rimettono al giudizio dei propri maestri. All’obiezione che molte di queste cose sarebbero state tramandate soltanto oralmente, egli ribatte: ciò che non è scritto può valere, purché non contraddica ciò che è scritto. Nella conclusione si legge:

«E inoltre, poiché è certo che tutto ciò che sta scritto nei libri dell’Antico e del Nuovo Testamento … deve essere ritenuto nel suo insieme rivelazione divina, quei libri vanno assolutamente consultati, soprattutto però gli scritti del Nuovo Testamento, nei quali si tratta espressamente e specificamente di quelle cose divine che riguardano il conseguimento della vita eterna; e non si deve attendere che qualcuno ce li spieghi, … ma si deve tenere per fermo che essi, in ciò che è necessario sapere per la salvezza stessa, sono aperti e facilmente comprensibili a ogni persona timorata di Dio che cerchi di cuore la propria salvezza, e portano in se stessi la propria spiegazione …»

Fausto Sozzini, Sulla Chiesa (De Ecclesia) — Contro l’obiezione della tradizione orale

Non occorre dunque un magistero che faccia da interprete. Che gli scritti apostolici siano rimasti a lungo incompresi ai più è, come scrive Sozzini in una lettera, «da attribuire non alla loro oscurità, ma alla malvagità degli uomini o al loro zelo sempre scarso per la pietà». Per dirla con Paolo: velato è il Vangelo per coloro che si perdono (2 Cor 4,3–4). Per Sozzini concili e Padri della Chiesa attestano soltanto la concezione del loro tempo e tutt’al più invitano alla cautela; contro il chiaro dettato della Scrittura non contano.

La posizione avversaria

Nel 1546 il Concilio di Trento dichiarò che le tradizioni apostoliche non scritte in materia di fede e di costumi andavano accolte con la stessa riverenza della Scrittura, e che spettava alla Chiesa giudicare del vero senso della Scrittura. Da parte romana ci si richiamava volentieri, a questo proposito, a 1 Tm 3,15, dove la Chiesa è chiamata «colonna e sostegno della verità».

Sozzini vi scorge un circolo vizioso: la vera Chiesa si riconosce soltanto dalla sua dottrina, e questa va attinta dalla Scrittura. Come egli lo argomenti e come legga 1 Tm 3,15, lo mostra la sezione “Chiesa, ministero, Cena del Signore e battesimo”.

Più diffusamente nella pagina tematica Il principio scritturale; i testi stessi nella sezione Le opere di Sozzini in traduzione.

Rivelazione e ragione

Il motto di questa pagina, «fede, ragione e Scrittura», ha un sapore illuministico. Eppure Sozzini non fu né un razionalista né un deista: con le sue sole forze l’uomo non può conoscere Dio; la religione poggia su una rivelazione storicamente attestata. La ragione non ne è la fonte, ma è giudice della sua interpretazione.

Nessuna conoscenza naturale di Dio

Fin dove arrivi la ragione, lo dice la prima frase di quella stessa conclusione già citata più sopra:

«Concludo dunque: poiché la conoscenza delle cose divine che attengono alla salvezza eterna supera infinitamente per valore e stima ogni tesoro … e poiché la ragione umana non è in grado di cogliere da sé le cose divine — per conseguire quella conoscenza dobbiamo ricorrere alla rivelazione divina …»

Fausto Sozzini, Sulla Chiesa (De Ecclesia) — Contro l’obiezione della tradizione orale

Questo è l’opposto di una religione della ragione. Nel suo scritto sull’autorità della Bibbia Sozzini si richiama a resoconti provenienti dal Brasile: se la religione fosse una cosa naturale, non esisterebbero popoli del tutto privi di religione, come quelli che vi sarebbero stati incontrati. La vera religione è dunque rivelazione di Dio.

Curiosa è la vicenda editoriale di questo libretto: l’edizione di Siviglia fu corredata di una prefazione di altra mano che sosteneva proprio l’esistenza di una conoscenza naturale di Dio, cioè il contrario di ciò che il libretto insegna; così riferiscono gli editori di Raków nel 1611. Sozzini trattò in seguito la questione più diffusamente nelle sue lezioni teologiche (Praelectiones theologicae, pubblicate postume a Raków nel 1609); queste non rientrano tra le opere qui citate.

La dottrina tradizionale

La Scolastica e la Riforma ammettevano una conoscenza naturale di Dio. Tommaso d’Aquino riteneva dimostrabile l’esistenza di Dio e si richiamava a Rm 1,20; Calvino vedeva impresso in tutti gli uomini un senso della divinità, perché non sarebbe mai esistito un popolo senza religione (Institutio I,3). È proprio questo che il richiamo di Sozzini al Brasile contesta.

Motivi che bastano, ma non costringono

Perché allora credere alla rivelazione? Sozzini adduce motivi storici che può vagliare chiunque segua la ragione senza spirito di parte:

  1. La diffusione: uomini senza prestigio né potere annunciarono la fede; per secoli nessuno fu indotto ad abbracciarla con minacce o ricompense, eppure essa si impose nonostante quasi trecento anni di persecuzioni.
  2. I miracoli di Gesù: nemmeno i suoi avversari più accaniti li hanno mai negati, ma li hanno attribuiti alla magia e alla potenza del nome di Dio (cabala).
  3. La risurrezione: i primi testimoni, per aver affermato di aver visto il Risorto, affrontarono persecuzione e morte; nessuno muore per una menzogna che sa essere tale. E Dio non avrebbe risuscitato un mentitore.

Questi motivi non possono imporre la fede, e secondo Sozzini Dio ha voluto proprio questo. Chi esige prove inconfutabili fraintende la natura della religione, che deve essere «quasi una pietra di paragone della rettitudine umana». Se la ricompensa promessa fosse certa, ognuno obbedirebbe a Cristo, il malvagio come il buono:

«Dico dunque: se gli scritti del Nuovo Testamento fossero tali che nessuno potesse in alcun modo negare che fossero veritieri, non vi sarebbe neppure uno che non professasse la religione in essi contenuta … Così non vi sarebbe alcuna differenza tra malvagi e buoni; … Proprio dal fatto, infatti, che la ricompensa, quando viene promessa fin dall’inizio, è incerta, consegue che i malvagi possono essere distinti dai buoni.»

Fausto Sozzini, Sull’autorità della Sacra Scrittura (De Sacrae Scripturae auctoritate) — Errore di chi esige prove inconfutabili per la fede

All’onesto i motivi bastano, al disonesto no. Per Sozzini l’incredulità dipende dalla disposizione d’animo, non dalla mancanza di prove.

La ragione come giudice dell’interpretazione

All’interno della rivelazione la ragione interpreta e trae conclusioni. Quando Ferenc Dávid, vescovo degli unitariani di Transilvania, pretese, nelle questioni dottrinali, la lettera esplicita della Scrittura, Sozzini addusse un esempio: che Dio non abbia membra corporee lo credono quasi tutti i cristiani, benché la Scrittura gli attribuisca occhi, orecchi e mani; persino da Gv 4,24 («Dio è spirito»), il cui senso Sozzini ritiene per giunta incerto, lo si ricava soltanto per deduzione. Ne desume il principio:

«Tutto ciò che viene dimostrato con argomenti di ragione o con deduzioni in modo così chiaro che l’intelletto umano vi presta necessariamente il suo assenso, va creduto e tenuto fermo senza riserve, che sia scritto espressamente oppure in modo meno chiaro. E non c’è dubbio che in questo modo nessun dogma veramente cristiano, cioè vero e di per sé indubitabile, possa essere scosso. La verità, infatti, non può distruggere la verità.»

Fausto Sozzini, Sull’onore di Cristo — Prova scritturale e deduzione razionale nelle controversie dottrinali › Il principio della prova razionale nelle questioni di fede

Con ciò la ragione non prende il posto della Scrittura: essa deduce anche ciò che non sta scritto espressamente in alcun luogo e riconosce dove la Scrittura parla in senso figurato. Al tempo stesso Sozzini conosce il limite della ragione. All’obiezione secondo cui la risurrezione di Gesù contraddirebbe la ragione e la natura, egli risponde così:

«… rispondo che altro è contraddire una cosa, altro è non comprenderla e non afferrarla. Forse nessuno può comprendere con la ragione, o per qualche via naturale, come un uomo morto possa tornare in vita. Ma non per questo né la ragione né la natura insegnano che ciò non possa in alcun modo accadere.»

Fausto Sozzini, Sull’autorità della Sacra Scrittura (De Sacrae Scripturae auctoritate) — La risurrezione e i limiti della ragione

Superare la ragione, dunque, non significa contraddirla. Una vera contraddizione con la ragione Sozzini la vede invece nella formula di un’unica essenza in tre persone. Lo illustra la sezione seguente, “L’unico Dio è il Padre”, che spiega anche perché Sozzini respinse l’obiezione secondo cui la dottrina andrebbe rifiutata per il solo fatto che le parole “essenza” e “persona” non si trovano nella Bibbia.

La vicinanza del socinianesimo all’Illuminismo appartiene alla storia della ricezione, non al programma di Sozzini: i miracoli, la risurrezione corporea di Gesù e un Satana personale sono parte integrante della sua dottrina.

Affermazione centrale

Senza la ragione la Scrittura resta un testo incomprensibile; senza la Scrittura la ragione perde il suo orientamento spirituale. La ragione non giudica se Dio possa agire, ma come vada compresa la sua rivelazione – secondo l’esortazione di Paolo a vagliare ogni cosa e a tenere ciò che è buono (1 Ts 5,21).

Per approfondire: la pagina tematica Filosofia e ragione nel socinianesimo.

L’unico Dio è il Padre

Che Dio sia uno solo non era in discussione tra Sozzini e i suoi avversari; lo professa già lo Shema Israel (Dt 6,4). In discussione era chi fosse quest’unico Dio. La risposta di Sozzini: soltanto il Padre di Gesù Cristo – né il Figlio né lo Spirito Santo, e neppure tutti e tre insieme.

La Scrittura chiama Padre l’unico Dio e, così facendo, lo distingue da Cristo: Gesù chiama il Padre suo l’unico vero Dio (Gv 17,3); Paolo affianca all’unico Dio, il Padre, l’unico Signore Gesù Cristo (1 Cor 8,6; Ef 4,5–6); perfino il Risorto chiama il Padre il suo Dio (Gv 20,17). Dove la parola “Dio” sta da sola e designa l’essenza divina stessa, secondo Sozzini in innumerevoli passi si intende il Padre, in nessun passo incontestabile il solo Cristo o il solo Spirito. Quando Cristo è chiamato Dio, la parola – come egli scrive in un breve esame dell’argomento trinitario posto in appendice al volume Sull’autorità della Sacra Scrittura – occupa «non il posto del soggetto, bensì del predicato»: dice qualcosa di lui, ma non nomina l’essenza divina stessa.

La dottrina tradizionale

Le grandi Chiese professano, fin dai concili di Nicea (325) e di Costantinopoli (381), un solo Dio in tre persone: Padre, Figlio e Spirito Santo sono un’unica essenza divina. Il Figlio è Dio vero da Dio vero, della stessa sostanza del Padre.

Una sola essenza, tre persone?

Nel medesimo scritto Sozzini esamina l’argomento principale dei trinitari: Padre, Figlio e Spirito sono chiamati Dio nella Scrittura; Dio però è uno, dunque uno quanto all’essenza e trino nelle persone. Che anche Cristo sia chiamato “Dio”, egli lo spiega con Gv 10,34–36: la parola designa in primo luogo colui che è Dio da se stesso, ma poi anche colui che da lui ha ricevuto signoria e potere (se ne parla più ampiamente nella sezione sul Cristo esaltato). La conclusione, tuttavia, si infrange contro la logica:

«Uno e triplice, infatti, si oppongono tra loro, come pure uno e duplice. Sicché, se Dio fosse triplice o duplice, non potrebbe essere uno. Infatti quella distinzione – uno quanto all’essenza, triplice quanto alle persone – non si trova in alcun luogo delle Sacre Scritture ed è in palese contraddizione con la ragione e la verità più certe. È infatti certissimo che non vi sono meno essenze individuali che persone, poiché una persona non è altro che un’essenza individuale dotata di ragione.»

Fausto Sozzini, Sull’autorità della Sacra Scrittura (De Sacrae Scripturae auctoritate) — Esame dell’argomento a favore del Dio uno e trino e della divinità di Cristo › Lo Spirito Santo come potenza di Dio, non come persona divina

A reggere l’argomento è la cosa stessa, non l’assenza di un termine biblico: se una persona è un’essenza individuale dotata di ragione, tre persone sono tre essenze. Anzi, replicando a Dávid, Sozzini respinse espressamente la conclusione che la dottrina designata dai termini “essenza” e “persona” andasse rifiutata già solo perché queste parole non si trovano nella Bibbia: «A tutti gli amanti della verità basta infatti che la cosa stessa di cui si tratta sia confermata da argomenti di ragione o da testimonianze» (Sull’onore di Cristo, sezione “Contro la pretesa di una formulazione letterale”).

Sozzini legge nel loro contesto i passi che gli avversari adducono come prova. 1 Gv 5,20 si conclude così: «Questi è il vero Dio e la vita eterna.» Quel “Questi” veniva riferito a Gesù Cristo, nominato per ultimo. Ma Giovanni ha appena distinto il vero Dio dal Figlio suo:

«Se l’Apostolo dicesse qui che Gesù Cristo, il Figlio di Dio, è quel vero Dio, che altro sarebbe se non contraddire se stesso e confondere e stravolgere quanto detto prima? Chi è così ottuso da non riconoscere, già soltanto dal fatto che qui si dice espressamente che Gesù Cristo è il Figlio di quel vero Dio, che ne consegue necessariamente che Cristo Gesù non è egli stesso il vero Dio? Può forse qualcuno essere figlio di se stesso?»

Fausto Sozzini, Commento alla Prima Lettera di Giovanni (Commentarius in Epistolam Johannis Apostoli Primam) — «Questi è il vero Dio» – riferimento del pronome a Dio o a Cristo › L’argomento grammaticale: il pronome hic e la persona a cui si riferisce

Chi è chiamato Figlio dell’unico Dio non può essere egli stesso quel Dio. Anche i tre testimoni celesti (1 Gv 5,7), che Sozzini, come si è detto, ritiene un’aggiunta posteriore – e in ciò la critica testuale odierna gli dà ragione –, esprimono secondo lui soltanto un’unità di testimonianza: Padre, Parola e Spirito attestano la medesima cosa, cioè che Gesù è il Cristo.

Secondo Sozzini, persino la Chiesa stessa ha professato il Padre come origine fin dall’inizio – anzi, come egli ritiene, fino a oggi. Egli si chiede che cos’altro significhi la comune professione dei cristiani, «che cioè il Padre sia la fonte e l’origine di tutta la divinità», «se non che soltanto il Padre sia Dio da se stesso» (Sulla Chiesa, sezione “La conoscenza di Dio come obbedienza alla volontà, non come conoscenza dell’essenza”).

Ciò che è necessario alla salvezza

I trinitari sono dunque perduti? Sozzini lo nega. “Conoscere Dio” significa nella Scrittura per lo più conoscere la sua volontà e obbedirle, non scrutarne l’essenza (Gv 17,3; Ger 22,16; Tt 1,16; 1 Gv 2,3–4). Non l’essenza di Dio ci è stata rivelata, bensì la sua potenza e la sua volontà, in quanto riguardano la nostra salvezza: così egli risponde ad alcune domande di Dávid (Sull’onore di Cristo, sezione “L’essenza di Dio e la sua conoscibilità”). Alla prima di trenta obiezioni che un critico anonimo aveva sollevato contro i Fratelli Polacchi – se l’intera Chiesa avesse potuto errare nell’articolo principale, quello della conoscenza del vero Dio e di suo Figlio –, egli risponde perciò:

«Qualunque cosa, però, sia necessario sapere sull’essenza di Dio e di Cristo per conseguire la vita eterna, tutto ciò è contenuto unicamente in questo: che sappiamo, cioè, che nessuno è Dio da se stesso all’infuori di quell’unico e solo che da tutta l’eternità è Dio da se stesso; e che quel Gesù di Nazaret, che fu crocifisso a Gerusalemme sotto Ponzio Pilato, è il Cristo. … Né credo che i nostri siano così (se mi è lecito dirlo) inumani da escludere dalla vita eterna tanti uomini santissimi, che non hanno esitato a versare il proprio sangue per il nome di Gesù Cristo, per il fatto che o ritenevano che nell’unica essenza di Dio vi fossero più “persone”, o credevano che il Figlio di Dio fosse esistito prima della creazione del cielo e della terra.»

Fausto Sozzini, Sulla Chiesa (De Ecclesia) — La conoscenza di Dio come obbedienza alla volontà, non come conoscenza dell’essenza

Sozzini ritiene dunque falsa la dottrina di una pluralità di persone e della preesistenza del Figlio, ma non decisiva per la salvezza. Mitezza, tuttavia, non significa indifferenza: colui al quale Dio ha rivelato che nell’unica essenza divina non vi sono più persone e che il Figlio non esisteva prima del suo concepimento, non deve né negarlo né, quando la questione è in discussione, dissimularlo; e chi condanna senza esame, o addirittura perseguita, coloro che professano questa dottrina erra gravemente (ivi). Ciò che conta per la salvezza è per Sozzini la disposizione dell’animo, non l’erudizione sull’essenza di Dio: “essere da Dio” (1 Gv 4,6; Gv 8,47) significa, stando al suo commento alla Prima Lettera di Giovanni, «essere retti e desiderosi di fare ciò che piace a Dio»; chi ha tale disposizione ascolta la parola di Dio quando gli viene annunciata.

Approfondimento: La dottrina della Trinità alla luce della Scrittura.

Lo Spirito Santo: potenza di Dio, non una terza persona

L’argomento principale della dottrina della Trinità presuppone che la Scrittura chiami Dio anche lo Spirito Santo. È proprio questo che Sozzini contesta: in nessun passo lo Spirito è chiamato espressamente Dio; la Scrittura, però, gli attribuisce ciò che è proprio di Dio.

Ne indica la ragione nello stesso breve esame dell’argomento trinitario:

«La ragione di ciò è che lo Spirito Santo è la potenza ed efficacia di Dio. Infatti ciò che si attribuisce alla potenza ed efficacia di Dio si attribuisce senza dubbio a Dio stesso. Ma non per questo la potenza ed efficacia di Dio è una qualche persona divina, non più di quanto lo siano la divinità, o la giustizia, o la misericordia, o il giudizio, che sono tutti effetti o proprietà di Dio. Altrimenti, infatti, le persone divine dovrebbero essere ben più di tre.»

Fausto Sozzini, Sull’autorità della Sacra Scrittura (De Sacrae Scripturae auctoritate) — Esame dell’argomento a favore del Dio uno e trino e della divinità di Cristo › Lo Spirito Santo come potenza di Dio, non come persona divina

Chi da tali attribuzioni deduce una persona a sé stante dovrebbe dunque dichiarare persone anche la giustizia e la misericordia di Dio. Dove la Scrittura presenta lo Spirito come soggetto che agisce (ad esempio 1 Cor 12,11: distribuisce a ciascuno “come egli vuole”), per Sozzini si tratta di una personificazione (prosopopea). In tal caso lo Spirito – così risponde a Ferenc Dávid in Sull’onore di Cristo – non è «nient’altro che la potenza e la forza di Dio». Per questo, prosegue, nella Scrittura non viene né adorato né invocato; chi parla di invocare la potenza di Dio intende Dio stesso.

Contro l’opinione diffusa secondo cui la fede debba essere preceduta da uno Spirito che Dio non concede a tutti gli uditori, Sozzini distingue due modi in cui agisce lo Spirito di Dio. In alcune annotazioni a un dialogo sulla giustificazione scrive:

«… si deve ammettere che senza lo Spirito di Dio non si può neppure credere in Cristo, ma che questo Spirito è dato a tutti coloro ai quali Cristo stesso è debitamente annunciato. Lo Spirito divino, invece, per mezzo del quale la verità delle promesse divine viene suggellata nei nostri cuori e che nella Sacra Scrittura è chiamato caparra della nostra futura beatitudine e dell’eredità celeste – questo, dico, è concesso soltanto a coloro che già credono in Gesù Cristo.»

Fausto Sozzini, Sulla giustificazione (De Iustificatione) — Annotazioni di F. S. al dialogo, n. 20

Il primo modo non è disgiunto dalla Parola; anzi, «la Parola stessa, rettamente annunciata, è la potenza divina per la salvezza» (ivi, n. 26; cfr. Rm 1,16). Di regola, dunque, la fede non dipende da alcuna distribuzione segreta. Il sigillo, invece, lo riceve soltanto chi già crede (Gal 3,2; Ef 1,13–14); per mezzo di esso egli sperimenta, per così dire, che ciò che ha creduto in seguito alla predicazione corrisponde davvero alla realtà (ivi, n. 19). A un gentiluomo rimasto anonimo, il quale presupponeva che Dio, per grazia, desse al peccatore «lo spirito della fede viva», Sozzini risponde, in una lettera scritta in italiano, che nella Scrittura non lo trova detto in questi termini:

«Trovo invece che Dio, per mezzo della sua Parola, invita a credere al Vangelo tutti coloro ai quali essa viene annunciata o in qualunque altro modo è nota, e che di conseguenza, parlando in generale, non c’è nessuno di loro che non possa credere. … La fede è dunque un dono di Dio per il fatto che Dio non deve assolutamente nulla a coloro ai quali offre la fede mediante l’annuncio del Vangelo, e non già perché la infonda in altro modo nei cuori degli uomini.»

Fausto Sozzini, Sulla giustificazione (De Iustificatione) — La fede come dono di Dio mediante il Vangelo

Secondo il paragone di Sozzini, un dono resta un dono anche se chi lo riceve può rifiutarlo; grazia significa qui che Dio non deve nulla a nessuno, eppure invita tutti coloro ai quali il Vangelo viene reso noto. Che Dio possa talvolta donare la fede in modo particolare, egli lo ammette; ma un’infusione nascosta, che dovrebbe precedere ogni fede e che Dio concederebbe soltanto a chi vuole, non la insegna.

La promessa che lo Spirito avrebbe guidato a tutta la verità (Gv 16,13) era rivolta, secondo lo scritto Sulla Chiesa, agli apostoli stessi; i miracoli e i doni esteriori dello Spirito servivano a confermare la dottrina di Cristo e non erano destinati a durare per sempre. Per tutti i credenti vale invece ciò che descrive il commento di Sozzini alla Prima Lettera di Giovanni: l’“unzione” (1 Gv 2,20.27), il dono di Dio di conoscere le cose divine nella misura necessaria alla salvezza, e lo Spirito dal quale si riconosce che Dio rimane in un uomo (1 Gv 3,24). Questo Spirito, vi si legge, è l’amore, «poiché nulla è più proprio di Dio che l’amore stesso» – anche qui, dunque, ciò che è proprio di Dio, non una persona accanto a lui.

Gesù: vero uomo e Figlio di Dio – senza preesistenza

Chi è Gesù di Nazaret? Per Sozzini è un vero uomo, ma unico nel suo genere: è Figlio di Dio fin dal suo concepimento, e non lo diventa soltanto più tardi per adozione; un’esistenza anteriore a questo concepimento, Sozzini la nega.

Concepito dalla Vergine – Figlio di Dio

Gesù è vero uomo, «nato da donna» (Gal 4,4), ma concepito senza padre umano, per la potenza dell’Altissimo, nel grembo della Vergine Maria, e perciò Figlio di Dio (Lc 1,35). Nell’appendice dello scritto sull’autorità della Scrittura, Sozzini deduce da questo passo: «Ne risulta che egli può a buon diritto essere chiamato Figlio di Dio anche secondo la carne. Questo non accade a nessun altro e a nessun altro è accaduto.» È questa la prima ragione della sua figliolanza, ed essa ha inizio con il concepimento: Sozzini non era un adozionista, per il quale Gesù sarebbe stato adottato come Figlio di Dio soltanto più tardi, per esempio al momento del battesimo.

Ciò dirime anche la questione di chi sia morto per noi. Dalla lezione della Vulgata di 1 Gv 3,16 – «In questo abbiamo conosciuto l’amore di Dio, nel fatto che egli ha dato la sua vita per noi» – alcuni avversari deducevano che «egli» fosse il Dio appena nominato, e che Cristo fosse dunque l’unico Dio. Sozzini mostra che «egli» può designare anche un altro, e afferma:

«… che quell’unico Dio non ha affatto dato la sua vita per noi, ma che questo lo ha fatto soltanto il Figlio, nostro Signore Gesù Cristo, quell’uomo, dico, Gesù di Nazaret, che fu concepito per opera dello Spirito Santo nel grembo della Vergine e nacque da lei.»

Fausto Sozzini, Commento alla Prima Lettera di Giovanni (Commentarius in Epistolam Johannis Apostoli Primam) — Dibattito teologico sulla divinità di Cristo

A morire, dunque, non è stato Dio, ma il Figlio – e il Figlio è quest’uomo. Altre ragioni della sua figliolanza sono la santificazione e l’invio da parte del Padre (Gv 10,36), lo Spirito senza misura (Gv 3,34, ammesso che il passo si riferisca a lui), la risurrezione e l’esaltazione (At 13,33; Rm 1,4) e l’eterno sacerdozio e l’eterna regalità (Sal 2,6–7; Eb 5,5). Sozzini non trova da nessuna parte una generazione dall’essenza di Dio. Gesù è detto «unigenito» nel senso in cui Isacco è detto figlio unico di Abramo, benché anche Ismaele fosse suo figlio (Gen 22,2; Eb 11,17): unico nel suo genere, non l’unico.

La posizione avversaria (Nicea e Calcedonia)

Il Figlio è generato dal Padre prima di tutti i secoli ed è a lui consustanziale (Nicea e Costantinopoli, 325/381); nell’unica persona di Cristo sono unite una natura divina e una natura umana (Calcedonia, 451). Ciò che di umile la Scrittura dice di Cristo viene attribuito alla sua natura umana.

Secondo Sozzini, la generazione eterna e le due nature si sarebbero dovute prima dimostrare apertamente sulla base di altri passi della Scrittura; la communicatio idiomatum, con cui gli avversari attribuiscono all’altra natura ciò che è proprio di una sola, lascerebbe nell’incertezza il senso dei passi. In precedenza egli ha mostrato che Cristo stesso ha ricevuto dal Padre l’onore divino in quanto uomo (Gv 5,22–23.27; Fil 2,8–10). La sua conclusione:

«In breve, non vi è nulla di ciò che nella Sacra Scrittura viene attribuito a Cristo, per quanto sublime o per quanto umile, che non possa essere riferito in senso proprio a quell’uomo, Gesù di Nazaret. Non vi era dunque alcun motivo di inventare in un solo e medesimo Cristo due nature, cioè essenze, l’una divina e l’altra umana, …»

Fausto Sozzini, Sull’autorità della Sacra Scrittura (De Sacrae Scripturae auctoritate) — Contro l’invenzione di due nature in Cristo

Per questo non c’è bisogno di scaricare su una «natura umana» la superiorità del Padre: che egli sia più grande del Figlio (Gv 14,28), che egli solo conosca l’ora del giudizio (Mc 13,32) e che sia il Dio del Risorto (Gv 20,17), lo dice Cristo stesso, l’uomo Gesù, senza divisione in nature – e l’unico Dio rimane il Padre.

E prima della nascita? Il prologo di Giovanni

Prima del suo concepimento questo Figlio non esisteva. Nel commento alla Prima Lettera di Giovanni, Sozzini parla di Gesù Cristo, «che non è altri, né accanto a lui né prima di lui, se non quell’uomo, Gesù di Nazaret, che venne all’esistenza soltanto quando nacque dalla Vergine». Anche «venire nel mondo» non presuppone una vita anteriore in cielo: dei falsi profeti si dice allo stesso modo che «sono usciti nel mondo» (1 Gv 4,1), e ciò significa, secondo Sozzini, presentarsi pubblicamente e assumere un ufficio.

Stando alla tradizione, Sozzini aveva già commentato il prologo di Giovanni in uno scritto giovanile che qui non è disponibile. La sua interpretazione è invece documentata nello stesso commento alla Lettera di Giovanni: lì egli spiega perché la Lettera dice «dal principio» – il che include il perdurare – mentre il Vangelo di Giovanni dice soltanto «in principio» (Gv 1,1):

«Perciò a Giovanni, quando nell’esordio del suo Vangelo voleva dire soltanto che Gesù Cristo era l’autore del Vangelo e che così, al principio della predicazione del Vangelo, non solo era esistito, ma era stato investito di questo ufficio di annunciarlo e da Dio vi era stato destinato in modo singolare, bastò dire che egli era in principio.»

Fausto Sozzini, Commento alla Prima Lettera di Giovanni (Commentarius in Epistolam Johannis Apostoli Primam) — Il significato di «dal principio» a differenza di «in principio»

«In principio» indica dunque l’inizio della predicazione del Vangelo, non quello del mondo; la «Parola» è Gesù, nel quale era la vita eterna (Gv 1,4): colui che Dio ha designato come autore e annunciatore del Vangelo. In 1 Gv 1,1, invece, «ciò che era dal principio» indica il Vangelo stesso, la «parola della vita»: Giovanni usa il neutro, e intende quindi una cosa, non una persona.

Anche le affermazioni secondo cui Dio ha creato ogni cosa per mezzo di Cristo, Sozzini le riferisce alla nuova creazione: Dio ha creato tutto per mezzo di lui, «cioè trasformato e rinnovato», obietta a Dávid (Sulla non invocazione). Lo argomenta diffusamente a proposito di Ef 3,9, un passo che gli avversari, nella lezione greca, adducevano come prova di due nature:

«Infatti, quando si dice che tutto è stato creato da Dio per mezzo di Gesù Cristo, non si deve intendere con ciò quella creazione di cui Mosè ha scritto con tanta cura all’inizio della sua storia. … Il passo di Paolo va dunque inteso come riguardante altre cose create, e la parola “tutto” va riferita a tutto ciò che appartiene alla nuova creazione, la quale, com’è noto, è stata compiuta per mezzo di quell’uomo, Gesù di Nazaret.»

Fausto Sozzini, Sull’autorità della Sacra Scrittura (De Sacrae Scripturae auctoritate) — La creazione per mezzo di Cristo

Il «tutto» è limitato come in 2 Cor 5,17, dove tutto è divenuto nuovo, benché infinite cose siano rimaste com’erano. In ciò Cristo opera non come causa prima, ma come causa seconda, alla maniera del sole che, sotto Dio, illumina la terra – così Sozzini contro Dávid, nel passo citato. Gli scritti qui citati non offrono un’interpretazione specifica di «Tutto è stato fatto per mezzo di lui» (Gv 1,3); secondo gli stessi principi, però, anche lì s’intenderebbe la nuova creazione.

Sozzini prende alla lettera Gv 6,62, secondo cui il Figlio dell’uomo era «prima» in cielo; in Gv 3,13 legge, con Erasmo e Beza, «che era in cielo». Gesù, vero uomo, sarebbe stato rapito in cielo dopo la sua nascita e prima della sua predicazione, per udire là da Dio stesso ciò che doveva rivelare.

Distinzione

Sozzini non era ariano, anche se i suoi avversari chiamavano così lui e i Fratelli Polacchi: Ario insegnava un Logos creato prima del mondo, Sozzini nessuna preesistenza in assoluto. «A nessuno è ignoto quanto l’opinione di Ario sia lontana dal nostro modo di vedere», scrive in Sulla Chiesa. Né la sua interpretazione coincide con quella oggi diffusa tra gli unitariani biblici, secondo cui il Logos sarebbe il piano di Dio e il prologo parlerebbe della prima creazione: per Sozzini la “Parola” è l’uomo Gesù, e “in principio” indica l’inizio del Vangelo.

Approfondimento: la pagina tematica Preesistenza passa in rassegna altri passi come Gv 8,58, Gv 17,5, Fil 2 e Col 1; per il prologo di Giovanni segue non l’interpretazione di Sozzini, ma quella odierna da cui sopra la si è distinta.

Il Cristo esaltato: una signoria ricevuta dalla mano di Dio

Tutto ciò che il Cristo esaltato è, lo ha ricevuto. Non è stato lui a risuscitare se stesso: Dio lo ha risuscitato dai morti, lo ha reso immortale e lo ha esaltato, e ciò, come osserva Sozzini a proposito di Fil 2,8–11, «in premio della sua obbedienza» fino alla morte di croce. Da allora «gli è stato dato ogni potere in cielo e in terra» (Mt 28,18); Dio lo ha «costituito Signore e Cristo» (At 2,36). Con l’ascensione divenne ciò che prima non era.

Una signoria già in atto

Questa signoria è presente, non soltanto futura. Dávid concedeva a Cristo, per il momento, di regnare soltanto mediante il ministero e l’insegnamento; potere e signoria, a suo dire, li avrebbe ancora soltanto «per destinazione», non in realtà. Sozzini ribatte: «Invano cerchi di spostare nel futuro il potere già dato a Cristo …» Sedere alla destra di Dio (Sal 110,1) significa per lui «occupare il primo posto per potere e dignità dopo Dio». Persino il re Davide, al quale Dávid si appellava, combatté contro nemici quasi per tutta la vita, eppure fu veramente re per quarant’anni:

«Benché dunque Dio non gli avesse ancora sottomesso i nemici umani, Davide era nondimeno veramente re … Così il Signore Gesù, benché non tutti i nemici gli siano ancora stati sottomessi da Dio, è nondimeno veramente re e ha veramente signoria e potere, che esercita nel modo più completo in cielo e in terra su tutti coloro che sono cari a Dio e formano la parte più nobile del suo regno.»

Fausto Sozzini, Sulla non invocazione di Gesù Cristo nella preghiera sacra (De non invocando Jesu Christo in precibus sacris) — La vera regalità di Cristo e la sua esaltazione: il paragone con Davide

Che non tutto gli sia ancora sottomesso (Eb 2,8) non depone dunque contro la sua signoria: chi deve regnare finché tutti i nemici non giacciano ai suoi piedi (1 Cor 15,25) regna già prima di allora. Il Cristo esaltato governa la sua Chiesa, assiste i suoi, ascolta le preghiere e scruta «le reni e i cuori» (Ap 2,23). A lui è stato affidato il giudizio (Gv 5,22–27), e al suo ritorno risusciterà i credenti «con il potere conferitogli da Dio» e trasformerà i loro miseri corpi (Gv 6,40; Fil 3,21).

In che senso Cristo è detto “Dio”

Per questo nella Scrittura Cristo viene talvolta chiamato anche “Dio”. Nel già ricordato esame dell’argomento trinitario Sozzini distingue due significati della parola: essa designa colui «che è Dio per se stesso e non dipende da nessuno», ma anche chiunque «abbia da quello stesso unico Dio una qualche signoria suprema, o forza, o potere». Gesù stesso vi fa appello: se la Scrittura chiama “dèi” coloro ai quali fu rivolta la parola di Dio, colui che il Padre ha santificato e mandato nel mondo può chiamarsi Figlio di Dio (Gv 10,34–36). Sozzini ne conclude:

«Cristo è dunque sì Dio, ma non è tuttavia quell’unico Dio. Egli è piuttosto Dio perché da quell’unico Dio (il quale infatti è del tutto identico al Padre, come dimostreremo più avanti) è stato separato dagli altri nel modo più eccellente, ricolmato di doni celesti e costituito tanto per annunciare agli uomini la salvezza eterna quanto per conferirla loro effettivamente. Questo infatti è appunto quel suo essere santificato dal Padre e mandato nel mondo.»

Fausto Sozzini, Sull’autorità della Sacra Scrittura (De Sacrae Scripturae auctoritate) — Esame dell’argomento a favore del Dio uno e trino e della divinità di Cristo › Il duplice significato del nome di Dio nella Scrittura

Cristo è così realmente Dio, non soltanto di nome. Nelle risposte alle tesi sull’esclusione di Cristo dalla vera divinità, anch’esse poste in appendice allo scritto sull’autorità della Scrittura, Sozzini afferma che «anch’egli è vero Dio», cioè uno che «è in realtà dotato di signoria e potere divini», ma in modo tale che deve interamente la sua divinità al Creatore e gli è del tutto subordinato. La divinità di Dio, infatti, secondo Sozzini, è duplice: l’una, «che possiamo chiamare essenziale, … l’altra è lecito chiamarla efficace» (Sull’onore di Cristo, risposte alla seconda e alla terza domanda di Dávid). Quella essenziale Dio non la comunica a nessuno; quella efficace la conferisce alle creature e può anche ritirarla.

Conferito, non innato

A differenza della dottrina della Trinità, secondo la quale questo potere gli è «innato da tutta l’eternità», Sozzini lo ritiene un dono. Quando Dávid gli obiettò che chi attribuiva a Cristo una forza propria parlava come i «sofisti», Sozzini rispose:

«Noi invece diciamo che quel potere è stato concesso a Cristo alcuni anni dopo che egli era nato da Maria, per la bontà di Dio, generosamente e liberamente: un potere che non deriva dalla sua natura o essentia, benché (così volle Dio) dimorasse in lui … Inoltre affermiamo che un tale potere di Cristo può essere separato da lui e cesserà in qualunque momento piaccia a Dio.»

Fausto Sozzini, Sulla non invocazione di Gesù Cristo nella preghiera sacra (De non invocando Jesu Christo in precibus sacris) — La presenza promessa di Cristo, il Paraclito e la questione dell’invocazione di Cristo

Già per la sua opera sulla terra gli era stato conferito un potere: aveva «già in parte ottenuto signoria e regalità»; il potere supremo lo ricevette con l’esaltazione. La signoria di Cristo è dunque reale, ma resta una signoria ricevuta dalla mano di Dio. Con le parole di Sozzini: «… tutto il potere del Figlio sta in verità unicamente nella mano del Padre, che può revocarlo, se lo vuole.» Per questo essa non è neppure eterna in senso stretto: quando non vi sarà più spazio per la fede e la speranza, Cristo consegnerà il regno al Padre (1 Cor 15,24–28). Proprio questo presuppone che egli regni ora: «Ma quale regno potrà consegnare, se prima non ne ha né posseduto né almeno amministrato alcuno?»

Celeste, eppure sulla terra

Celeste è questo regno, ma non estraneo al mondo. Sozzini lo sottolinea contro Martin Seidel e i «semigiudaizzanti», che respingevano Gesù come Messia, non da ultimo perché egli non avrebbe avuto alcun regno sulla terra. Nella sua risposta a Seidel si legge:

«Affermiamo infatti che gli è stato dato ogni potere non solo in cielo, ma anche in terra, e lo riconosciamo come principe dei re della terra, come Re dei re e Signore dei signori, in quanto egli solo può su tutti coloro che sono sulla terra più di quanto essi possano contro la sua volontà, e tutti alla fine saranno costretti a sperimentare e a confessare il suo potere.»

Fausto Sozzini, Sull’onore di Cristo — Il regno celeste come superamento della promessa profetica

Con il regno celeste Dio non ha dunque dato meno di quanto aveva promesso per mezzo dei profeti, ma di più. Così il Cristo di Sozzini non è né il Dio eterno della dottrina della Trinità né un semplice uomo, come lo vedevano gli avversari della sua adorazione, bensì l’uomo al quale Dio ha conferito il potere più alto dopo il proprio. Su questo si fondano, come mostra la sezione seguente, la sua adorazione e la sua invocazione.

Adorazione e invocazione di Cristo

È lecito adorare Cristo e invocarlo nella preghiera, benché egli non sia il Creatore? Sozzini difese una risposta tutta sua contro due avversari: contro Ferenc Dávid, nella disputa di Kolozsvár ricordata in apertura, e contro Christian Francken, in un dibattito sull’onore di Cristo; il volume Sull’onore di Cristo contiene inoltre appunti e frammenti di Sozzini risalenti alla controversia con Dávid. Il titolo del suo scritto contro Dávid, Sulla non invocazione di Gesù Cristo nella preghiera sacra, enuncia la tesi di Dávid contro cui Sozzini scrive – non la propria, e nemmeno una ritrattazione. Quale ruolo abbia avuto Sozzini nel successivo processo contro Dávid è dibattuto tra gli studiosi.

Adorazione comandata, invocazione permessa

L’adorazione di Cristo è comandata, perché Dio la vuole: tutti devono «onorare il Figlio come onorano il Padre» (Gv 5,22–23), nel nome di Gesù deve piegarsi ogni ginocchio (Fil 2,9–11) e «lo adorino tutti gli angeli di Dio» (Eb 1,6). Alla dimostrazione puramente razionale di Francken, secondo cui a una creatura non spetterebbe alcuna adorazione religiosa, Sozzini oppone: «Dio può comunicare il suo onore a chi vuole». Quest’onore va, in ultima analisi, a Dio stesso: l’adorazione di Cristo «non si ferma a Cristo, ma passa attraverso di lui fino a Dio» (Sull’onore di Cristo).

L’invocazione, invece, ossia la preghiera di domanda rivolta a Cristo, è legittima, ma non prescritta. È attestata da Stefano (At 7,59), da Paolo, che secondo Sozzini supplica Cristo tre volte (2 Cor 12,8–9), dai saluti di benedizione delle lettere e dall’invocazione del nome di Gesù (At 9,14; Rm 10,12–14). Dávid trovava contraddittorio definire l’adorazione un dovere e l’invocazione soltanto lecita. Sozzini risponde che per il servizio e l’adorazione le cose stanno diversamente che per l’invocazione:

«Sicché dobbiamo sì assolutamente servire Cristo e adorarlo; quanto a invocarlo, invece, se si parla di una necessità assoluta, non vi siamo certo tenuti, ma possiamo tuttavia farlo a pieno diritto. Il servizio e l’adorazione di cui qui si parla, infatti, sono certe inclinazioni della nostra anima e del nostro spirito più che azioni, e non sono limitati a un tempo o a un’occasione determinati, ma sono costanti e a noi inerenti.»

Fausto Sozzini, Sulla non invocazione di Gesù Cristo nella preghiera sacra (De non invocando Jesu Christo in precibus sacris) — Il precetto dell’adorazione e dell’invocazione di Cristo

L’adorazione è dunque un atteggiamento permanente dell’anima, l’invocazione un atto che si compie secondo il tempo e l’occasione. Se si dovesse assolutamente invocare Cristo, nessuno potrebbe mai pregare soltanto il Padre – ma a ciò si oppone «la più antica consuetudine della pia Chiesa cristiana».

Causa prima e causa seconda

L’invocazione di Dio e l’invocazione di Cristo non sono però di pari rango. Sozzini legge così 1 Cor 8,6: Dio è colui dal quale tutto proviene, Cristo colui «per mezzo del quale nella Chiesa tutto avviene» (Sulla non invocazione). Coerentemente annota, a proposito della disputa sull’invocazione:

«… che invochiamo Dio come causa unica e prima di tutti i beni, Cristo invece come causa seconda, che dipende interamente da quella prima. Ne segue che l’invocazione di Cristo è al contempo l’invocazione di Dio stesso. Dio infatti concede i beni per mezzo di Cristo. Viceversa, però, l’invocazione di Dio non è l’invocazione di Cristo; Cristo infatti non concede nulla per mezzo di Dio.»

Fausto Sozzini, Sull’onore di Cristo — Sull’invocazione di Cristo: differenze tra l’invocazione di Dio e quella di Cristo › Prima differenza: Dio come causa prima, Cristo come causa seconda

L’immagine che Sozzini ne offre (Sulla non invocazione): chi chiede qualcosa al governatore insediato dal re lo chiede al re stesso – eppure è lecito rivolgersi anche direttamente al re. A Dio si può chiedere tutto; a Cristo, ciò che riguarda la Chiesa e i suoi singoli membri.

Contro i trinitari e Dávid

Dávid metteva sullo stesso piano l’invocazione dell’uomo Cristo esaltato, sostenuta da Sozzini, e l’invocazione trinitaria di Cristo in quanto Dio. Sozzini gli ritorce contro l’accusa:

«Siete infatti caduti entrambi nel medesimo grave errore, cioè nel credere che non si possa invocare nessuno che non sia quel Jehova, il Creatore del cielo e della terra. Ne seguì che coloro che riconoscevano che Cristo può essere invocato affermarono che Cristo fosse quel Dio Jehova; voi invece, che vedevate che Cristo non è quel Dio Jehova, negaste che Cristo potesse essere invocato.»

Fausto Sozzini, Sulla non invocazione di Gesù Cristo nella preghiera sacra (De non invocando Jesu Christo in precibus sacris) — L’invocazione di Cristo presso cattolici e unitariani

Entrambe le parti traggono dalla stessa falsa premessa conclusioni opposte; Sozzini contesta la premessa stessa. Se si dimostra che a Cristo, benché creatura, spettano adorazione e invocazione, allora, come egli scrive in una lettera, «cadranno tutti i più saldi baluardi dei trinitari» (Sulla Chiesa).

La libertà di non invocare Cristo ha tuttavia un limite. Dávid vedeva nell’invocare il nome di Cristo (per esempio 1 Cor 1,2) soltanto una denominazione: con ciò Gesù verrebbe chiamato “Cristo”. In frammenti di una risposta a lui indirizzata, Sozzini ribatte:

«Ne segue che, poiché dai passi sopra menzionati risulta chiaro che “invocare il nome di Cristo” è in realtà la stessa cosa che “essere cristiano”, e che pertanto non può essere cristiano chi non invoca il nome di Cristo, è necessario che chiunque voglia a buon diritto chiamarsi cristiano veneri Cristo di cuore e pubblicamente, professi di riporre in lui la propria fiducia, e riconosca e professi di poter legittimamente implorare il suo aiuto con preghiere a lui rivolte.»

Fausto Sozzini, Sull’onore di Cristo — Invocare il nome di Cristo come pubblica professione di venerazione

“Invocare il nome di Cristo” qui non indica dunque la singola preghiera di domanda, bensì la professione di fede: venerare Cristo di cuore, confidare in lui e riconoscere che è legittimo chiedergli aiuto. Chi rifiuta tutto ciò non è, per Sozzini, cristiano a buon diritto. Resta libera soltanto la decisione se e quando rivolgere effettivamente una preghiera a Cristo.

A chi si rivolge la preghiera

Si prega anzitutto Dio Padre, quale fonte di tutti i beni. Sozzini ritiene giusto che «le preghiere ordinarie e continue, come si è fatto finora, siano rivolte nella Chiesa a Dio Padre stesso piuttosto che a Cristo» (Sulla non invocazione). Le preghiere a Maria e ai santi, quali si recitano nella religiosità popolare, sanno per lui di idolatria; è infatti certo, a suo dire, che «non è lecito chiedere alcunché in modo divino, se non a Dio stesso o almeno a colui che, per decreto di Dio stesso, gli è subordinato» (Esposizione del Discorso della montagna, “Preghiere ai santi”) – e questi è unicamente l’uomo Cristo. Il resto della dottrina della preghiera segue nella sezione “La legge di Cristo”.

Approfondimento: L’adorazione di Cristo – prove scritturali, obiezioni e risposte nel dettaglio.

Perdono senza soddisfazione

Deve Dio ricevere soddisfazione prima di poter perdonare? È questa la questione al centro dello scritto polemico di Sozzini Su Gesù Cristo Salvatore (De Jesu Christo Servatore). Lo scrisse nel 1578 a Basilea in risposta al predicatore riformato Jacques Couet (lat. Covetus), di cui riporta e confuta gli argomenti sezione per sezione; l’opera fu stampata soltanto nel 1594. La sua risposta: Dio perdona liberamente.

La posizione avversaria

Couet difende la dottrina dominante: Cristo sarebbe il nostro Salvatore perché avrebbe reso alla giustizia divina piena soddisfazione per i nostri peccati; tale soddisfazione verrebbe imputata ai credenti. L’idea di fondo della soddisfazione era stata elaborata da Anselmo di Canterbury nel Cur Deus homo; i riformatori la interpretarono come una pena che Cristo portò al nostro posto.

A essa Sozzini contrappone fin dall’inizio la propria definizione, ed è questa – non la dottrina di Couet – che egli ritiene ortodossa:

«Io invece ritengo … che Gesù Cristo sia il nostro Salvatore perché ci ha annunciato e confermato la via della beatitudine eterna e, nella sua stessa persona — sia con l’esempio della sua vita sia con la glorificazione della sua morte —, l’ha mostrata manifestamente; e perché egli stesso darà a noi, che abbiamo la fede, la vita eterna. Quanto poi a quella giustizia in virtù della quale noi peccatori abbiamo meritato la dannazione per i nostri peccati, affermo espressamente che non le era necessaria né alcuna soddisfazione né l’opera della soddisfazione.»

Fausto Sozzini, Su Gesù Cristo Salvatore (De Jesu Christo Servatore) — Parte prima: Confutazione degli argomenti scritturali di Covet › La giustizia di Dio

Cristo dunque salva come colui che annuncia e conferma la via della salvezza e ne è l’esempio vissuto, e come colui che un giorno donerà la vita eterna – non come chi paga un debito. Per ora la frase afferma soltanto che una soddisfazione non era necessaria; che sarebbe stata anche impossibile, Sozzini lo dimostra più avanti a parte.

Il Signore può rinunciare al proprio diritto

Couet obietta che la giustizia di Dio esige la punizione di ogni peccato. Sozzini distingue: la giustizia che risiede davvero in Dio è rettitudine ed equità, cioè onestà e correttezza. La severità e la retribuzione, invece, non sono attributi di Dio, ma effetti della sua volontà – se fossero attributi, egli non potrebbe mai perdonare. Anche il fatto che l’umanità sia incorsa nella morte eterna discende dalla libera volontà di Dio, non da una giustizia necessaria. Ma soprattutto il peccato lede il diritto di Dio stesso, non quello di un terzo:

«Ora, ciascuno è libero di rinunciare al proprio diritto nella misura in cui vuole. … Perciò Dio, nel punire o nell’assolvere gli uomini, non è come un giudice qualsiasi fra gli altri, che procede contro il malfattore in nome di un altro e al quale non è consentito scostarsi dal dettato delle leggi; bensì come un principe al di sopra di tutti, la cui sola volontà, trattandosi del suo proprio diritto, è per tutti la legge e la norma costante.»

Fausto Sozzini, Su Gesù Cristo Salvatore (De Jesu Christo Servatore) — Parte terza: Contro la dottrina della soddisfazione – prove e confutazioni › Il diritto di perdonare

Dio dunque non giudica secondo una legge altrui, ma in causa propria. La Scrittura, ricorda Sozzini, presenta la nostra colpa davanti a Dio come il debito di un debitore; Dio si trova così nella posizione di un creditore. «Ora, non c’è creditore che non possa, con pieno diritto, condonare al proprio debitore o una parte del debito o l’intero debito senza alcuna soddisfazione.» Il libero perdono, perciò, non è un’ingiustizia. Nella sua Esposizione del Discorso della montagna Sozzini ricava la stessa conclusione dalla domanda del Padre nostro in cui si chiede la remissione dei nostri debiti (Mt 6,12), e nel farlo rimanda espressamente a questo scritto polemico. La preghiera che Cristo ha prescritto a tutti noi, egli scrive, insegna «che dal debito dei nostri peccati non siamo liberati in nessun altro modo se non mediante il perdono e la remissione che Dio, davanti al quale siamo colpevoli, ci concede».

Dio ha sempre perdonato liberamente

Che Dio si avvalga davvero di questo diritto, Sozzini lo mostra attraverso tutta la Scrittura: Dio è lento all’ira e ricco di misericordia (Es 34,6–7), presso di lui è il perdono (Sal 130,3–4), si pente del male minacciato quando un popolo si converte (Ger 18,7–8), e l’empio che si converte e pratica la giustizia vivrà (Ez 33,14–16). Nella Nuova Alleanza promette di non ricordare più i peccati (Ger 31,31–34). In cambio non ha chiesto altro che il pentimento e l’emendamento della vita, come Cristo li ha comandati.

Ma un debito pagato non è un debito condonato. Nella parabola del servo spietato (Mt 18,23–35) il re condona il debito senza esigere risarcimento da nessuno, e Paolo esorta a perdonarsi a vicenda come Dio ci ha perdonato in Cristo (Ef 4,32; cfr. Col 3,13). Se Dio si fosse rivalso su Cristo, anche noi avremmo il diritto di esigere da un terzo soddisfazione per i torti subiti. Sozzini conclude: «Perdonare e accettare soddisfazione non possono sussistere insieme, non più di quanto lo possano il giorno e la notte, la luce e le tenebre.»

La pena vicaria è impossibile

Una soddisfazione, però, non solo non era necessaria: era anche impossibile. Una pena pecuniaria può pagarla un altro, una pena corporale no; Dio stesso dice: «L’anima che pecca, essa stessa morirà» (Ez 18,20). Inoltre una sola morte basterebbe tutt’al più per un solo uomo. Ma soprattutto la pena dovuta era la morte eterna:

«Gesù Cristo, però, non ha subito la morte eterna; e se l’avesse subita, ogni speranza della nostra salvezza e della nostra liberazione dalle pene dei peccati sarebbe stata divelta dal suo giusto fondamento. … Eppure, se Cristo ci avesse salvati per aver preso egli stesso su di sé le pene dovute ai nostri peccati, non sarebbe mai dovuto risorgere, ma rimanere per sempre nella morte.»

Fausto Sozzini, Su Gesù Cristo Salvatore (De Jesu Christo Servatore) — Parte terza: Contro la dottrina della soddisfazione – prove e confutazioni › La sofferenza penale non basta

La dottrina della soddisfazione si infrange dunque contro la risurrezione, dalla quale, secondo Paolo, dipende la nostra salvezza (1 Cor 15,17). Non giova neppure l’obiezione secondo cui la natura divina di Cristo conferirebbe alla sua sofferenza un valore infinito: anche ammettendo, con gli avversari, che Cristo fosse al tempo stesso Dio eterno, in quanto Dio egli non poteva soffrire.

Dio riconcilia – non viene riconciliato

In nessun luogo, sottolinea Sozzini, sta scritto che Cristo abbia riconciliato Dio con noi; ovunque siamo noi a essere riconciliati con Dio, e per opera di Dio stesso (2 Cor 5,18–19; Rm 5,10; Col 1,21–22). In 2 Cor 5,19 Paolo dice perfino in che modo ciò avvenga:

«Dice infatti: Dio era in Cristo e riconciliava con sé il mondo. Ma in che modo? Forse esigendo da Cristo stesso la pena per i nostri misfatti? Forse facendo sì che egli, nel suo sangue, rendesse soddisfazione per i nostri peccati? … Niente affatto: aggiunge infatti: non imputando loro i loro peccati. Vedi in che modo Dio ci ha riconciliati con sé per mezzo di Cristo: cioè rimettendoci benignamente i nostri misfatti, come aveva predetto per bocca di Geremia.»

Fausto Sozzini, Su Gesù Cristo Salvatore (De Jesu Christo Servatore) — Parte prima: Confutazione degli argomenti scritturali di Covet › Confutazione: la riconciliazione

Dio è quindi l’autore, non l’oggetto, della riconciliazione. Il fatto che la Scrittura si esprima sempre così mostra, secondo Sozzini, «che non Dio, ma noi eravamo animati da sentimenti ostili: non lui doveva essere placato, ma noi dovevamo deporre l’inimicizia». Anche la parola mediatore (Gal 3,19; 1 Tm 2,5; Eb 8,6) non designa qualcuno che plachi un Dio adirato, ma – come nel caso di Mosè – il messaggero e l’interprete di un’alleanza che Dio offre di sua iniziativa.

Del resto Sozzini ritiene assurda qualsiasi imputazione di una colpa altrui o di una giustizia altrui (in proposito si vedano più avanti le sezioni sulla caduta di Adamo e sulla giustificazione). E mette in guardia dalla conseguenza pratica: in chi ritiene tutte le pene pagate da tempo lo zelo della pietà si raffredda, e una vita santa appare superflua ai fini della salvezza.

Affermazione centrale

Dio perdona liberamente a chi si pente: in quanto Signore può rinunciare al proprio diritto e, secondo la testimonianza di tutta la Scrittura, vuole anche farlo. Cristo non salda alcun debito; annuncia e conferma questo perdono e darà la vita eterna ai credenti.

Approfondimento: la pagina tematica Espiazione e soddisfazione sviluppa ampiamente questa dottrina, anche sui passi che la parte avversa adduce a prova, come Is 53,5, dove Sozzini legge un castigo, non una soddisfazione penale.

Perché Cristo morì – e il suo sacerdozio in cielo

Se Dio perdona liberamente, a che serve allora la croce? Sozzini non risponde né con una sofferenza penale vicaria né con un semplice esempio. La morte di Cristo suggella l’offerta divina di perdono, conduce alla risurrezione e al potere e sfocia in un sacerdozio in cielo. L’espiazione opera su di noi, non su Dio.

Che Cristo sia morto «per noi» e «per i nostri peccati», Sozzini lo professa espressamente; ciò, afferma, «è stato scritto a buon diritto». Controverso è soltanto il senso di quel “per”. Nella “Prima sintesi” sulla nostra giustificazione per mezzo di Cristo egli chiarisce:

«Da ciò si può vedere … che l’espressione “Cristo è morto per noi” non significa ciò che molti forse hanno creduto, cioè che egli sia morto al nostro posto o come nostro sostituto. … Ciò risulta ampiamente anche dal fatto che Cristo, con la sua morte, è tanto lontano dall’aver preso il nostro posto, che anzi siamo noi a dover essere pronti a morire sul suo esempio, poiché altrimenti non avremo parte al suo regno …»

Fausto Sozzini, Sulla giustificazione (De Iustificatione) — La morte e il sangue di Cristo come sigillo del perdono dei peccati › Il significato dell’espressione «morto per noi»

“Per noi” significa dunque, come egli prosegue, «per amor nostro»; “per i nostri peccati” significa «a causa dei nostri peccati». Se qualcuno morisse al nostro posto, non dovremmo seguirlo nella morte; Cristo invece esige dai suoi proprio questa prontezza.

La dottrina tradizionale

Secondo la dottrina della Riforma, Cristo morì al nostro posto: sulla croce portò la pena a noi dovuta e con il suo sangue pagò il nostro debito. Per questo il suo sacrificio è considerato compiuto sulla croce, e l’hilasmos (1 Gv 2,2) inteso come placamento dell’ira divina.

Che cosa opera la morte

Cristo diede la sua vita volontariamente, e tuttavia per mandato del Padre (Gv 10,18). Ciò che questa morte opera si può riassumere in cinque punti sulla base degli scritti di Sozzini:

  • Suggella l’offerta divina di perdono e la nuova ed eterna alleanza, come un tempo il sangue dell’alleanza al Sinai suggellò l’antica (Es 24,8; Mt 26,28; Lc 22,20).
  • Attesta la verità della sua dottrina: Cristo preferì morire piuttosto che desistere dal proclamarla.
  • Rende visibile l’infinito amore di Dio (Gv 3,16; Rm 8,32).
  • Offre l’esempio che dobbiamo seguire: sulle orme di Cristo fino alla morte (1 Pt 2,21).
  • Soprattutto è la via verso la risurrezione e il potere supremo: Cristo si consegnò «affinché per questa via giungesse all’immortalità e attirasse e conducesse là con sé anche noi».

Il primo punto Sozzini lo sviluppa nel suo scritto polemico contro Couet: Cristo confermò la via della salvezza non solo con i miracoli, ma soprattutto con il suo sangue, il sangue dell’alleanza (Mc 14,24; cfr. Eb 12,24).

«E con questa offerta ha confermato a tal punto ciò che era stato promesso, che ha in certo modo vincolato Dio stesso ad adempiere per noi quanto promesso, e che il suo sangue grida per così dire a gran voce al Padre perché voglia mantenere apertamente le promesse che Cristo stesso ci aveva annunciato in suo nome e per la cui conferma non aveva esitato a versare il proprio sangue.»

Fausto Sozzini, Su Gesù Cristo Salvatore (De Jesu Christo Servatore) — Parte prima: Confutazione degli argomenti scritturali di Covet › Cristo come Salvatore

Il “vincolare” e il “gridare”, come indicano le espressioni “in certo modo” e “per così dire” usate da Sozzini, sono linguaggio figurato: il sangue non paga nulla e non induce Dio a mutare d’animo; ne garantisce la promessa. Ma è l’ultimo punto a reggere tutto: senza la risurrezione, secondo Sozzini, la morte di Cristo non ci avrebbe liberati, ma ci avrebbe «tolto del tutto la speranza stessa della liberazione». E tuttavia nemmeno la risurrezione da sola sarebbe bastata, se Cristo, trasferito in cielo, non avesse ottenuto «gloria e potere eterni». Chi riduce il Cristo di Sozzini a maestro ed esempio perde di vista questo centro.

A partire da questo centro Sozzini spiega anche il linguaggio del sangue nella Scrittura. Il sangue di Gesù purifica da ogni peccato (1 Gv 1,7), ma non in virtù di una forza nascosta, bensì di una forza «che noi stessi possiamo chiaramente riconoscere»:

«Infatti, poiché Cristo è giunto a quel potere supremo mediante lo spargimento del suo sangue e per nessun’altra via, è evidente che è per mezzo del suo sangue che siamo stati purificati dai peccati, cioè liberati dalla pena dovuta ai nostri peccati. Giacché egli, in virtù di quel potere supremo, può salvare dalla morte eterna tutti coloro che gli obbediscono e fare loro dono della beata immortalità.»

Fausto Sozzini, Sulla giustificazione (De Iustificatione) — La purificazione dai peccati mediante il sangue di Cristo

“Purificati” significa dunque: liberati dalla pena, purché camminiamo nella luce. Al tempo stesso il sangue fa sì «che cessiamo di peccare». Anche il “riscatto” (Mt 20,28; 1 Tm 2,6) è linguaggio figurato che indica la liberazione, così come Dio liberò Israele per mezzo di Mosè senza alcun riscatto, e non un vero prezzo «che sia stato pagato a qualcuno, men che meno a Dio, per la nostra liberazione».

Sommo sacerdote in cielo

Il sacerdozio di Cristo, Sozzini lo concepisce a partire dal giorno dell’espiazione (Lv 16,15–16): quel sacrificio era compiuto soltanto quando il sommo sacerdote portava il sangue nel Santo dei Santi (Eb 9,7). Così anche l’offerta di Cristo non si compì sulla croce, ma quando egli entrò nel cielo, che corrisponde al Santo dei Santi (Eb 9,11–14; 9,24). Perché anche l’espiazione avvenga soltanto in cielo, Sozzini lo spiega così:

«Ma poiché Cristo non espia per noi i nostri peccati mediante una soddisfazione resa alla giustizia divina, bensì mediante la rivelazione della volontà divina e mediante il conseguimento del potere e della forza eterni e supremi: è giusto, anzi necessario, che l’espiazione sia stata compiuta soltanto dopo che egli fu asceso al cielo. Infatti né ci ha rivelato perfettamente la volontà divina, né ha conseguito egli stesso la vita eterna e quel potere supremo, prima che, risorto dai morti, ascendesse al cielo, dove rimane in eterno.»

Fausto Sozzini, Su Gesù Cristo Salvatore (De Jesu Christo Servatore) — Parte seconda: La redenzione come linguaggio figurato › L’espiazione in cielo

Cristo, dunque, può compiere l’espiazione soltanto con il potere che ricevette in cielo; sulla terra «non sarebbe neppure sacerdote» (Eb 8,4). In cielo, invece, può salvare per sempre coloro «che per mezzo di lui si accostano a Dio, poiché egli vive sempre per intercedere a loro favore» (Eb 7,24–25; cfr. 1 Gv 2,1). Sozzini intende questa intercessione in senso figurato: Cristo non placa il Padre, ma con il potere ottenuto mediante l’obbedienza libera costantemente i suoi dalla pena e dalla morte eterna. L’espiazione, dunque, avviene incessantemente e opera su di noi; nello stesso capitolo si legge: «ciò che serve all’espiazione dei peccati non riguarda Dio, ma noi».

In questo senso Cristo è chiamato «l’espiazione per i nostri peccati» (1 Gv 2,2). Sozzini spiega che hilasmos e i termini affini «non hanno, specialmente nella Sacra Scrittura, il significato di placare e di rendere clemente chi è adirato, ma soltanto quello di dichiarare che, per quanto riguarda le pene dei peccati, l’animo di colui al quale spetta infliggerle ed esigerle è clemente e pacifico, e di dichiarare che i peccati non sconteranno le pene meritate» (Commento alla Prima Lettera di Giovanni, su 1 Gv 2,2). Non è Dio a essere indotto a mutare d’animo; è la sua clemenza a essere resa nota. Cristo è l’espiazione anche «per i peccati di tutto il mondo»: è pronto ad allontanare da tutti coloro che si convertono a lui le pene loro dovute; Sozzini respinge una restrizione a quanti siano stati eletti incondizionatamente.

Affermazione centrale

La croce non induce Dio a mutare d’animo – suggella la sua offerta di perdono e conduce Cristo al potere di salvare i suoi.

Approfondimento: come croce e risurrezione siano legate l’una all’altra lo mostra anche la pagina tematica Espiazione e soddisfazione.

La caduta di Adamo, il peccato e il tentatore

Sozzini interpreta la caduta in modo diverso dalla tradizione: l’uomo era mortale fin dall’inizio; la trasgressione di Adamo portò la morte eterna, che colpisce tutta la sua progenie per via di discendenza, non per imputazione. L’inclinazione al peccato si è formata con l’abitudine; la volontà resta libera. Con la tradizione egli ribadisce: il tentatore è una persona reale – ma Dio non è l’autore del peccato.

Il compendio della religione cristiana annesso al volume Sull’autorità della Sacra Scrittura considera anzitutto la natura e la condizione dell’uomo davanti a Dio:

«L’uomo, essendo fatto di terra, è per sua natura (Gen 2,7; 1 Cor 15,47) mortale (Gen 3,19; 1 Cor 15,48) e soggetto alla caducità; e, per una circostanza sopraggiunta, poiché trasgredì il comandamento divino, è votato alla morte eterna (Gen 2,17; 3,19), cosicché, quanto all’immortalità, non ha nulla in comune con Dio e, per di più, a causa dei suoi peccati ne è divenuto nemico.»

Fausto Sozzini, Sull’autorità della Sacra Scrittura (De Sacrae Scripturae auctoritate) — La religione cristiana come via alla vita eterna mediante l’obbedienza a Cristo › La mortalità dell’uomo e la necessità della grazia divina

Sozzini distingue dunque due cose: mortale l’uomo lo è per natura, in quanto creatura fatta di terra (Gen 2,7; 3,19); il peccato non portò la mortalità, bensì la morte eterna, dalla quale soltanto Dio può liberare (su ciò si veda più avanti “Creati mortali – l’immortalità come dono”). Come precisa espressamente nell’Esposizione del Discorso della montagna, il primo uomo era «anche prima del peccato tutt’altro che immortale»; lo aveva esposto diffusamente nella sua disputa con Francesco Pucci, alla quale rinvia anche nel commento alla Prima Lettera di Giovanni.

La dottrina tradizionale

Secondo Agostino la morte venne soltanto con il peccato di Adamo; il concilio di Cartagine (418) respinse la tesi secondo cui Adamo sarebbe morto anche senza peccare. In Adamo tutti avrebbero peccato (Rm 5,12 secondo la Vulgata: in quo omnes peccaverunt); la colpa e la natura corrotta sarebbero passate a tutti per generazione. Couet, l’avversario riformato di Sozzini, ne concludeva: come la disobbedienza di Adamo è imputata a tutti gli uomini, così l’obbedienza di Cristo è imputata ai credenti.

La morte per discendenza, non per imputazione

Nella quarta parte del suo scritto polemico contro Couet, Sozzini contesta già la prima metà di questa conclusione: «Ma è falso che la trasgressione e la disobbedienza di Adamo siano state imputate agli uomini, e in nessun luogo la Scrittura lo insegna.» Il greco eph’ hō di Rm 5,12 non significa, secondo lui, “nel quale (uomo)”, bensì “in quanto”: la morte è giunta a tutti, in quanto tutti hanno peccato. Eppure essa regnò anche su coloro che non avevano peccato come Adamo (Rm 5,14). Il perché lo mostra il confronto con Cristo:

«Non è dunque perché ci vengano imputate la giustizia e l’obbedienza di Cristo che abbiamo parte alla vita eterna, ma perché, dopo essere divenuti per la nostra propria obbedienza figli di quella generazione, riceviamo per questa via la sentenza che è promanata da lui stesso: così come non siamo rei di morte perché ci vengano imputati il fallo e la disobbedienza di Adamo, ma perché, essendo stati generati da lui, riceviamo per questa via la sentenza che è stata pronunciata su di lui.»

Fausto Sozzini, Su Gesù Cristo Salvatore (De Jesu Christo Servatore) — Parte quarta: La fede giustificante e l’imputazione della giustizia di Cristo › Cristo – Adamo (Rm 5)

Come la morte viene per discendenza fisica, così la vita per generazione spirituale da Cristo – in entrambi i casi senza imputazione. Sozzini lo illustra con un’immagine: i figli di un uomo dichiarato schiavo ne condividono la condizione, sia pure in forma più mite, non perché si faccia loro un torto, ma in forza della generazione. Chi spiega per imputazione il «peccato originale (se pure è lecito chiamarlo peccato)» erra dunque gravemente (ivi). Neppure la pena di morte deriva dalla natura del peccato: la morte è entrata nel mondo «perché è piaciuto a Dio punire con la morte il peccato del primo uomo» (ivi; cfr. sopra “Perdono senza soddisfazione”).

Con ciò Sozzini non nega le conseguenze della caduta. L’affermazione che il peccato originale sia «una favola giudaica» compare, è vero, nel volume Sulla giustificazione, ma proviene dal dialogo di un anonimo (N. N.). Nella sua annotazione Sozzini ribatte: «È certissimo che le pene stabilite per il peccato del primo progenitore toccano tutta la sua posterità, senza riguardo al peccato della posterità; per il solo fatto che sono posteri di Adamo stesso e da lui discendono» (Sulla giustificazione, Annotazioni di F. S. al dialogo, n. 4).

L’inclinazione al peccato: abitudine, non castigo

Ancora ben più gravemente dei fautori dell’imputazione errano, secondo Sozzini, coloro che insegnano che Dio abbia impresso a fuoco in Adamo, per castigo, una corruzione della volontà che si trasmetterebbe a noi per eredità:

«Anzi, che cosa sarebbe più assurdo, e più indegno di Dio, il quale odia sommamente il peccato, dell’aver egli inflitto una pena tale che per effetto di essa il punito non potesse più in avvenire desistere dal peccare? Certo, non di rado Dio colpisce con la cecità della mente … Ma ciò avviene soltanto in coloro che persistono ostinatamente nei peccati … Nondimeno il libero arbitrio non per questo perisce. … Davvero non saprei se si possa dire qualcosa di più esecrabile che fare di Dio, fonte e autore di ogni rettitudine, l’autore di una volontà corrotta …»

Fausto Sozzini, Su Gesù Cristo Salvatore (De Jesu Christo Servatore) — Parte quarta: La fede giustificante e l’imputazione della giustizia di Cristo › Cristo – Adamo (Rm 5)

Dio, dunque, non punisce costringendo a peccare; persino chi è accecato conserva il libero arbitrio. Né l’inclinazione al peccato è una conseguenza naturale di quell’unica caduta, ma è venuta crescendo: «attraverso azioni ripetute è nata l’abitudine ora a questo, ora a quel vizio», e la natura così corrotta si è trasmessa per procreazione (ivi). Anche senza la caduta di Adamo, esseri umani dotati di libero arbitrio avrebbero potuto peccare – come Adamo stesso, che uscì incorrotto dalle mani di Dio. Sulla libertà del volere e sul peccato dei cristiani (1 Gv 3,9; 5,16) si veda più avanti “Grazia, fede e giustificazione”.

Il tentatore e la provvidenza di Dio

Al peccato, però, non induce soltanto la propria concupiscenza, ma anche il diavolo, che manda sventure e vuole distoglierci dal puro culto di Dio. Alcuni cristiani – secondo Sozzini, ancora ai suoi tempi – consideravano soltanto figurato il discorso sul diavolo: secondo Gc 1,14 ciascuno sarebbe tentato dalla propria concupiscenza, e proprio questa altrove si chiamerebbe Satana. Nell’esposizione dell’ultima domanda del Padre nostro Sozzini replica:

«Mi meraviglio, dico, oltremodo di questi uomini, che o insegnano tali cose o le credono essi stessi, e tuttavia professano di prestare piena fede alle Scritture dell’Antico Testamento. Basta infatti il solo inizio della storia di Giobbe a convincerli o di errore o di menzogna; dal quale appunto risulta manifestamente che Satana è una persona che cerca di nuocere agli uomini, ma soprattutto a coloro che rendono a Dio un culto puro.»

Fausto Sozzini, Esposizione del Discorso della montagna (Concionis Christi) — La liberazione dal male › La realtà di Satana

Secondo Gb 1,6–12 Satana si presenta davanti a Dio e riceve potere sui beni di Giobbe; secondo 1 Cr 21,1 egli istigò Davide a censire il popolo. Coerentemente Sozzini preferisce intendere in senso personale “liberaci dal male” (Mt 6,13), come già in Mt 5,37: si intende il Maligno, Satana stesso. Il diavolo pecca «fin dal principio» (1 Gv 3,8). Secondo il commento di Sozzini alla Prima Lettera di Giovanni, ciò significa che il peccare gli è proprio e costante – costante «perché, da quando il diavolo esiste, non ha mai cessato di peccare».

Ma che cosa significa allora la domanda “non ci indurre in tentazione” (Mt 6,13)? Secondo Sozzini la parola “tentare” ha due significati: quando Dio tenta Abramo (Gen 22,1), lo mette alla prova; al peccato, invece, Dio non istiga nessuno (Gc 1,13) – questo lo fa il tentatore. Nel Padre nostro si chiamano “tentazioni” le avversità che possono sviarci dalla via della pietà. La loro causa prossima è per lo più il diavolo, ma esse colpiscono i pii «non senza un preciso disegno di Dio». Perciò chiediamo «non già che non incappiamo in tali cose, ma che non vi soccombiamo» (Esposizione del Discorso della montagna, “Fermezza anziché esenzione”) – così come, secondo Paolo, Dio con la tentazione procura anche la via d’uscita, perché possiamo sostenerla (1 Cor 10,13).

Ma perché Dio lascia fare il tentatore? Egli non è l’autore del peccato, e non ha creato esseri per la nostra rovina: i diavoli erano un tempo angeli e hanno contratto da sé la loro malvagità (2 Pt 2,4; Gd 6). Dio li lascia sussistere e volge al bene la loro inimicizia: nel confronto con essa i pii devono esercitare la loro fede e dare buona prova di sé. Che il diavolo sembri poter fare di più per la nostra rovina che Dio per la nostra salvezza dipende, secondo Sozzini, dal fatto che Dio salva soltanto nel rispetto del nostro libero arbitrio, mentre il diavolo ricorre tanto all’astuzia quanto alla violenza. Per questo Cristo conclude la preghiera del Signore con la domanda di non soccombere alle tentazioni e di essere liberati dal Maligno – quale domanda della massima importanza, così come si serba per ultimo ciò che ha più valore (Esposizione del Discorso della montagna, “La liberazione dal male”).

Che cosa ne consegue

Poiché Dio non impone a nessuno una volontà corrotta e la volontà resta libera, il peccato non è una fatalità: gli si può resistere – nella lotta contro il tentatore e nella preghiera che invoca l’aiuto di Dio.

Approfondimento: La dottrina del peccato originale al vaglio e “Per natura figli d’ira”? (Ef 2,3).

Grazia, fede e giustificazione

Come diventa giusto un peccatore davanti a Dio? La risposta di Sozzini: per pura grazia – ma è dichiarato giusto soltanto chi confida in Cristo e perciò gli obbedisce. Ciò presuppone un uomo la cui volontà sia davvero libera.

Nella lettera in italiano già ricordata, Sozzini risponde all’anonimo signore cui il libero arbitrio sembrava forse «sommamente assurdo», anzi una bestemmia:

«Io infatti non dubito affatto che il benignissimo Dio voglia che giunga in cielo chiunque d’ora in poi viva secondo i comandamenti di Gesù Cristo, fosse pure stato in precedenza il più perduto dei peccatori; e non dubito neppure che vivere così e obbedire a Gesù Cristo stia, in generale, nel potere e nella libertà di tutti coloro ai quali Dio stesso si è degnato di rivelare quel medesimo Cristo e il suo Vangelo.»

Fausto Sozzini, Sulla giustificazione (De Iustificatione) — Ciò che deve esserci in noi: le cause interne della giustificazione › Difesa del libero arbitrio

La volontà salvifica di Dio vale dunque per tutti coloro ai quali viene annunciato il Vangelo, purché credano e obbediscano; e la facoltà di farlo egli la concede, secondo le sue tesi sulla giustificazione, «a tutti indistintamente». Senza questa libertà, come si legge nella lettera, «anche la religione stessa e tutta la pietà sarebbero abolite e distrutte dalle fondamenta». Che la fede sia nondimeno un dono di Dio, lo mostra la sezione sullo Spirito Santo.

Sozzini respinge una predestinazione incondizionata dei singoli. Quanto al suo principale fondamento scritturale, At 13,48 – «credettero quanti erano ordinati alla vita eterna» –, in Su Gesù Cristo Salvatore egli non lo riferisce a un decreto eterno: “ordinato” è chi ha un «animo né disonesto né alieno dalla giustizia e dalla pietà». La misericordia di Dio è libera (Rm 9,18); ma chi rifiuta il Vangelo lo fa per la propria malvagità (Gv 3,19–21; Gv 8,47). Sull’espiazione per il mondo intero (1 Gv 2,2) si veda “Perché Cristo morì”.

Se Dio conosca in anticipo le libere decisioni future, gli scritti qui citati non lo discutono. Nelle Lezioni teologiche (Praelectiones theologicae) ricordate sopra, Sozzini nega una simile prescienza, perché queste decisioni non sono ancora determinate; l’onniscienza di Dio non ne risulterebbe sminuita, giacché essa abbraccia tutto ciò che è in assoluto conoscibile. Ne tratta diffusamente, con le parole stesse di Sozzini, la pagina Predestinazione.

Che cos’è la giustificazione

Per Sozzini la giustificazione è un concetto giuridico, in cui nessuno «viene reso giusto, bensì dichiarato giusto». Nella sua “Seconda sintesi” si legge:

«La nostra giustificazione davanti a Dio, per dirla in una parola, non è altro che essere ritenuti giusti da Dio. … Affermo dunque che Dio ci ritiene giusti e ci perdona i peccati in modo sì del tutto gratuito, ma soltanto quando crediamo in Gesù Cristo. Credere in Gesù Cristo, poi, non è altro che confidare in Gesù Cristo e perciò regolare la propria vita secondo il suo precetto.»

Fausto Sozzini, Sulla giustificazione (De Iustificatione) — Natura, modo ed effetti della giustificazione davanti a Dio

Il verdetto include il perdono ed è pura grazia: a ciò Dio non è mosso da nient’altro che dalla sua stessa bontà. Secondo Tt 2,11–12 – per Sozzini il compendio della pietà cristiana – questa grazia educa a una vita sobria, giusta e pia. A essere accreditata è la propria fede (Rm 4,3–5), non la giustizia di Cristo: in Paolo “vedersi imputata la giustizia” significa «non che venga imputata una giustizia altrui, ma che si è ritenuti giusti» (Su Gesù Cristo Salvatore).

La dottrina tradizionale

Lutero e Calvino insegnavano: il peccatore è giustificato per la sola fede, perché Dio gli imputa la giustizia di Cristo; le opere buone ne seguono come frutti, ma non sono una condizione. Entrambi negavano il libero arbitrio in materia di salvezza; Calvino insegnava una doppia predestinazione. Il concilio di Trento (1547) vedeva invece nella giustificazione un rinnovamento interiore mediante la grazia infusa.

Sozzini circoscrive il ruolo dell’obbedienza su due fronti:

«Ma come dobbiamo guardarci dal chiamare la santità e l’innocenza della vita, come oggi fanno i più, un effetto della nostra giustificazione davanti a Dio, così dobbiamo badare con cura a non credere che la santità e l’innocenza stesse siano la nostra giustificazione davanti a Dio, e a non affermare che siano la causa efficiente o movente della nostra giustificazione davanti a Dio; bensì soltanto quella causa senza la quale tale giustificazione non ci viene concessa, così come Dio ha stabilito.»

Fausto Sozzini, Sulla giustificazione (De Iustificatione) — Natura, modo ed effetti della giustificazione davanti a Dio › Effetti e circostanze concomitanti della giustificazione

L’obbedienza non è dunque causa né efficiente né meritoria, ma, come affermano le sue tesi, la «causa indispensabile (causa sine qua non)» della giustificazione. Così Sozzini concilia Paolo e Giacomo: Paolo nega soltanto la giustificazione in forza del merito di un adempimento della legge perfetto per tutta la vita (Rm 4,4–5); Giacomo esige l’obbedienza reale, benché imperfetta, quale la mostrò Abramo (Gc 2,21–24). A proposito dell’immagine con cui Giacomo raffigura la fede senza opere come un corpo senza spirito (Gc 2,26), Sozzini scrive nella lettera in italiano:

«Dal che risulta che le opere non sono affatto semplicemente frutti della fede, come comunemente si crede, ma conferiscono perfezione alla forma della fede e le danno, per così dire, vita.»

Fausto Sozzini, Sulla giustificazione (De Iustificatione) — Sulla fede e sulle opere – Da una lettera in italiano › L’efficacia delle opere per la giustificazione

Una fede senza obbedienza non è dunque né viva né giustificante; non a caso Cristo è divenuto «autore di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono» (Eb 5,9). Resta una consolazione: Dio non procede secondo il diritto più rigoroso. Le debolezze non nuocciono alla giustificazione, finché confidiamo in Cristo e ci sforziamo seriamente di liberarcene.

Peccato, ricaduta e pentimento

Secondo il commento di Sozzini alla Prima Lettera di Giovanni, “nato da Dio” è chi crede che Gesù è il Cristo (1 Gv 5,1); il “seme” divino (1 Gv 3,9) è molto probabilmente la parola del Vangelo (cfr. 1 Pt 1,23). La nuova nascita è dunque un rinnovamento morale mediante la parola creduta. “Non pecca” significa: non persiste nel peccato. Restano possibili passi falsi (Gal 6,1). In Sulla giustificazione Sozzini aggiunge: a chi cammina secondo lo Spirito non viene imputato ciò che commette per debolezza o per ignoranza; se si rialza subito, egli «è inciampato, ma non caduto».

Chi invece ricade in un peccato e vi persiste cessa di essere giustificato. Può tornare a essere giustificato soltanto mediante il pentimento; ma questo rinnovato pentimento, stando alle sue tesi, «non è in nostro potere, ma lo concede Dio» a chi egli vuole; al penitente egli perdona, «fedele e giusto» (1 Gv 1,9). Sozzini non insegna una perfezione senza peccato; chi ne fa una condizione spinge gli uomini, come si legge in Sulla giustificazione, alla disperazione o all’autoinganno. Il “peccato che conduce alla morte” (1 Gv 5,16), infine, secondo il commento alla Lettera di Giovanni non è una determinata trasgressione, ma un persistere in cui qualcuno «non si cura in alcun modo di abbandonarlo».

Approfondimento: Sulla giustificazione di Sozzini in traduzione inglese.

Creati mortali – l’immortalità come dono

La speranza di Sozzini non poggia su un’anima immortale, ma sulla risurrezione. Per natura l’uomo è mortale; poiché trasgredì il comandamento divino, è per di più votato alla morte eterna. Perciò, come si è mostrato più sopra in “La caduta di Adamo”, quanto all’immortalità egli non ha nulla in comune con Dio, il quale “solo possiede l’immortalità” (1 Tm 6,16). L’immortalità è un dono di Dio, non una dote naturale.

A chi essa sia destinata lo dice la frase d’apertura della “Prima sintesi” in Sulla giustificazione; da questo decreto Sozzini vi fa discendere la missione, la morte, la risurrezione e l’esaltazione di Cristo:

«Dio, per la sua somma e sola bontà, decretò un tempo di perdonare tutti i peccati a tutti coloro che si ravvedono, rinunciano d’ora in poi ai desideri mondani e vivono nel mondo presente con sobrietà, giustizia e pietà, e di trasferirli, dopo questa vita mortale, a quella immortale, risuscitandoli dai morti; purché soltanto non fossero distolti da questa condotta di vita, neppure dal terrore della morte stessa, per quanto orrenda e abominevole essa fosse.»

Fausto Sozzini, Sulla giustificazione (De Iustificatione) — La morte e il sangue di Cristo come sigillo del perdono dei peccati

Fondamento del dono è unicamente la bontà di Dio. Esso è destinato a coloro che si convertono, vivono secondo Tt 2,12 e vi restano fedeli anche sotto la minaccia di morte; e non viene conferito nel morire, bensì mediante la risurrezione dai morti.

La dottrina tradizionale

Le grandi Chiese insegnavano che l’anima fosse per natura immortale – cosa che per Roma ribadì il Concilio Lateranense V (1513) – e che dopo la morte giungesse subito a Dio o alla dannazione, secondo la dottrina romana passando eventualmente prima per il purgatorio. Nell’ultimo giorno, secondo la Confessione augustana (1530), Cristo risusciterà tutti i morti e condannerà gli empi alla pena eterna.

È soltanto per mezzo di Cristo che questa speranza è stata rivelata. Nel suo commento alla Prima Lettera di Giovanni, Sozzini deduce da 1 Gv 5,11–12 «che la promessa della vita eterna non è stata data da Dio se non per mezzo di Gesù Cristo»; la Legge di Mosè prometteva soltanto prosperità in questa vita. In alcune annotazioni a uno scritto altrui, che vedeva la novità dell’alleanza nell’iscrizione di quella stessa Legge nei cuori (Ger 31,33), egli obietta:

«Si deve piuttosto intendere che quella Nuova Alleanza sarebbe stata tale da avere la forza di iscrivere la legge di Dio nei cuori degli uomini. Una tale forza l’Antica non l’aveva. Né c’è da meravigliarsene, poiché la Nuova è stata stipulata con promesse di gran lunga più eccellenti (Eb 8,6) … sotto di essa siamo costantemente guidati e tenuti nel dovere non dal timore della morte e dalle minacce di pene, come sotto l’Antica, ma dalla speranza di una beata immortalità, che a quegli antichi non era stata proposta nell’ordinamento divino dell’alleanza e che è stata portata alla luce da Cristo (2 Tm 1,10).»

Fausto Sozzini, Sull’onore di Cristo — Annotazioni di Sozzini sulla Nuova Alleanza e sulla promessa di Geremia › L’iscrizione della legge nei cuori

La Nuova Alleanza vincola dunque con la promessa migliore, non con la minaccia. Eppure, nel commento alla Lettera di Giovanni, Sozzini non nega la vita eterna ai pii vissuti prima di Cristo: secondo Lc 20,37–38 ed Eb 11,39–40, essi saranno condotti alla perfezione insieme ai cristiani, «resi immortali e beati». Non era stata loro promessa, eppure sarà loro donata.

Che i morti risorgano sembra, secondo Sozzini, contraddire la ragione come pochi altri dogmi cristiani; ma se questo dogma è spiegato correttamente, nessun argomento può confutarlo. A dare certezza è la risurrezione di Gesù. Contro Couet, che negava che Cristo avesse mostrato per mezzo di essa la via della salvezza, egli scrive:

«Il punto capitale, dunque, e per così dire il fondamento di tutta la fede e della nostra salvezza nella persona di Cristo è la risurrezione stessa di Gesù Cristo … Sembra infatti quasi impossibile che qualcuno creda o veda che Gesù è stato risuscitato dai morti, e non presti fede alle sue parole, e di conseguenza non si distolga dai propri peccati per servire il Dio vivente, colmo della speranza dell’immortalità, e così consegua il perdono dei peccati e la salvezza eterna.»

Fausto Sozzini, Su Gesù Cristo Salvatore (De Jesu Christo Servatore) — Parte prima: Confutazione degli argomenti scritturali di Covet › Risurrezione – beatitudine

La risurrezione convalida l’insegnamento di Gesù e muove alla conversione. Nello stesso contesto Sozzini ricava da Fil 3,21 che il Cristo esaltato ha, in quanto uomo, il potere di risuscitare i suoi, di trasformare i loro miseri corpi e di donare loro l’immortalità. Ciò avverrà al suo ritorno (1 Cor 15,23); quelli dei suoi che allora saranno ancora in vita verranno trasformati.

Solo allora, secondo l’Esposizione del Discorso della montagna di Sozzini, i credenti diventano figli di Dio «nel senso più alto e sublime», cioè immortali (Lc 20,36); la loro meta è l’immortalità, «la cui sede è il cielo». La vita di Adamo, invece, secondo lo scritto polemico contro Couet, era già prima della caduta «animale e terrena»; ciò che è promesso è una «vita spirituale e celeste».

Tra la morte e il giudizio

Nel suo commento alla Prima Lettera di Giovanni, Sozzini si astiene espressamente dal pronunciarsi sulla condizione tra la morte e la risurrezione. A proposito della parola di Gesù secondo cui la bestemmia contro lo Spirito non sarà perdonata né in questo mondo né in quello futuro (Mt 12,32), egli vi considera dapprima l’ipotesi che il mondo futuro cominci già con la morte e che le anime continuino a sussistere; anche in tal caso quella parola significherebbe soltanto che al bestemmiatore resta negata la vita eterna. La sua interpretazione personale è la seguente:

«Ma poiché sulle anime che sussistono dopo la morte di ciascuno, e in particolare sul fatto che esse o godano dei beni o siano tormentate dai mali, non sappiamo nulla di certo, diciamo che Cristo ha voluto dire: quando verrà la fine del mondo e avrà luogo il giudizio universale, non accadrà che colui che ha bestemmiato lo Spirito Santo sia liberato dalla morte eterna o risorga alla vita eterna, qualora fosse già morto in precedenza; se invece sarà trovato ancora in vita da Cristo giudice, non accadrà che egli venga trasformato e da mortale diventi immortale e beato, come avverrà a tutti coloro che sono appartenuti a Cristo e che, quando egli verrà a giudicare, saranno parimenti trovati ancora in vita.»

Fausto Sozzini, Commento alla Prima Lettera di Giovanni (Commentarius in Epistolam Johannis Apostoli Primam) — Perdono e castigo nell’età presente e in quella futura

Il riferimento alle anime «che sussistono dopo la morte di ciascuno» non fa che riprendere quell’ipotesi; non è una professione di fede nella sopravvivenza dopo la morte. Con ciò Sozzini non eleva a dottrina né un “sonno dell’anima” né una sopravvivenza cosciente. Il suo sguardo è rivolto alla fine del mondo, al giudizio universale e a Cristo che viene come giudice.

È controverso come Sozzini concepisse la sorte degli empi. Certo è soltanto questo: gli impenitenti non vengono risuscitati alla vita eterna e, se Cristo li trova in vita, non vengono trasformati in immortali; restano votati alla morte eterna. Gli studiosi giudicano in modo diverso se egli negasse del tutto la risurrezione degli empi e ne concepisse la fine come un annientamento.

Nell’Esposizione del Discorso della montagna Sozzini, con altri interpreti, intende la “Geenna” (Mt 5,22) come un’espressione popolare: essa riprenderebbe una credenza del popolo e dei farisei che nella Scrittura non trova alcun riscontro evidente; con essa Cristo vorrebbe dire soltanto che qualcuno è «degno di pene eterne». Sozzini non ne sviluppa una dottrina compiuta dei tormenti eterni. Respinge invece senza ambiguità il purgatorio, che la parte romana ricavava dal detto “finché non avrai pagato fino all’ultimo spicciolo” (Mt 5,25–26). Il passo, sostiene, non lo prova: o il peccato di chi non si riconcilia con il fratello offeso lo priva del tutto della salvezza eterna, oppure Cristo parla di una pena temporale già in questa vita.

La legge di Cristo: il Discorso della montagna come comandamento

Per Sozzini Cristo non è soltanto Salvatore, ma anche legislatore della Nuova Alleanza. Ciò che nel Discorso della montagna egli aggiunge alla Legge di Mosè non è né semplicemente la sua corretta interpretazione né un consiglio per pochi perfetti, ma un comandamento per chiunque voglia essere suo discepolo.

L’Antica Alleanza prometteva i beni di questa vita (si veda la sezione “Creati mortali – l’immortalità come dono”) e teneva il popolo nel dovere più con il timore che con l’amore. Con il mutamento dell’alleanza, le leggi cerimoniali e giudiziali di Mosè sono abrogate per i cristiani; ciò che di esse vale ancora, vale soltanto nella misura in cui concorda con l’insegnamento di Cristo. Il modo della giustificazione resta lo stesso: il perdono da parte di Dio, la conversione e l’obbedienza da parte dell’uomo. Ma l’obbedienza che Dio ora esige è «molto più perfetta ed eccellente» (Sulla giustificazione).

Cristo non è venuto ad abolire la Legge, ma ad adempierla (Mt 5,17–20). Nell’Esposizione del Discorso della montagna di Sozzini, l’adempimento significa «completamento e perfezionamento»: i comandamenti morali di Mosè restano, e Cristo vi aggiunge qualcosa di nuovo. Con ciò Sozzini contraddice due concezioni diffuse.

Due concezioni tradizionali

Evangelica: Cristo libera la Legge di Mosè soltanto dalle false interpretazioni e ne ristabilisce il vero senso. Romana: ciò che egli aggiunge è in gran parte consiglio, non comandamento, e vincola soltanto chi vuole essere perfetto.

Contro la prima parla già Mt 5,17, se lo si intende rettamente, e ancor più decisamente il “Ma io vi dico” di Cristo: con esso egli contrappone alla Legge affermazioni che non si trovano nella lettera del testo mosaico. Sulla seconda Sozzini scrive:

«La seconda opinione, inoltre, … non poggia su alcun fondamento, poiché Cristo dichiara espressamente che coloro i quali non fanno ciò che egli stesso aggiunge alla Legge mosaica saranno per così dire rigettati, o non riceveranno la ricompensa che egli stesso ha promesso ai suoi discepoli. Ma nondimeno questi uomini di animo carnale, ai quali riusciva troppo duro adempiere questi nuovi comandamenti di Cristo, osarono, contro le parole stesse di Cristo, qualificare perfino come semplice consiglio ciò che egli comanda apertamente.»

Fausto Sozzini, Esposizione del Discorso della montagna (Concionis Christi) — L’insegnamento di Cristo e la Legge mosaica

Ciò che decide della ricompensa promessa non può essere un semplice consiglio. Né i comandamenti di Cristo valgono soltanto per apostoli e predicatori: egli ammaestrava la folla, e delle sue prescrizioni è accertato che «tutto è comune a tutti coloro che vogliono essere discepoli di Cristo» (Esposizione del Discorso della montagna, sezione “Un discorso rivolto a tutti”). Novità del Vangelo sono la promessa della vita eterna, che già le beatitudini assicurano come regno dei cieli (Mt 5,3), e il comandamento dell’amore portato a perfezione. Che il comandamento di 1 Gv 2,8, quello di abbandonare del tutto le tenebre e seguire la vera luce, sia detto “nuovo”, secondo Sozzini si spiega facilmente così: i comandamenti che esso comprende, in particolare l’amore fraterno, prima di Cristo «non erano così completi né di tale intensità» come dopo di lui (Commento alla Prima Lettera di Giovanni).

Ciò che Cristo aggiunge

Nel divieto di uccidere rientrano già l’ira che vuole nuocere all’altro e l’insulto che ferisce (Mt 5,21–22); nel divieto di adulterio, già il desiderio della moglie di un altro, quando vi si acconsente (Mt 5,27–28). Il matrimonio può essere sciolto soltanto a causa di fornicazione (porneia) (Mt 19,9); sotto il Vangelo la poligamia è proibita.

Quanto al giuramento, Sozzini distingue: Cristo vieta tutti i giuramenti volontari, soprattutto quelli promissori, con i quali ci si impegna su un futuro incerto (Mt 5,33–37; Gc 5,12). Un giuramento imposto dall’autorità o reso necessario da un motivo grave egli lo ritiene lecito: del resto anche Paolo ha chiamato Dio a testimone (Rm 1,9; 2 Cor 1,23). Contro i cristiani che rifiutano ogni giuramento, scrive:

«Da quanto è stato discusso finora risulta che sbagliano coloro i quali non vogliono che a un cristiano sia lecito giurare, nemmeno quando l’autorità gli impone il giuramento; … A mio giudizio ritengo più consigliabile, in questa materia, essere troppo timorosi piuttosto che un po’ troppo audaci, affinché così si eviti più facilmente ciò che Cristo, con il suo comandamento di non giurare, voleva che si evitasse – in qualunque modo si debba, in definitiva, interpretare quel comandamento.»

Fausto Sozzini, Esposizione del Discorso della montagna (Concionis Christi) — Natura e definizione del giuramento › L’argomento tratto dall’ebraico

Sozzini dunque non respinge il giuramento: lo limita. Nel dubbio consiglia di rinunciarvi, perché il nome di Dio non sia tenuto in poco conto e nessuno cada nello spergiuro.

Più lontano di tutto si spinge l’amore per i nemici (Mt 5,43–48). Nella Legge il “prossimo” era chi apparteneva al proprio popolo (Lv 19,18); Cristo comanda di fare del bene anche agli stranieri e ai nemici. Sozzini lo condensa in una formula: «Mosè comandò l’amore soltanto verso il prossimo, Cristo invece anche verso il non-prossimo» (Esposizione del Discorso della montagna, su Mt 5,43–44). In ciò consiste la perfezione di Mt 5,48: chi ama i propri nemici imita Dio, che fa del bene ai buoni e ai cattivi, e gli diventa simile quanto al genere, non uguale quanto alla misura.

Elemosina, preghiera e digiuno vanno praticati senza ipocrisia (Mt 6,1–18); ci si deve accontentare del necessario e accumulare tesori in cielo (Mt 6,19–21). Poiché il cristiano non ha la sua felicità in questa vita, egli sembra «tenuto a donare tutto ciò che, per lui, va oltre il necessario per una vita modesta e sobria» (Esposizione del Discorso della montagna, su Mt 6,2–4). Sozzini non vieta il possesso in sé; vieta però di trattenerne i frutti oltre quanto occorre a sé e alla propria famiglia. Chi, sull’esempio di Cristo, deve dare perfino la vita per i fratelli, a maggior ragione non può rifiutare loro i propri beni (1 Gv 3,16–18).

Ritorsione, autorità e violenza

Secondo l’interpretazione di Sozzini, “Non opponetevi al malvagio” (Mt 5,39) non vale senza limiti. È vietata la resistenza che cerca vendetta (Mt 5,38–42): reclamare semplicemente in giudizio ciò che è proprio resta lecito, non così un’azione giudiziaria volta alla ritorsione. La Legge di Mosè prescriveva all’autorità la pena del taglione, “occhio per occhio” (ius talionis; Es 21,23–25; Lv 24,19–20; Dt 19,21), e con ciò consentiva tacitamente a ogni danneggiato di esigerla; è proprio questo che Cristo revoca. Sozzini ammette che vi sia un’autorità cristiana, ma nega che essa possa infliggere questa pena:

«Quanto poi all’altra questione, se cioè un magistrato cristiano possa nondimeno infliggere la pena del taglione, si deve senz’altro dire che non lo può, poiché quella pena è del tutto incompatibile con l’amore cristiano per il prossimo e con la prudenza che la religione cristiana ci ha insegnato in misura di gran lunga più ricca di quella mosaica.»

Fausto Sozzini, Esposizione del Discorso della montagna (Concionis Christi) — Il comandamento di dare › La potestà punitiva dell’autorità

La pena del taglione, infatti, non reca al danneggiato né vantaggio né risarcimento; è pura vendetta. All’Antica Alleanza si addiceva tuttavia, perché allora il popolo, secondo la lettura che Sozzini dà di Rm 8,15, aveva ricevuto lo “spirito di servitù che conduce al timore”; alla Nuova non si addice. Nella sua risposta a Jacobus Palaeologus (1581), che qui non è disponibile in traduzione, Sozzini, secondo una ricostruzione diffusa, difese i fratelli di Raków, che vietavano ai cristiani di versare sangue in guerra e nella giustizia penale; fino a che punto egli stesso ammettesse cariche dotate di giurisdizione capitale o un servizio militare senza uccidere è controverso.

Pregare secondo il Padre nostro

Sotto la Nuova Alleanza la preghiera è espressamente comandata (Lc 18,1; 1 Ts 5,17). Quanto all’Antica Alleanza, Sozzini resta cauto: «Io, per parte mia, finora non ho potuto trovare che un tale comandamento sia stato dato in modo assoluto sotto l’Antico Testamento» (Esposizione del Discorso della montagna, sezione “Se la preghiera sia comandata da Dio”). Eppure anche allora i pii pregavano spesso; secondo Sozzini, ciò era loro comandato tacitamente, «in forza della religione stessa nel suo insieme». Il Padre nostro (Mt 6,9–13; Lc 11,2–4) è un modello; non vincola alla sua formulazione letterale e non limita ciò che è lecito chiedere a Dio. È vietato il vuoto chiacchiericcio (Mt 6,7); resta lecita la ripetizione insistente che nasce da un desiderio ardente.

È esaudito chi osserva i comandamenti di Cristo, chiede con fede e non domanda nulla contro la volontà di Dio (1 Gv 3,22; 5,14–15; Gc 1,6). La domanda di perdono presuppone che si perdoni a propria volta (Mt 6,12.14), come condizione indispensabile, non come causa. L’intercessione per un fratello che pecca fa sì che Dio gli conceda la possibilità di convertirsi, ma non ne forza la volontà (1 Gv 5,16). Il digiuno non è espressamente comandato nella Nuova Alleanza, ma nel singolo caso può diventare un dovere, per esempio per tenere a freno la concupiscenza o per evitare lo scandalo; praticato volontariamente, è gradito a Dio. A chi si rivolga la preghiera si legge nella sezione “Adorazione e invocazione di Cristo”.

Mitezza, amore per i nemici, rinuncia alla ritorsione e veracità: questo regno di Dio vissuto plasmò i Fratelli Polacchi e, più tardi, l’etica cristiana di Johannes Crell.

Chiesa, ministero, Cena del Signore e battesimo

Qual è la vera Chiesa? La questione su cui il suo secolo si divideva aspramente, Sozzini la riteneva quasi inutile: la Chiesa è là dove si professa la dottrina salvifica di Cristo. Ne derivano un ordinamento comunitario semplice, una Cena del Signore che ogni comunità può celebrare e un battesimo d’acqua che egli non riteneva vincolante.

La dottrina tradizionale

La Chiesa romana si considerava l’unica vera Chiesa, garantita dalla successione ininterrotta dei vescovi a partire dagli apostoli e infallibile in materia di fede. Tanto i cattolici quanto i luterani riservavano l’amministrazione della Cena del Signore a ministri ordinati o regolarmente chiamati e ritenevano il battesimo, anche quello dei bambini, necessario alla salvezza.

Da che cosa si riconosce la vera Chiesa

Per Sozzini “Chiesa” ha due significati: in senso visibile è l’insieme delle assemblee che custodiscono e professano la dottrina salvifica di Cristo; in senso invisibile sono coloro che credono veramente, dispersi per il mondo, che nessuno riconosce con certezza, perché nessuno vede nei cuori – li conosce soltanto Dio. In ciò che è necessario alla salvezza la vera Chiesa non erra, perché è proprio grazie a questa dottrina che essa è Chiesa; in altri punti di dottrina e nei riti può benissimo errare. Soltanto gli apostoli non potevano errare; già le loro comunità, come mostra la Lettera ai Galati, si lasciarono sviare anche in ciò che è necessario alla salvezza.

Perciò, come già accennato nella sezione sulla Scrittura, non è la Chiesa a comprovare la dottrina, ma è la dottrina vagliata alla luce della Scrittura a comprovare la Chiesa; altrimenti si dovrebbe conoscere la Chiesa prima di conoscere ciò da cui la si riconosce. L’antichità e il gran numero non decidono nulla, i miracoli possono accompagnare anche una falsa dottrina (Mt 24,24), e una linea di vescovi può perpetuarsi negli stessi luoghi mentre la dottrina cambia. Conta soltanto la successione della dottrina, non quella delle persone e dei luoghi.

Così Sozzini intende anche la parola di Paolo sulla Chiesa come colonna e sostegno della verità (1 Tm 3,15): essa regge la verità, ma non ne è la fonte. Per il singolo ne consegue:

«Se poi, nondimeno, si domanda se ciascuno debba cercare e indagare dove sia mai la vera Chiesa di Cristo, diciamo: nessuno vi è tenuto, ma ciascuno è tenuto soltanto a cercare e indagare la vera dottrina di Cristo. … Infatti, anche se non ci fosse nessuno a professare la verità, essa non per questo perisce. Essa può invero essere custodita da Dio ed è racchiusa nella Sacra Scrittura, che è un’altra colonna e sostegno della verità.»

Fausto Sozzini, Sulla Chiesa (De Ecclesia) — Il dovere del singolo di indagare la dottrina di Cristo

Non per questo la comunione ecclesiale diventa cosa indifferente: chi ha riconosciuto la dottrina di Cristo deve unirsi a una comunità che la professi – e precisamente a quella che ritiene la migliore.

Poiché ciò che è necessario alla salvezza è strettamente circoscritto, Sozzini giudica con larghezza di vedute. Nel carteggio sulla Chiesa apostolica da restaurare scrive:

«Condannare gli altri che non concordano con te in tutto, e affermare che fuori delle tue comunità non vi sia salvezza — questo non è proprio della Chiesa apostolica, ma le è piuttosto estraneo. Essendovi infatti nella religione cristiana molte cose utili sì, ma non necessarie alla salvezza eterna, nulla impedisce che più comunità di cristiani, o Chiese, in qualche misura diverse tra loro, abbiano tutte una dottrina tale da bastare al conseguimento di quella salvezza.»

Fausto Sozzini, Sulla Chiesa (De Ecclesia) — La salvezza fuori della Chiesa e i limiti della comunione

Chi però dissente su articoli di dottrina davvero necessari alla salvezza può e deve essere escluso; quali siano tali articoli, lo si deve ricavare unicamente dalla manifesta Parola di Dio. Sozzini ritiene invece un grave errore – come si è visto sopra nella sezione “L’unico Dio è il Padre” – condannare senza esame o addirittura perseguitare. Un teorico sistematico della libertà religiosa, tuttavia, non fu; lo scritto sociniano classico sull’argomento, le Vindiciae pro religionis libertate (1637), si deve a Johannes Crell.

Chiavi, ministero e comunità

L’Anticristo, che Paolo annuncia come l’uomo della perdizione (2 Ts 2,3–4), Sozzini lo collega al primato del vescovo di Roma; sotto di lui la Chiesa esteriore sarebbe crollata. Ma poiché Dio ha conservato gli scritti apostolici e li ha resi di nuovo accessibili in lingua volgare, essa può e deve essere restaurata unicamente a partire dalla Scrittura, senza una missione speciale e senza nuovi miracoli: Cristo è in mezzo a coloro che sono riuniti nel suo nome (Mt 18,20).

La promessa fatta a Pietro (Mt 16,18–19) vale per tutti gli apostoli. Le chiavi sono il potere di dichiarare in modo vincolante che cosa si debba possedere per appartenere al regno dei cieli; anche il rimettere e il ritenere i peccati (Gv 20,23) è dichiarazione, non esecuzione, e legare e sciogliere significa l’esclusione dal novero dei discepoli e la riammissione. L’ufficio apostolico, però, fu irripetibile: una successione ininterrotta nel ministero non è né necessaria né dimostrabile, e la confessione auricolare non trova qui alcun appoggio.

Ai cristiani che hanno una retta concezione della religione cristiana è lecito riunirsi, celebrare la memoria della morte di Cristo, pregare insieme e scegliere fra loro dei ministri: maestri della Parola quali li descrive Paolo (1 Tm 3,1–7; Tt 1,5–9), incaricati della cura dei poveri e uomini di loro fiducia, che l’assemblea considera, per così dire, il proprio senato. Sozzini ritiene irrinunciabile il ministero della predicazione e lo difende contro tutti coloro che vogliono abolirlo; non per questo, però, esso è intoccabile. Sulle comunità che egli stesso frequentava scrive il 17 marzo 1585 da Paulikowice (oggi Pawlikowice, presso Wieliczka):

«Anzi, in queste anche i ministri della Parola di Dio sono esposti ai rimproveri e alle correzioni di tutti, e inoltre sono assai spesso rimproverati e corretti da altri, ed è consentito a ciascuno nella Chiesa di esprimere il proprio parere su tutto ciò che riguarda la verità divina; anzi, nella Chiesa non si delibera alcunché su nessuna questione di tal genere senza che prima i singoli siano stati invitati per nome a esprimere il loro parere.»

Fausto Sozzini, Sulla Chiesa (De Ecclesia) — Sull’elezione e l’insediamento dei ministri

Soltanto, come ammonisce Pietro, i pastori non devono spadroneggiare sul gregge (1 Pt 5,3). Questa, secondo Sozzini, è un’esortazione rivolta ai pastori stessi, non un freno nelle mani della comunità; già i maestri dell’età apostolica possedevano «non poca autorità» (ivi). Libero confronto e un ufficio d’insegnamento dotato di un peso proprio, per lui, vanno di pari passo.

Cena del Signore e battesimo

Ogni assemblea che professa la fede in Cristo può e deve celebrare la Cena del Signore. Cristo, secondo Sozzini, ha prescritto «questa cerimonia facilissima da preparare e semplicissima … non agli apostoli in quanto apostoli, ma semplicemente in quanto suoi discepoli o, se si vuole, in quanto cristiani» (Sulla Chiesa, sezione “La Cena del Signore”). Insieme i credenti spezzano il pane e bevono al calice per fare memoria della morte del Signore e annunciarla finché egli venga (1 Cor 11,23–26); ne fa parte il rendimento di grazie, da cui il nome più antico, Eucharistia. Poiché qui non si dispensa alcuna cosa divina, non occorre alcun ministro particolare che distribuisca il pane e il vino al posto di Cristo.

Diverso è il caso del battesimo d’acqua. Nella lettera sulla restaurazione della Chiesa esteriore, Sozzini rimanda a una propria disquisizione, Se sia lecito a un cristiano rinunciare al battesimo d’acqua, e giudica:

«Sul battesimo d’acqua penso quanto segue: che esso non è stato prescritto alla Chiesa in perpetuo, e che né da Cristo né dagli apostoli è mai stato prescritto di riceverlo a coloro che si erano già rivolti pubblicamente a Cristo in qualche altro modo o che fin dalla più tenera età erano stati educati e istruiti nella dottrina cristiana … Ma, per tornare all’argomento vero e proprio, dico che il battesimo d’acqua, a mio giudizio, non contribuisce in nulla alla restaurazione della Chiesa esteriore in questo tempo ed è cosa indifferente (in cui i nostri Fratelli avrebbero davvero fatto meglio a non tentare nulla di nuovo) …»

Fausto Sozzini, Sulla Chiesa (De Ecclesia) — Il battesimo d’acqua

Se deve essere mantenuto ancora oggi, lo sia, secondo Sozzini, per coloro che passano da altre religioni alla religione di Cristo. In tal caso può battezzarli chi ha annunciato loro Cristo o chi la comunità designa a questo compito; il battesimo, infatti, non è altro che «una prefigurazione del perdono dei peccati nel nome di Cristo e un’aperta professione del suo nome, nonché una certa iniziazione alla sua religione, vale a dire che per mezzo di esso, in verità, non viene dato nulla» (ivi). Esso non fa che significare esteriormente ciò che è già dato o che sarà dato con certezza.

Per lui stesso ciò ebbe delle conseguenze. Riteneva un’innovazione superflua che i Fratelli Polacchi insistessero sul (ri)battesimo; a questo allude la parentesi nella citazione. Non vi si sottopose, per questo non fu ammesso alla loro Cena e non ne divenne mai formalmente membro – e tuttavia rimase il maestro che più li plasmò. Il successivo Catechismo Racoviano (1605), come ricordato all’inizio, si discosta da lui proprio su questo punto.

Approfondimento: La Chiesa secondo Sozzini; per il quadro storico, la cronologia.


Affermazione centrale

Sozzini volle rinnovare il cristianesimo a partire dalla Scrittura – letta con ragione vigile, vissuta nell’obbedienza ai comandamenti di Cristo. L’unico Dio è il Padre, che perdona per libera bontà; Gesù, vero uomo e Figlio di Dio, è il Signore per mezzo del quale Dio dona la vita eterna. Poco è necessario alla salvezza, e la Scrittura lo dice con chiarezza; perciò unità nell’essenziale e apertura nel resto. Così la fede si libera da inutili pesi metafisici: non un enigma, ma una via verso una vita rinnovata.

Come proseguire: chi si avvicina per la prima volta farà bene a cominciare dall’Introduzione; le opere di Sozzini in traduzione inglese si trovano alla voce Libri, le interpretazioni di singoli passi alla voce Versetti biblici. Inoltre: Vita di Sozzini · Fratelli Polacchi · Cronologia · Johannes Crell · Glossario · Domande frequenti · Bussola della fede · Forum.

Le opere citate
  • Su Gesù Cristo Salvatore (De Jesu Christo Servatore) – scritto polemico contro il predicatore riformato Jacques Couet, composto a Basilea nel 1578 e stampato nel 1594.
  • Sull’autorità della Sacra Scrittura (De Sacrae Scripturae auctoritate) – nato in Italia intorno al 1570, stampato nel 1588 a Siviglia sotto il nome di Dominicus Lopez e nel 1611 a Raków; con brevi scritti in appendice.
  • Sulla Chiesa (De Ecclesia) – diversi scritti e lettere, tra cui una lettera sull’elezione dei ministri, datata Paulikowice, 17 marzo 1585.
  • Sulla giustificazione (De Iustificatione) – sintesi, tesi, annotazioni al «Dialogo di N. N.» ed estratti da una lettera in italiano.
  • Sulla non invocazione di Gesù Cristo nella preghiera sacra (De non invocando Jesu Christo in precibus sacris) – la replica di Sozzini alle tesi di Ferenc Dávid contro l’invocazione di Cristo; secondo la nota conclusiva, «compiuto nell’anno di Cristo 1579, nel mese di maggio, a Kolozsvár in Transilvania».
  • Sull’onore di Cristo (Disputatio inter F. S. & Christianum Francken, de honore Christi) – disputa con Christian Francken, cui si aggiungono testi contro Ferenc Dávid, contro i «semigiudaizzanti» e indirizzati a Martin Seidel.
  • Esposizione del Discorso della montagna (Concionis Christi …) – commento continuo a Mt 5–6, che si interrompe a Mt 6,19–21.
  • Commento alla Prima Lettera di Giovanni (Commentarius in Epistolam Johannis Apostoli Primam).