Predestinazione

Calvino: Dio, con un decreto eterno, ha predestinato gli uni alla vita eterna, gli altri alla dannazione eterna — non a motivo della loro fede o incredulità prevista, ma perché così gli piacque. Anche la caduta di Adamo fu così disposta.
Sozzini: Dio non ha predestinato determinate persone, ma una via: chi crede e obbedisce sarà salvato; chi si rifiuta andrà perduto. L’uomo conserva il libero arbitrio anche dopo la caduta di Adamo. Una predestinazione dei singoli uomini abolirebbe ogni religione e attribuirebbe a Dio ingiustizia, simulazione, insipienza e malvagità.
La tesi più audace: Dio è onnisciente, ma non conosce in anticipo le libere decisioni degli uomini — perché, finché restano aperte, non sono ancora nulla di conoscibile. Ciò non diminuisce la sua onniscienza più di quanto diminuisca la sua onnipotenza il fatto che egli non possa far sì che ciò che è avvenuto non sia avvenuto.
Dio ha stabilito dall’eternità chi sarà salvato e chi andrà perduto — prima ancora che un uomo nasca e abbia fatto il bene o il male? Calvino e la teologia riformata hanno risposto di sì. Fausto Sozzini ha risposto di no, e non per disprezzo della grandezza divina, ma proprio a motivo di essa: un Dio che condanna un uomo il cui peccato ha decretato egli stesso prima che questi vivesse non sarebbe giusto, e un Vangelo offerto a tutti ma destinato a valere soltanto per pochi non sarebbe sincero.
La questione: chi decide della salvezza e della dannazione?
Predestinazione (dal latino praedestinatio, “destinazione anticipata”) è il nome del decreto di Dio sul destino eterno degli uomini. Che Dio abbia un piano di salvezza e lo abbia concepito prima di ogni tempo, non lo nega nessuno che legga la Bibbia: il Nuovo Testamento parla di predestinare, eleggere e chiamare (Rm 8,29–30; Ef 1,4–5). In discussione è a che cosa si rivolga questo decreto. Riguarda persone determinate, fissate per nome, la cui sorte è decisa già prima della nascita? Oppure riguarda una via per la quale può essere salvato chiunque la percorra?
La prima risposta ha una lunga storia. Agostino (354–430) la sviluppò e la affinò nella controversia con Pelagio: dall’umanità dannata per la caduta di Adamo Dio elegge per sola grazia alcuni alla salvezza, gli altri li lascia nella dannazione meritata. Martin Lutero nel 1525 contrappose allo scritto di Erasmo sul libero arbitrio il suo libro Il servo arbitrio (De servo arbitrio). Giovanni Calvino (1509–1564) sviluppò la dottrina fino al doppio decreto: Dio destina gli uni alla vita e gli altri alla morte. Il suo successore Teodoro di Beza la inasprì; il Sinodo di Dordrecht (1618/19) e la Confessione di Westminster (1646/47) ne fecero la confessione di fede di molte Chiese riformate. Nella Chiesa romana teologi come Luis de Molina cercarono di conciliare predestinazione e libero arbitrio.
Fausto Sozzini riteneva inconciliabili le due cose: affermare la predestinazione dei singoli e salvare il libero arbitrio. Le sue ragioni si trovano nelle Lezioni teologiche (Praelectiones theologicae), che Valentin Schmalz pubblicò a Raków nel 1609, cinque anni dopo la morte di Sozzini. Schmalz dedicò il libro all’Università di Heidelberg, la principale facoltà riformata dell’Impero, e fu una sfida: il professore di Heidelberg David Pareus, riferisce Schmalz, nel suo commento alla Lettera ai Romani aveva chiamato Sozzini «un mostro d’uomo». I primi quattordici capitoli trattano dell’uomo — della sua mortalità, del peccato originale, del libero arbitrio, della predestinazione e della prescienza di Dio. Nella sua prefazione Schmalz scrive che cosa gli stesse a cuore nel pubblicarlo:
«Certo, pensare diversamente dagli altri ed esporre con modestia il proprio parere — non alla leggera, ma sostenuto dalle ragioni più solide, come fa costantemente Sozzini — non è un delitto, ma il compito proprio della libertà cristiana.»
Valentin Schmalz, prefazione alle Lezioni teologiche di Fausto Sozzini (Raków 1609)
Questa rivendicazione — pensare diversamente e darne ragione — regge l’intero libro: Sozzini non vuole insultare gli avversari, ma confutarli, e a tal fine ne esamina le ragioni una per una.
La dottrina calviniana del doppio decreto
Calvino non ha inventato la dottrina, ma l’ha esposta con particolare coerenza, e non ne ha taciuto la durezza. La sua opera principale, l’Istituzione della religione cristiana (Institutio Christianae Religionis, ultima redazione 1559), le dedica quattro capitoli nel terzo libro. Le citazioni di Calvino in questa pagina sono traduzioni nostre dall’originale latino (testo secondo i Calvini Opera); la definizione sta all’inizio:
«Chiamiamo predestinazione l’eterno decreto di Dio con cui egli ha stabilito presso di sé che cosa volesse che avvenisse di ciascun uomo. Non tutti infatti sono creati in pari condizione, ma agli uni è preordinata la vita eterna, agli altri la dannazione eterna. Perciò, secondo che ciascuno è stato creato per l’uno o per l’altro fine, diciamo che è predestinato alla vita o alla morte.»
Praedestinationem vocamus aeternum Dei decretum, quo apud se constitutum habuit, quid de unoquoque homine fieri vellet. Non enim pari conditione creantur omnes; sed aliis vita aeterna, aliis damnatio aeterna praeordinatur. Itaque, prout in alterutrum finem quisque conditus est, ita vel ad vitam vel ad mortem praedestinatum dicimus.
Due elementi sorreggono questa dottrina. In primo luogo il decreto riguarda ogni singolo individuo: non stabilisce una via, ma la sorte di persone determinate. In secondo luogo esso non dipende dalla fede o dalle opere che Dio avrebbe previsto; Calvino respinge espressamente questa spiegazione: Dio elegge affinché diventiamo santi, non perché abbia previsto che lo saremmo diventati.
«Di’ pure che egli ha eletto perché li prevedeva santi in futuro: e capovolgerai l’ordine di Paolo. Così dunque puoi concludere con sicurezza: se ci ha eletti affinché fossimo santi, non ci ha eletti perché prevedeva che tali saremmo stati.»
Dic enim, quoniam futuros praevidit sanctos, ideo elegit; et ordinem Pauli invertes. Sic ergo colligere tuto potes: si elegit nos ut sancti essemus, non elegit quia futuros tales praevidebat.
Con ciò si pone la questione dei reprobi. Calvino non la elude. Che Dio si limiti a tralasciarli senza riprovarli, non lo ammette: «Quelli dunque che Dio tralascia, li riprova» (III,23,1). Persino la caduta di Adamo, e con essa la rovina dei suoi discendenti, Dio secondo Calvino «non solo l’ha prevista, ma … l’ha anche disposta secondo il proprio arbitrio» (III,23,7). E confessa ciò che prova al riguardo:
«Domando di nuovo: da dove viene che la caduta di Adamo abbia avvolto senza rimedio nella morte eterna tante nazioni insieme con i loro figli in tenera età, se non dal fatto che così parve bene a Dio? Qui devono ammutolire le lingue, per altro così loquaci. Decreto orribile, lo confesso; nessuno tuttavia potrà negare che Dio abbia saputo in anticipo quale esito avrebbe avuto l’uomo prima di crearlo, e che lo abbia saputo in anticipo perché così aveva ordinato con il suo decreto.»
Iterum quaero, unde factum est ut tot gentes una cum liberis eorum infantibus aeternae morti involveret lapsus Adae absque remedio, nisi quia Deo ita visum est? Hic obmutescere oportet tam dicaces alioqui linguas. Decretum quidem horribile, fateor; infitiari tamen nemo poterit quin praesciverit Deus, quem exitum esset habiturus homo, antequam ipsum conderet, et ideo praesciverit, quia decreto suo sic ordinarat.
Come può allora Dio punire i reprobi? La risposta di Calvino ha due parti. La prima: l’uomo cade, sì, per disposizione di Dio, ma per propria colpa.
«Il primo uomo è infatti caduto perché il Signore aveva giudicato che così convenisse; perché lo abbia giudicato, ci è nascosto. […] L’uomo dunque cade, perché la provvidenza di Dio così dispone; ma cade per sua colpa.»
Lapsus est enim primus homo, quia Dominus ita expedire censuerat; cur censuerit nos latet. […] Cadit igitur homo, Dei providentia sic ordinante: sed suo vitio cadit.
La seconda: chi domanda ancora perché Dio abbia deciso così cerca qualcosa di più alto della volontà di Dio — e ciò non esiste.
«La volontà di Dio è infatti a tal punto la regola suprema della giustizia, che qualunque cosa egli voglia, per il fatto stesso che la vuole, dev’essere ritenuta giusta. Quando dunque si domanda perché il Signore abbia agito così, si deve rispondere: perché lo ha voluto. Se poi vai oltre domandando perché lo abbia voluto, cerchi qualcosa di più grande e più alto della volontà di Dio — e ciò non si può trovare.»
Adeo enim summa est iustitiae regula Dei voluntas, ut quidquid vult, eo ipso quod vult, iustum habendum sit. Ubi ergo quaeritur cur ita fecerit Dominus, respondendum est, quia voluit. Quod si ultra pergas rogando cur voluerit, maius aliquid quaeris, et sublimius Dei voluntate, quod inveniri non potest.
Con ciò Calvino non intende insegnare l’arbitrarietà. L’idea di una «potenza assoluta» la dice empia nello stesso paragrafo, e la volontà di Dio è per lui «la legge di tutte le leggi». Ma una regola di giustizia con cui si possa misurare la volontà di Dio, per lui non esiste. Lutero aveva già racchiuso nel 1525 la servitù della volontà in un’immagine drastica:
«Così la volontà umana è posta in mezzo come un giumento: se vi monta sopra Dio, essa vuole e va dove vuole Dio […]. Se vi monta sopra Satana, vuole e va dove vuole Satana. Né sta in suo arbitrio correre verso l’uno o l’altro cavaliere o cercarlo, ma sono i cavalieri stessi a contendere per ottenerlo e possederlo.»
Sic humana voluntas in medio posita est, ceu iumentum, si insederit Deus, vult et vadit, quo vult Deus […]. Si insederit Satan, vult et vadit, quo vult Satan, nec est in eius arbitrio ad utrum sessorem currere aut eum quaerere, sed ipsi sessores certant ob ipsum obtinendum et possidendum.
La Chiesa luterana, tuttavia, non ha seguito Calvino: la Formula di Concordia (1577) insegna un’elezione alla salvezza, ma nessuna predestinazione alla dannazione. La Confessione di Westminster del 1646/47, invece, ha condensato la dottrina riformata in un’unica frase:
«Per decreto di Dio, a manifestazione della sua gloria, alcuni uomini e angeli sono predestinati alla vita eterna e altri preordinati alla morte eterna.»
By the decree of God, for the manifestation of his glory, some men and Angels are predestinated unto everlasting life, and others fore-ordained to everlasting death.
Il punto di partenza di Sozzini: l’uomo resta libero
Prima di giungere alla predestinazione, Sozzini sgombra in cinque capitoli il terreno su cui essa poggia. Adamo, secondo lui, era mortale per natura già prima della caduta; una “giustizia originale” come dotazione creata insieme con lui non esisteva, perché la giustizia è «non una perfezione naturale dell’uomo, ma volontaria». Soprattutto, però: la colpa presuppone una volontà propria. Un neonato non può dunque essere colpevole, e una colpa ereditata da Adamo non esiste — è il nucleo della critica sociniana al peccato originale:
«Poiché dunque per costituire una colpa è assolutamente richiesta la volontà propria di colui che dev’essere colpevole, e una pena non può sussistere senza una colpa che la preceda, in nessun modo si può dire che nell’uomo, mentre nasce, possa aver luogo una qualche colpa o pena; giacché egli in quel momento non ha alcun uso della propria volontà, né poteva averlo prima.»
Fausto Sozzini, Lezioni teologiche (Praelectiones theologicae) — Cap. IV: Se vi sia un peccato originale e di quale natura sia
Ne segue la tesi su cui poggia tutto il resto: l’uomo ha il libero arbitrio anche dopo la caduta. Tra le pene che Dio infligge dopo la caduta (Gen 3,16–19) non si fa parola in alcun luogo di una perdita della libertà del volere.
«Da quanto si è discusso sopra può risultare abbastanza chiaro che nell’uomo vi è il libero arbitrio — purché sia vero ciò che tutti concedono e che la ragione stessa insegna chiaramente: che cioè nel primo uomo, prima della caduta, vi fu il libero arbitrio. Non vi è infatti alcun motivo per cui egli abbia dovuto esserne privato a causa della caduta, poiché né la natura stessa della cosa lo esige, né la giustizia di Dio lo permette.»
Fausto Sozzini, Lezioni teologiche (Praelectiones theologicae) — Cap. V: Sul libero arbitrio dell’uomo
Notevole è la leva che Sozzini applica qui. Che Adamo prima della caduta fosse libero è, secondo Sozzini, ciò «che tutti concedono» — anche Calvino. Quando Sozzini vi ritorna nel capitolo sulla prescienza, una nota a margine dell’edizione rimanda espressamente all’Institutio di Calvino, I,15,8. Lì si legge:
«In questa integrità l’uomo godeva del libero arbitrio, con il quale, se avesse voluto, avrebbe potuto conseguire la vita eterna. […] Adamo dunque poteva restare in piedi, se avesse voluto, giacché non cadde se non per la propria volontà.»
In hac integritate libero arbitrio pollebat homo, quo, si vellet, adipisci posset aeternam vitam. […] Potuit igitur Adam stare si vellet, quando non nisi propria voluntate cecidit.
Ma se un libero arbitrio della creatura era compatibile con l’essenza e la sovranità di Dio, allora la natura di Dio non può escluderlo. Chi lo nega deve mostrare che la caduta lo ha cancellato — e ciò non sta scritto da nessuna parte.
Sozzini non è per questo un entusiasta delle forze umane. Ammette che la maggior parte degli uomini è corrotta da una lunga abitudine al peccato e ha forze esigue per osservare i comandamenti di Dio. L’aiuto di Dio è necessario, ma Dio non lo nega a nessuno di coloro ai quali ha dato la sua legge:
«Inoltre le forze non sono così esigue che l’uomo, con il sopraggiungere dell’aiuto di Dio, se vuole far violenza a se stesso, non possa obbedire alla legge divina. E il suo aiuto Dio non lo nega a nessuno di coloro ai quali ha dato la legge; altrimenti non potrebbe in alcun modo rimproverare o punire coloro che non osservano la sua legge — e tuttavia fa l’una e l’altra cosa.»
Fausto Sozzini, Lezioni teologiche (Praelectiones theologicae) — Cap. V: Sul libero arbitrio dell’uomo
Sozzini distingue con cura questo aiuto. L’aiuto esterno sono le promesse e le minacce che Dio ha aggiunto al suo comandamento; sotto il Nuovo Patto le promesse sono molto più grandi, e perciò l’obbedienza è più facile. L’aiuto interno è lo Spirito che Dio pone nei cuori come «caparra» (2 Cor 1,22), e l’illuminazione dell’intelletto. Esso però è concesso soltanto a chi ha fatto buon uso dell’aiuto esterno; Sozzini lo fonda su At 5,32 ed Ef 1,13: «a coloro infatti che credono e obbediscono è dato lo Spirito Santo». La grazia è per Sozzini, di regola, un’offerta che l’uomo può accettare o respingere. I casi in cui Dio agli uomini «muta e rinnova la mente e l’animo, e fa sì che gli obbediscano», egli espressamente non li esclude.
Due ragioni contro la predestinazione
Nel sesto capitolo Sozzini descrive la dottrina avversaria esattamente come l’ha formulata Calvino: come quella predestinazione con cui Dio «da tutta l’eternità avrebbe decretato riguardo ai singoli uomini, nominatamente, chi dovesse essere salvato in modo assoluto e chi dannato». Segue senza giri di parole il suo giudizio:
«Neghiamo dunque quella predestinazione, e ciò — a prescindere dalle innumerevoli testimonianze della Sacra Scrittura che apertamente la negano, che però tralasceremo di addurre, poiché ci siamo proposti di confutare l’opinione degli avversari piuttosto che di confermare la nostra — soprattutto per due ragioni. L’una è: se essa fosse vera, ogni religione sarebbe distrutta dalle fondamenta. L’altra: se la si ammette, è necessario attribuire a Dio molte cose sommamente indegne di lui.»
Negamus igitur nos istam prædestinationem … ob duas potissimum caussas.
Fausto Sozzini, Lezioni teologiche (Praelectiones theologicae) — Cap. VI: Sulla predestinazione di Dio
Primo: abolisce la religione
La prima ragione riguarda il senso di ogni pietà, che non è concepibile senza un impegno personale:
«Tutta la religione, se quella predestinazione fosse vera, sarebbe del tutto abolita, perché da essa consegue manifestamente che tutto ciò che appartiene alla pietà avviene per necessità. Ma se ciò è vero, a che serve faticare e sforzarsi di essere pii? Vana è infatti ogni fatica e ogni sforzo, dove tutto accade necessariamente, come ci insegna già il senso comune. E tolti questa fatica e questo sforzo, è necessario che ogni religione perisca.»
Fausto Sozzini, Lezioni teologiche (Praelectiones theologicae) — Cap. VI: Sulla predestinazione di Dio
Non è un argomento psicologico. Sozzini non sostiene che i calvinisti fossero cristiani pigri — molti erano l’opposto. Argomenta sul senso stesso del discorso: esortazione, minaccia e promessa presuppongono che chi è interpellato possa anche agire diversamente. Dove tutto avviene necessariamente, ogni «Ravvedetevi!» è una parola vuota. Nel suo scritto sulla giustificazione Sozzini lo ha detto in modo ancora più conciso:
«Ma se questa volontà e questa azione non fossero in alcun modo libere, bensì del tutto necessarie, così che in questa materia nulla fosse in nostro potere, allora sprecano — come si suol dire — olio e fatica coloro che parlano o scrivono di queste cose.»
Fausto Sozzini, Sulla giustificazione (De Iustificatione) — Sulla fede e sulle opere › Le cause interne della giustificazione › Difesa del libero arbitrio
Chi nega la libertà non toglie dunque soltanto all’uomo la responsabilità, ma anche alla predicazione il suo senso.
Secondo: attribuisce a Dio cose indegne
La seconda ragione pesa di più. Se si ammette la predestinazione dei singoli, si devono attribuire a Dio quattro cose «che l’animo inorridisce anche solo a nominare» (quatuor quæ vel nominare animus horret). La parola richiama Calvino, che chiama egli stesso il suo decreto «orribile» (horribile). Calvino accetta l’orrore e tiene fermo il decreto. Sozzini lo prende come segno che la dottrina è falsa.
- Ingiustizia. «È infatti manifestamente iniquissimo punire qualcuno per non aver fatto ciò che in nessun modo poteva fare.» Chi è destinato alla disobbedienza non può obbedire; punirlo per questo è la cosa più ingiusta che si possa pensare.
- Simulazione con inganno. Dio fa offrire la salvezza a tutti coloro che ascoltano il Vangelo, ma ha da tempo decretato che la maggior parte di loro non sarà salvata: «Così fa una cosa e ne ostenta un’altra, e questo è propriamente simulare». Chi sulla base della promessa corregge la propria vita e poi, poiché Dio gli sottrae la grazia, crolla a metà del cammino, è stato ingannato.
- Insipienza. Dio cercherebbe di ottenere qualcosa di cui «sa benissimo che non può avvenire» — chiamerebbe con tutta serietà alla conversione là dove la conversione l’ha esclusa egli stesso.
- Malvagità. Dio diverrebbe autore del peccato.
Che Sozzini con la seconda accusa non esageri, lo mostra Calvino stesso. Secondo lui anche i reprobi possono credere per un certo tempo, e ne indica il motivo:
«[…] L’esperienza tuttavia mostra che i reprobi sono talvolta toccati da un sentimento quasi simile a quello degli eletti, sicché neppure secondo il loro stesso giudizio differiscono in alcunché dagli eletti. Perciò non è assurdo che l’Apostolo attribuisca loro un gusto dei doni celesti, e Cristo una fede temporanea. […] Il Signore s’insinua nelle loro menti, per quanto la sua bontà può essere gustata senza lo spirito di adozione, per renderli tanto più convinti di colpa e inescusabili.»
[…] experientia tamen ostendit reprobos interdum simili fere sensu atque electos affici, ut ne suo quidem iudicio quidquam ab electis differant. Quare nihil absurdi est quod coelestium donorum gustus ab apostolo, et temporalis fides a Christo illis adscribitur […] sed quia Dominus, ut magis convictos et inexcusabiles reddat, se insinuat in eorum mentes, quatenus sine adoptionis spiritu gustari potest eius bonitas.
Proprio questo Sozzini chiama inganno: chi riceve da Dio l’offerta della salvezza deve anche poterla raggiungere. L’ultimo punto, la malvagità, lo tratta a parte. Chi decreta che uno sia dannato in modo assoluto prima ancora che pecchi, con ciò ha decretato anche che pecchi. E la via d’uscita più ovvia Sozzini la sbarra agli avversari con una descrizione precisa della loro stessa dottrina:
«Né gli avversari possono rifugiarsi nel dire che Dio ha dannato alcuni da tutta l’eternità perché ha previsto che avrebbero peccato. Essi infatti dichiarano empio dire che la predestinazione di Dio dipenda in qualche modo da una preconoscenza o prescienza. Perciò affermano con costanza che egli non li ha affatto riprovati perché aveva previsto che avrebbero peccato, ma che, poiché li ha riprovati, per questo ha previsto che avrebbero necessariamente peccato.»
Fausto Sozzini, Lezioni teologiche (Praelectiones theologicae) — Cap. VI: Sulla predestinazione di Dio
Il resoconto di Sozzini coglie nel segno. Calvino dice così:
«Ma poiché egli prevede le cose future per nessun’altra ragione se non perché ha decretato che avvengano così, invano si muove lite sulla prescienza, quando è certo che tutto avviene piuttosto per sua disposizione e cenno.»
Sed quum non alia ratione quae futura sunt praevideat, nisi quia ita ut fierent decrevit, frustra de praescientia lis movetur, ubi constat ordinatione potius et nutu omnia evenire.
Le confessioni riformate hanno sempre respinto l’accusa secondo cui Dio diverrebbe così autore del peccato. Il decreto di riprovazione non fa di Dio «in nessun modo l’autore del peccato — cosa che è blasfemo anche solo pensare», dichiarano i Canoni di Dordrecht (1619, I,15). Che gli avversari lo intendano sinceramente, non c’è bisogno di dubitarne. Sozzini contesta soltanto che ciò sia compatibile con la loro impostazione: chi decreta la dannazione prima del peccato e rende espressamente la prescienza dipendente dal decreto, ha decretato con essa anche il peccato, comunque lo chiami.
Le ragioni degli avversari e la risposta di Sozzini
Sozzini non si accontenta di mostrare le conseguenze della dottrina. Esamina una per una le tre ragioni principali degli avversari: l’onnipotenza di Dio, il governo del mondo da parte di Dio e la prescienza di Dio. Ciascuna di queste ragioni sembra dimostrare che nulla può accadere che Dio non abbia prima decretato.
Onnipotenza: deve accadere tutto ciò che Dio vuole?
«Il nostro Dio è nei cieli; egli fa tutto ciò che gli piace» (Sal 115,3). Se accadesse qualcosa contro la volontà di Dio, egli non sarebbe né onnipotente né perfettamente beato — così suona la prima obiezione. Calvino vi aveva aggiunto che Dio non si limita a permettere il male, ma lo vuole e lo dirige.
«[…] da ciò risulta più che a sufficienza che vaneggiano e dicono sciocchezze coloro che alla provvidenza di Dio sostituiscono una nuda permissione — come se Dio, seduto in vedetta, aspettasse gli eventi fortuiti, e così i suoi giudizi dipendessero dall’arbitrio degli uomini.»
[…] ex quibus tamen satis superque liquet nugari eos et ineptire, qui in locum providentiae Dei nudam permissionem substituunt, ac si in specula sedens exspectaret fortuitos eventus, atque ita eius iudicia penderent ab hominum arbitrio.
Sozzini non nega l’onnipotenza. Nega che ogni volontà di Dio debba essere una volontà assoluta. Ciò che Dio vuole da uomini liberi, per la natura stessa della cosa può volerlo soltanto in modo che essi possano anche astenersene; altrimenti non otterrebbe ciò che cerca:
«Lo spiego. Dio desidera, per esempio, che non si commettano omicidi. Ma che cos’è ciò che desidera? Questo appunto: che gli uomini, sebbene accada che possano uccidere qualcuno, tuttavia non uccidano mai. Questo egli lo vuole a tal punto che non potrebbe volerlo di più. … Ed egli lo vuole perché vi sia posto tanto per la virtù quanto per il vizio, e per questa stessa ragione anche per il premio e per la pena — per i quali non può esservi alcun posto là dove la cosa può avvenire in un solo modo.»
Fausto Sozzini, Lezioni teologiche (Praelectiones theologicae) — Cap. VII: Gli argomenti degli avversari confutati
Neppure la beatitudine di Dio ne subisce danno: «Dio stesso infatti ha voluto che le cose potessero andare così; e qualunque cosa infine gli uomini facciano contro ciò che egli desiderava, egli sa volgere tutto, nella sua infinita sapienza, alla sua gloria immortale.»
Due volontà in Dio?
La teologia riformata ricorse a una distinzione. Dio avrebbe una volontà rivelata, che manifesta nel comandamento e nella promessa, e una volontà nascosta, secondo la quale decreta effettivamente ciò che accade. Nel comandamento Dio vuole che tutti si convertano; nel suo decreto ha stabilito che la maggior parte non lo faccia. Calvino ha previsto l’accusa e ha negato che Dio finga; la sua volontà sarebbe in sé una e ci apparirebbe soltanto molteplice:
«Tuttavia la volontà di Dio non per questo è in contrasto con se stessa, né muta, né Dio finge di non volere ciò che vuole. Essendo essa in lui una e semplice, a noi appare molteplice, perché, a causa della debolezza della nostra mente, non comprendiamo come egli, in modo diverso, non voglia e voglia che la stessa cosa avvenga.»
Neque tamen ideo vel secum pugnat, vel mutatur Dei voluntas, vel quod vult se nolle simulat; sed quum una et simplex in ipso sit, nobis multiplex apparet: quia pro mentis nostrae imbecillitate, quomodo idem diverso modo nolit fieri et velit, non capimus.
Come ciò si presenti in concreto, lo mostra la sua interpretazione di 2 Pt 3,9, dove si dice che Dio non vuole «che alcuni periscano»:
«Ma qui si può domandare: se Dio non vuole che alcuno perisca, perché tanti periscono? Rispondo: qui non si fa menzione del consiglio nascosto di Dio, con cui i reprobi sono destinati alla loro rovina, ma soltanto della volontà che ci è rivelata nel Vangelo. Lì infatti Dio porge la mano a tutti indistintamente; ma afferra, per condurli a sé, soltanto quelli che ha eletto prima della fondazione del mondo.»
Sed hic quaeri potest, si neminem Deus perire velit, cur tam multi pereunt? Respondeo, non de arcano Dei consilio hic fieri mentionem quo destinati sunt reprobi in suum exitium: sed tantum de voluntate quae nobis in evangelio patefit. Omnibus enim promiscue manum illic porrigit Deus, sed eos tantum apprehendit ut ad se ducat quos ante conditum mundum elegit.
Sozzini legge lo stesso versetto come espressione di ciò che Dio vuole «sempre, con la sua volontà ordinaria». Una seconda volontà, nascosta, che contraddica quella rivelata, per lui non esiste; una simile distinzione farebbe di Dio un ipocrita:
«Per salvaguardare l’onnipotenza di Dio e mostrare insieme che essa può sussistere con quella sua volontà che si manifesta nel dare i comandamenti, non è necessario rifugiarsi in quella distinzione per cui vi sarebbe una volontà di Dio rivelata e una nascosta … e fare così di Dio, in modo non meno ridicolo che empio, un ipocrita, come se ciò che comanda non lo volesse davvero, ma volesse soltanto ciò che vediamo accadere. Vi è infatti una sola volontà ordinaria di Dio, ed essa è pienamente conforme ai suoi comandamenti ed è in essi espressa …»
Fausto Sozzini, Lezioni teologiche (Praelectiones theologicae) — Cap. VII: Gli argomenti degli avversari confutati
I due esempi prediletti della parte avversa Sozzini li esamina uno per uno. Ad Abramo fu comandato di sacrificare Isacco, e poi gli fu impedito; dunque Dio non avrebbe voluto ciò che comandava? No: Dio «provò» Abramo (Gen 22,1), e Abramo fece tutto ciò che dipendeva da lui, così che la Scrittura dice che egli offrì suo figlio (Eb 11,17; Gc 2,21). Dio dunque non ha revocato il suo comandamento, ma Abramo lo ha adempiuto perfettamente. E l’indurimento del faraone è un caso particolare del giusto giudizio su uno che aveva già prima oppresso l’innocente popolo di Dio — di lui si parlerà ancora più avanti.
Governo del mondo: il dominio di Dio diventa incerto?
La seconda ragione: se l’uomo è libero, il governo del mondo procederebbe in parte dalla volontà di Dio, in parte da quella dell’uomo, e nulla sarebbe più certo. La risposta di Sozzini è un’accurata distinzione. Libera è la volontà; le azioni esterne, invece, Dio le ha tenute nella sua mano. «All’uomo, i disegni del cuore; ma la risposta della lingua vien dall’Eterno» (Pr 16,1).
«Ciò che affermiamo che Dio ha posto nel potere dell’uomo non è di natura tale da riguardare in qualche modo il governo di questo mondo. È il volere e il non volere, e ciò nel modo più perfetto e assoluto. … anzi, tutta l’efficacia risiede nelle azioni esterne. Ma queste Dio le ha riservate interamente a sé, e non ha dato all’uomo su di esse — neppure sulle più piccole — alcun potere assolutamente libero. … Dio infatti misura tanto l’obbedienza quanto la disobbedienza degli uomini in base alla volontà stessa, perfetta e compiuta, non in base all’azione esterna.»
Fausto Sozzini, Lezioni teologiche (Praelectiones theologicae) — Cap. VII: Gli argomenti degli avversari confutati
Dio giudica dunque l’uomo secondo ciò che è in potere dell’uomo: secondo la volontà compiuta. Abramo non ha ucciso suo figlio, eppure ha obbedito perfettamente; Balaam non ha maledetto Israele, ma l’ha benedetto, e tuttavia è biasimato per la sua volontà (2 Pt 2,15–16). Dio può dirigere persino la volontà, quando i suoi giudizi lo richiedono. Ma resta la regola che egli la lascia libera, e resta la distinzione tra decreto e permissione: ciò che si commette contro la legge di Dio non accade per suo decreto, ma soltanto con la sua permissione, «tranne assai di rado, per certe ragioni che vengono spiegate altrove» — si intendono gli induriti, di cui si parla più avanti. È proprio la permissione che Calvino aveva schernito come scappatoia.
Dio conosce il futuro? La tesi più audace di Sozzini
La terza ragione è la più forte. Dio sa tutto in anticipo, e in modo infallibile. Ciò che egli sa infallibilmente è certo; ciò che è certo non può andare diversamente. Dunque tutto è necessario, che Dio lo abbia decretato o soltanto previsto. Altri tennero insieme prescienza e libertà: il gesuita Luis de Molina con la sua “scienza media” di Dio circa ciò che uomini liberi farebbero in tutte le circostanze pensabili, e, poco dopo la morte di Sozzini, Arminio e i Rimostranti, che fondarono l’elezione sulla fede prevista. Entrambi presuppongono una prescienza certa delle libere decisioni.
Sozzini prende un’altra strada. Dà ragione agli avversari sul fatto che prescienza certa e libertà non si conciliano. Poi trae la conseguenza che prima di lui quasi nessuno aveva osato trarre: Dio non conosce in anticipo le libere decisioni degli uomini. Ciò non è, ed egli lo sottolinea, una limitazione della sua onniscienza:
«Rispondo: Dio sa tutto ciò che per sua natura è conoscibile, come può tutto ciò che per sua natura è possibile. Ma come vi sono cose che per loro natura non possono in alcun modo avvenire, e per questo non si può in alcun modo dire che Dio possa farle, senza che per ciò si tolga alcunché alla sua onnipotenza, così vi sono anche cose di cui non si può in alcun modo dire che Dio le sappia, senza che per ciò si tolga alcunché alla sua onniscienza.»
Deus omnia scit, quæ sua natura scibilia sunt, quemadmodum omnia potest, quæ sua natura possibilia sunt.
Fausto Sozzini, Lezioni teologiche (Praelectiones theologicae) — Cap. VIII: Sulla prescienza o preconoscenza di Dio
Sozzini lo illustra con il corrispettivo dell’onnipotenza. Che Dio non possa far sì che ciò che è avvenuto non sia avvenuto non è una debolezza, perché dipende dalla natura della cosa, non da una mancanza in Dio. Allo stesso modo non è una mancanza se Dio non sa ciò che ancora non esiste affatto. Una libera decisione non ancora presa resta aperta in entrambe le direzioni:
«Si deve sapere che le cose future contingenti, prima che avvengano, non sono né future né non future. Di qui quel detto: delle cose future contingenti non vi è verità determinata, perché esse sono aperte all’una e all’altra parte. E prima che avvengano possiamo bensì affermare che esse o sono future o non lo sono — in questo modo: quella cosa o sarà o non sarà; ma nessuna delle due possiamo asserire. Quella regola, infatti, secondo cui di qualunque cosa si deve affermare o negare qualcosa, non ha luogo nelle cose future contingenti.»
Sciendum est, futura contingentia antequam fiant, nec futura esse, nec esse non futura.
Fausto Sozzini, Lezioni teologiche (Praelectiones theologicae) — Cap. VIII: Sulla prescienza o preconoscenza di Dio
Qui, a margine dell’edizione originale, si trova il rimando ad Aristotele, Sull’interpretazione, capitolo 9 — il celebre esempio della battaglia navale di domani, della quale oggi non è vero né che avrà luogo né che non avrà luogo. Neppure l’obiezione che Dio stia fuori del tempo e veda tutto come presente Sozzini la ammette. «Il tempo infatti è eterno, qualunque cosa obiettino i nostri teologi»; a Dio è sì presente tutto, ma soltanto ciò che in qualche modo è. «Quale è il conoscibile, tale dev’essere la scienza del conoscibile» — il passato Dio lo conosce come passato, il presente come presente, il futuro come futuro — e ciò che è ancora aperto, come aperto.
Che vi siano decisioni aperte di questo genere è scelta di Dio stesso. Sozzini domanda che cosa sia più verosimile: «che Dio non abbia voluto lasciare all’uomo alcuna libertà, per poter egli stesso preconoscere tutto, oppure che abbia dato all’uomo una libertà e si sia privato di quella prescienza». E pone agli avversari una domanda alla quale la loro dottrina non ha una buona risposta: se un atto libero era certo già dall’eternità, da dove veniva questa certezza?
«Ora, poiché nessun effetto è senza la sua causa prossima, domando: qual è la causa prossima di questa certezza? Non può essere certo l’uomo stesso o la sua volontà, poiché né questa né quello ancora esistono. … Deve dunque esservi un’altra causa: se dirai che è Dio, farai di Dio l’autore di tutti i delitti; se dirai che è qualcos’altro, porrai accanto a Dio un secondo principio agente e intelligente. Ma l’una e l’altra cosa è manifestamente empia e blasfema.»
Fausto Sozzini, Lezioni teologiche (Praelectiones theologicae) — Cap. XI: Conclusione sulla questione della prescienza
Perde forse Dio qualcosa sapendo come aperto ciò che è aperto? Secondo Sozzini, è vero il contrario.
«Certo quella prescienza è tanto lontana dall’attribuire qualcosa a Dio, che piuttosto gli toglie qualcosa: sopprime cioè, almeno in parte, e oscura la cura continua che egli ha delle cose umane, e lo rende in certo modo inoperoso. … Insomma, la continua osservazione e direzione delle azioni umane, che nella Sacra Scrittura è attribuita a Dio dappertutto e che dimostra al massimo grado il suo supremo dominio e governo sugli uomini, viene da quella prescienza del tutto scossa e quasi rovesciata dalle fondamenta.»
Fausto Sozzini, Lezioni teologiche (Praelectiones theologicae) — Cap. VIII: Sulla prescienza o preconoscenza di Dio
Il Dio della Bibbia non è per Sozzini lo spettatore di un corso di eventi fissato da tempo, ma uno che guarda, esamina e agisce.
Che cosa dice la Scrittura sulla conoscenza di Dio
Che non si tratti di sola filosofia, Sozzini lo mostra con passi difficilmente conciliabili con una prescienza infallibile. Dio «si pentì» d’aver fatto l’uomo «e se ne addolorò in cuor suo» (Gen 6,6). Quando Abramo alza il coltello, Dio gli dice per bocca dell’angelo: «ora so che tu temi Iddio» (Gen 22,12). Della sua vigna si lamenta: «Perché, mentr’io m’aspettavo che facesse dell’uva, ha essa fatto delle lambrusche?» (Is 5,4). Nel modo più netto Sozzini formula il caso del giuramento. Dio aveva giurato di condurre il popolo nel paese promesso, e, dopo l’incredulità del popolo, giura che questa generazione non lo vedrà (Nm 14):
«Chi tra gli uomini, infatti, è così fuori di senno da giurare sul serio che farà una cosa che sa già con certezza che non farà affatto, o di cui conosce già perfettamente le ragioni per cui in nessun modo la farà? O che cosa sarebbe più indegno di Dio che giurare di fare qualcosa — non con l’animo, ma soltanto a parole?»
Fausto Sozzini, Lezioni teologiche (Praelectiones theologicae) — Cap. XI: Conclusione sulla questione della prescienza
Un giuramento la cui violazione fosse già certa non sarebbe un giuramento. Chi prende sul serio passi come questi deve o reinterpretarli o ammettere che Dio risponde davvero all’agire degli uomini.
E le profezie?
Eppure la Bibbia predice azioni future di uomini — l’apostasia d’Israele, il rinnegamento di Pietro, la venuta di falsi profeti. Sozzini esamina questi passi uno per uno e ne riassume il risultato in quattro regole:
- Se la Scrittura predice con certezza opere buone, è Dio stesso che le ha decretate.
- Una predizione può fondarsi su ciò che è altamente probabile, senza essere certa. «Io conosco quali siano i pensieri ch’essi concepiscono, anche ora», dice Dio del popolo di cui predice l’apostasia (Dt 31,21): egli trae la conclusione da ciò che vede in esso.
- Una predizione può essere più ammonimento che annuncio — come un padre predice con sicurezza al figlio che cadrà in un errore, perché se ne guardi con tanta maggiore cura.
- Se un’opera malvagia è predetta con certezza, Dio ha decretato l’azione, non però la malvagità del cuore; questa la trova già presente.
Così Sozzini spiega anche il rinnegamento di Pietro: Pietro con la sua presunzione aveva meritato che Dio gli sottraesse la grazia che avrebbe potuto preservarlo; Cristo predice la conseguenza di questa sottrazione. E se Cristo come agnello fu «ben preordinato prima della fondazione del mondo» (1 Pt 1,20), ciò era secondo Sozzini un decreto condizionato: Cristo doveva essere dato, se gli uomini avessero peccato. Una condizione non annulla il decreto; mostra però che il peccato non era previsto.
Con la negazione della prescienza Sozzini è quasi solo nella storia della teologia. Cattolici, luterani e riformati l’hanno respinta all’unanimità. Persino il Catechismo Racoviano, che riprende la critica di Sozzini alla predestinazione fin nella lettera, non fa di questa tesi un articolo di dottrina. Precursori vi furono nel XIX secolo, ad esempio il metodista americano Lorenzo D. McCabe (1882); ma la posizione è stata ampiamente accolta solo nel XX secolo sotto il nome di “Open Theism” (“teismo aperto”), per esempio nel volume collettivo The Openness of God (1994). Chi condivide il rifiuto della predestinazione da parte di Sozzini non è tenuto a seguirlo su questo punto; il suo argomento mostra però quanto seriamente egli prendesse la libertà che Dio ha dato all’uomo.
I passi scritturali della parte avversa
Sozzini non elude i testi difficili. In tre lunghi capitoli passa in rassegna i passi su cui si fonda la dottrina della predestinazione. Il suo metodo è ovunque lo stesso: leggere il contesto, badare alla lettera del testo originale e non fare di un decreto particolare di Dio su singole persone una regola generale. «Da singoli esempi, infatti, non è lecito stabilire una regola; le regole vanno piuttosto ricavate da ciò che riguarda tutti in generale e si dice di tutti in generale.»
Romani 9: Giacobbe ed Esaù, il faraone e il vasaio
Nessun capitolo è citato tanto spesso a favore della doppia predestinazione. «Così dunque Egli fa misericordia a chi vuole, e indura chi vuole» (Rm 9,18). Sozzini legge il capitolo a partire dal suo intento: Paolo vuole mostrare che non tutti i discendenti carnali di Abramo sono veri figli di Abramo, ma lo sono coloro che credono per mezzo di Cristo, quali che siano i genitori da cui sono nati. Che su Giacobbe ed Esaù si sia deciso «prima che fossero nati» (Rm 9,11), risponde all’obiezione che Dio avrebbe preferito Giacobbe perché era migliore; si tratta della preminenza di Giacobbe, non della salvezza eterna e della dannazione eterna. «Non dipende dunque né da chi vuole né da chi corre» (Rm 9,16) si riferisce al volere e al correre per ottenere i benefici di Dio — non alla volontà di osservare il comandamento di Dio. Il faraone, poi, aveva oppresso a lungo il popolo di Dio prima che Dio lo indurisse; il suo indurimento fu una pena, non l’inizio della sua colpa. L’immagine del vasaio, infine, Sozzini la interpreta così:
«Il senso di Paolo è dunque questo: come al vasaio è lecito formare dalla stessa massa un vaso per uso onorevole e un altro per uso disonorevole, così a Dio è lecito, dall’intero genere umano, colpire gli uni con le pene meritate dai loro delitti, e colmare gli altri, benché non lo meritino, dei suoi doni.»
Fausto Sozzini, Lezioni teologiche (Praelectiones theologicae) — Cap. XII: Testimonianze scritturali contro il libero arbitrio
L’argilla da cui il vasaio forma i vasi non è dunque fatta di uomini prima della loro nascita, ma di uomini già divenuti giusti o malvagi. Sozzini rimanda per questo a Geremia 18 e Isaia 45, da cui Paolo ha preso l’immagine. In Geremia il vasaio è proprio colui che lega la sua parola alla condotta degli uomini:
«A un dato momento io parlo riguardo a una nazione, riguardo a un regno, di svellere, d’abbattere, di distruggere; ma, se quella nazione contro la quale ho parlato, si converte dalla sua malvagità, io mi pento del male che avevo pensato di farle.»
Geremia 18,7–8
Romani 8,29–30: la catena della salvezza
«Perché quelli che Egli ha preconosciuti, li ha pure predestinati ad esser conformi all’immagine del suo Figliuolo, ond’egli sia il primogenito fra molti fratelli; e quelli che ha predestinati, li ha pure chiamati; e quelli che ha chiamati, li ha pure giustificati; e quelli che ha giustificati, li ha pure glorificati.»
Romani 8,29–30
Questa “catena d’oro” era per i riformati la prova che gli eletti giungono infallibilmente alla gloria. Sozzini la legge a partire dal versetto precedente: Paolo parla di «quelli che amano Dio» (Rm 8,28). Il greco proegnō («preconosciuti») significa qui, come in Rm 11,2, “approvati in anticipo” o “eletti in anticipo”, non un semplice sapere prima.
«In queste parole l’Apostolo insegna che coloro che amano Dio, e perciò sono già stati in precedenza approvati da Dio stesso, sono destinati per suo decreto alla gloria, e mostra per quali gradi essi vi siano da lui condotti.»
Fausto Sozzini, Lezioni teologiche (Praelectiones theologicae) — Cap. XIII: Predestinare, eleggere, chiamare
Il risultato di Sozzini è che il passo «non contiene altro decreto immutabile di Dio se non questo: che coloro che amano Dio non possono non essere amati da Dio con quell’amore che egli ha mostrato in Cristo, e così essere salvati in eterno». La catena descrive la via di coloro che amano Dio, non un elenco di nomi.
Efesini 1,4–5: eletti prima della fondazione del mondo
«In lui ci ha eletti, prima della fondazione del mondo» (Ef 1,4). Il verbo “eleggere” indica qui, secondo Sozzini, non l’atto dell’elezione, ma il decreto di eleggere — così come Paolo può dire che Dio i suoi li ha già «glorificati» (Rm 8,30). E questo decreto non riguarda nomi, ma un genere di uomini. Sozzini lo mostra con il regno che per i benedetti è stato «preparato sin dalla fondazione del mondo» (Mt 25,34): il versetto seguente ne dà la ragione — «Perché ebbi fame, e mi deste da mangiare».
«E in nessun altro modo, in verità, si devono spiegare tutti quei passi in cui si parla di un decreto divino, e antichissimo, sulla salvezza di certi uomini: cioè in modo che non si intendano determinati uomini nominatamente, ma un certo genere di uomini.»
Fausto Sozzini, Lezioni teologiche (Praelectiones theologicae) — Cap. XIII: Predestinare, eleggere, chiamare
Predestinato è dunque chi viene salvato — secondo il genere: chi crede, ama e obbedisce.
Atti 13,48: «… tutti quelli che erano ordinati a vita eterna»
Il passo era considerato dagli avversari inconfutabile. Sozzini osserva anzitutto, senza darvi troppo peso, che in greco si legge tetagmenoi, “ordinati” o “disposti”, non protetagmenoi, “preordinati”, e che non viene nominato nessuno che li avrebbe ordinati. Secondo lui si intendono coloro che per la loro rettitudine erano «adatti e idonei» al Vangelo. Già prima, nel suo scritto Su Gesù Cristo Salvatore, aveva mostrato dove porta l’interpretazione avversaria: Luca avrebbe dovuto sapere che, di tutti i predestinati di Antiochia di Pisidia, nessuno era rimasto incredulo. A che cosa sarebbe servito un simile sapere?
«Certo, se considererai tutto dentro di te, riconoscerai che da ciò non sarebbe potuto derivare altro che qualche grande male — e soprattutto ciò che poco fa dicevamo dello stesso Luca: cioè un rilassamento e quasi uno spegnimento della carità, in coloro che allora vivevano, verso quelli di cui risultava che non avevano creduto.»
Fausto Sozzini, Su Gesù Cristo Salvatore (De Jesu Christo Servatore) — Parte quarta: La fede giustificante e l’imputazione della giustizia di Cristo › Fede, predestinazione
Una dottrina che permettesse di liquidare gli altri come reprobi contrasterebbe con il comandamento della carità — per Sozzini ragione sufficiente per non trovarla in questo versetto.
Giovanni 6,44: il Padre che attira
«Niuno può venire a me se non che il Padre, il quale mi ha mandato, lo attiri» (Gv 6,44). Il venire dipende dunque soltanto dal fatto che Dio attiri? Sozzini concede dapprima, per amor di discussione, che l’attrazione possa essere una forza interiore non concessa a tutti, e mostra che neppure in tal caso ne segue nulla contro la libertà:
«Anche se quell’attrazione di Dio (se così posso dire) non fosse altro che una forza interiore di Dio, non concessa a tutti coloro che odono la parola esterna, non se ne potrebbe tuttavia concludere che, quanto all’assenso da dare alla parola esterna di Dio, nulla sia posto nel potere dell’uomo. Cristo infatti non dice che tutti coloro che sono attirati dal Padre vanno a lui, ma che nessuno può andare se non è attirato.»
Fausto Sozzini, Lezioni teologiche (Praelectiones theologicae) — Cap. XII: Testimonianze scritturali contro il libero arbitrio
Chi è attirato può dunque, nondimeno, non venire, «perché appunto non vuole andare». La sua interpretazione va oltre. Mediante la predicazione di Cristo il Padre vuole attirare tutti coloro che la ascoltano. Chi non viene non è attirato da Dio, «che vuole attirarlo mediante la predicazione di Cristo», a causa della propria malvagità, non perché Dio non abbia voluto attirarlo. Il contesto mostra dove Gesù vuole arrivare. Egli risponde a Giudei che mormorano contro di lui e riconduce la loro incredulità al loro stesso atteggiamento: «Se uno vuol fare la volontà di lui, conoscerà se questa dottrina è da Dio» (Gv 7,17); il giudizio è questo: «che la luce è venuta nel mondo, e gli uomini hanno amato le tenebre più che la luce, perché le loro opere erano malvage» (Gv 3,19). Se Gesù avesse ricondotto l’incredulità al decreto di Dio, l’avrebbe scusata.
Giovanni 10: le pecore che nessuno rapirà dalla sua mano
«Voi non credete, perché non siete delle mie pecore» (Gv 10,26) — da ciò gli avversari concludono che le pecore sarebbero destinate dall’eternità. Sozzini risponde: Gesù lo dice come rimprovero; con ciò mette a nudo la colpa degli ascoltatori invece di scusarla. Pecore sono chiamati coloro che hanno già accolto la sua dottrina o che per la loro rettitudine vi sono aperti. E che nessuno le rapirà dalla sua mano (Gv 10,28) riguarda ciò che altri possono fare contro di loro, non se esse stesse possano gettar via la fede.
Filippesi 2,12–13: Dio opera il volere e l’operare
«Dio è quel che opera in voi il volere e l’operare, per la sua benevolenza» (Fil 2,13). Qui, così pare, persino il volere è opera di Dio. Sozzini non lo nega — legge soltanto anche il versetto precedente:
«Rispondo che, come si è detto sopra, non dubito che Dio debba essere chiamato autore anche della nostra stessa buona volontà; tuttavia nego che ne segua che in questa materia noi non operiamo nulla liberamente. E ciò è manifesto già da questo stesso passo, poiché prima delle parole appena citate, al versetto 12, sta scritto: “compiete la vostra salvezza con timore e tremore”, e la ragione di questa esortazione è data subito nelle stesse parole di cui ci occupiamo.»
Fausto Sozzini, Lezioni teologiche (Praelectiones theologicae) — Cap. XII: Testimonianze scritturali contro il libero arbitrio
Ne segue che «era in parte in potere di quei Filippesi operare qualcosa per conseguire la propria salvezza». Dio opera il volere mediante la sua parola, mediante le promesse del Vangelo e i segni che lo hanno confermato; Paolo usa per l’operare di Dio nei Filippesi lo stesso verbo che usa per la parola di Dio, la quale «opera» nei Tessalonicesi (1 Ts 2,13). Un operare mediante la parola non sopprime la libertà di chi ascolta, la presuppone.
Ezechiele 36,26: il cuore nuovo
«Vi darò un cuor nuovo, e metterò dentro di voi uno spirito nuovo» (Ez 36,26) — non crea qui Dio la volontà stessa da capo, senza che l’uomo vi contribuisca in nulla? Sozzini riprende anzitutto un’immagine di Erasmo: così un maestro potrebbe dire al suo allievo: «Ti toglierò questa lingua barbara e ti metterò una lingua romana», e tuttavia esigere da lui diligenza. Poi mostra sul testo in qual modo Dio dia il cuore nuovo:
«Aggiungi che dal passo stesso risulta abbastanza chiaramente che Dio non ha voluto indicare alcuna necessità, ma neppure alcuna forza interiore, poiché Dio mostra che ciò che lì promette non lo realizzerà in altro modo che con la moltitudine dei benefici di cui avrebbe colmato il popolo, ammorbidendone così il cuore e l’animo, e generando e creando in esso, per così dire, la volontà e la prontezza di obbedirgli.»
Fausto Sozzini, Lezioni teologiche (Praelectiones theologicae) — Cap. XII: Testimonianze scritturali contro il libero arbitrio
Secondo la stessa regola Sozzini legge i passi in cui si dice che Dio dà o concede qualcosa, oppure non lo dà (Dt 29,4; 2 Tm 2,25): la parola indica l’effetto, non la semplice volontà; «a buon diritto», dice Sozzini, non dà colui «che non trova chi accetti». Che Israele non abbia ricevuto «un cuore per comprendere» non dipese dal fatto che Dio non volesse darglielo.
Il faraone, Giuda e gli induriti
Restano i casi in cui Dio stesso indurisce un uomo o se ne serve per un’azione malvagia: il faraone, Sihon, i figli di Eli, Absalom, Giuda. Sozzini mostra in ciascuno di essi che il decreto fu preceduto da una malvagità che lo motivava. Era decretato che uno dei commensali di Gesù lo tradisse — non che fosse Giuda. Giuda fu scelto per questo ruolo quando era già ladro e avido (Gv 12,6; Mt 26,15). Allo stesso modo Sozzini legge 1 Pt 2,8, dove degli increduli si dice che intoppano nella Parola, «ed a questo sono stati anche destinati»: destinata non è la loro incredulità, ma il fatto che chiunque rigetta il Vangelo debba inciampare in questa pietra. Il risultato Sozzini lo riassume in un principio:
«E in tutta questa discussione si deve richiamare alla memoria ciò che abbiamo detto trattando della prescienza di Dio: che Dio non è mai autore e causa della colpa o del peccato insito in un’azione, ma soltanto dell’azione stessa. La malizia e l’iniquità, infatti, da cui procede ogni colpa, egli le trova già nell’uomo che spinge a compiere qualche misfatto, perché questi è già malvagio e iniquo …»
Fausto Sozzini, Lezioni teologiche (Praelectiones theologicae) — Cap. XIV: Testimonianze di un decreto particolare
Dio si serve della malvagità che trova; non la crea. Persino con i falsi maestri, per i quali «già ab antico è scritta» la condanna (Gd 4), Dio secondo Sozzini aspetta con grandissima pazienza che si ravvedano «e gli forniscano una ragione per revocare il suo decreto».
Il libro della vita
Neppure il discorso sul libro della vita (Ap 13,8; 17,8) prova una destinazione irrevocabile. Mosè prega: «cancellami dal tuo libro che hai scritto!», e Dio risponde: «Colui che ha peccato contro di me, quello cancellerò dal mio libro!» (Es 32,32–33). Cristo promette a chi vince: «io non cancellerò il suo nome dal libro della vita» (Ap 3,5) — una promessa che ha senso solo se la cancellazione è possibile. E Paolo dice dei suoi collaboratori che i loro nomi sono nel libro della vita (Fil 4,3); più tardi deve però dare per perduto uno di essi, Dema (Fm 24): «Dema, avendo amato il presente secolo, mi ha lasciato» (2 Tm 4,10).
Che cosa Sozzini pone al suo posto: predestinata è la via
Sozzini non cancella le parole bibliche, restituisce loro il senso che è loro proprio. Dio ha predestinato, e ciò prima della fondazione del mondo, come vuole salvare gli uomini: per mezzo di Gesù Cristo, tutti coloro che credono e obbediscono. Il Catechismo Racoviano, che riassume la dottrina di Sozzini, lo ha racchiuso in una frase:
«La predestinazione di Dio nella Scrittura non indica altro che questo decreto di Dio sugli uomini, preso prima della fondazione del mondo: che egli avrebbe dato la vita eterna a coloro che avessero creduto in lui e gli avessero obbedito; a esso corrisponde dall’altra parte quel decreto: che egli avrebbe punito con la dannazione eterna coloro che si fossero rifiutati di credere in lui e di obbedirgli. Cristo infatti, perfetto interprete della volontà divina, ci ha esposto questo consiglio di Dio e i due decreti nel modo seguente: chi crede in lui avrà certamente la vita eterna; chi invece non crede sarà certamente condannato.»
Catechismo Racoviano — Le prove scritturali degli avversari a favore della predestinazione › I concetti di predestinazione, elezione e chiamata
Ne deriva anche la concezione che Sozzini ha dell’elezione. La Scrittura conosce due significati. In senso più ampio sono detti “eletti” tutti coloro che hanno accolto il Vangelo; così Paolo chiama l’intera comunità di Tessalonica (1 Ts 1,4). In senso più stretto sono detti eletti soltanto coloro che conducono anche una vita conforme al Vangelo — «Poiché molti son chiamati, ma pochi eletti», dice Gesù a proposito dell’invitato senza l’abito nuziale (Mt 22,14). Perciò Pietro esorta: «vie più studiatevi di render sicura la vostra vocazione ad elezione» (2 Pt 1,10). Un’elezione che si deve rendere sicura non è un’elezione fissata dall’eternità.
«Da quanto abbiamo finora discusso è, a nostro avviso, abbastanza chiaro che dall’elezione di Dio, di cui parla la Sacra Scrittura, non si può ricavare nulla che mostri che nel conseguire la nostra salvezza non facciamo nulla liberamente. Piuttosto se ne deve comprendere a sufficienza che senza la nostra volontà la salvezza non ci viene procurata e assolutamente nulla viene compiuto — poiché neppure l’elezione stessa può esistere o sussistere in alcun modo senza qualche libera azione della nostra volontà.»
Fausto Sozzini, Lezioni teologiche (Praelectiones theologicae) — Cap. XIII: Predestinare, eleggere, chiamare
L’elezione dunque non sostituisce la fede, la segue: Dio elegge coloro che seguono la sua chiamata, e resta fedele a coloro che rimangono nel suo amore.
Cristo: l’unico che fu predestinato con certezza
Agostino e i suoi seguaci si richiamavano volentieri a Cristo stesso: egli era stato con certezza destinato alla salvezza prima della fondazione del mondo; come il capo, così le membra. Sozzini concede la prima affermazione e nega la seconda:
«Rispondo: se le membra dovessero essere certe come doveva essere certo il capo, l’argomento reggerebbe. Ora, invece, il capo doveva sì essere certo — altrimenti la via stessa della nostra salvezza, che Dio avesse scelto, sarebbe stata incerta —; le membra invece non solo possono essere incerte, ma devono anche esserlo: altrimenti Dio non potrebbe in alcun modo punire coloro che non fossero membra proprio per il fatto di non esserlo.»
Fausto Sozzini, Lezioni teologiche (Praelectiones theologicae) — Cap. XIV: Testimonianze di un decreto particolare
Predestinato con certezza è il Salvatore, e con lui la via; aperto è chi la percorre. In ciò Sozzini non vede una perdita, ma una consolazione: se già Cristo, che non poteva fare altro che obbedire, è stato così riccamente ricompensato per la sua obbedienza, allora «certamente anche noi, che potremmo non obbedire, non saremo defraudati della nostra mercede».
La fede è allora ancora un dono di Dio?
L’obiezione è ovvia: se l’uomo può credere o non credere, alla fine deve la sua salvezza a se stesso. Sozzini risponde con un’immagine semplice:
«E la fede non cessa di essere un dono di Dio, anche se è in potere dell’uomo credere, cioè accettare la fede che Dio gli offre mediante la predicazione del Vangelo. Allo stesso modo, se volessi donare del denaro a qualcuno a cui non devo assolutamente nulla, la mia liberalità non sarebbe in alcuna parte sminuita, anche se fosse in suo potere accettare o non accettare quel denaro.»
Fausto Sozzini, Lezioni teologiche (Praelectiones theologicae) — Cap. XII: Testimonianze scritturali contro il libero arbitrio
Dio non deve nulla a nessuno, «se non in forza di una promessa»; manda il Vangelo, dà le promesse, le conferma e dona ai credenti il suo Spirito. L’uomo accetta soltanto ciò che gli viene offerto — ma lo accetta lui. Alla fine del quattordicesimo capitolo Sozzini tira le somme:
«Concludo dunque infine: tra coloro ai quali il Vangelo è annunciato con purezza non vi è nessuno (a meno che prima, per giusto giudizio di Dio, non sia stato indurito e accecato a causa dei suoi peccati) che non possa assentirvi liberamente e spontaneamente; e una volta avvenuto ciò, non c’è da temere che non possiamo adempiere i precetti stessi del Vangelo. A coloro infatti che assentono al Vangelo Dio elargisce tutto ciò di cui hanno bisogno per adempierli. E in questo senso affermo che nell’uomo vi è il libero arbitrio.»
Fausto Sozzini, Lezioni teologiche (Praelectiones theologicae) — Cap. XIV: Testimonianze di un decreto particolare
Libertà e grazia non si oppongono in Sozzini: Dio dà tutto ciò che è necessario alla fede e all’obbedienza, e l’uomo lo accetta liberamente.
Che cosa attesta la Scrittura
I passi che Sozzini e i suoi seguaci oppongono al doppio decreto parlano della volontà di Dio di salvare tutti e della responsabilità di ciascuno. Dio dice per bocca di Ezechiele: «io non mi compiaccio della morte dell’empio, ma che l’empio si converta dalla sua via e viva» (Ez 33,11). Egli «vuole che tutti gli uomini siano salvati e vengano alla conoscenza della verità» (1 Tm 2,4) ed è paziente, «non volendo che alcuni periscano, ma che tutti giungano a ravvedersi» (2 Pt 3,9). Mosè pone davanti al popolo «la vita e la morte, la benedizione e la maledizione»: «scegli dunque la vita» (Dt 30,19). E Gesù leva il suo lamento su Gerusalemme: «quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figliuoli … e voi non avete voluto!» (Mt 23,37). Calvino leggeva questi passi diversamente: in 1 Tm 2,4 si tratterebbe «non di singoli uomini, ma di categorie di uomini» (Institutio III,24,16), e in 2 Pt 3,9 Dio parlerebbe soltanto della sua volontà rivelata (vedi sopra). Sozzini prende le parole come stanno.
- Ezechiele 18,20 — «L’anima che pecca è quella che morrà»: ciascuno porta la propria colpa. Un giudizio fissato prima di ogni azione sarebbe il contrario.
- Geremia 31,29–30 — Il proverbio dell’agresto mangiato dai padri non vale più: «ognuno morrà per la propria iniquità».
- Giovanni 3,16 — Dio ha amato «il mondo», affinché «chiunque crede in lui» non perisca. La condizione è la fede, non un nome stabilito in precedenza.
- 1 Timoteo 2,6 — Cristo, «il quale diede se stesso qual prezzo di riscatto per tutti», subito dopo l’affermazione che Dio vuole che tutti gli uomini siano salvati (2,4).
- Giacomo 1,14–15 — La tentazione viene dalla propria concupiscenza; Dio «non può esser tentato dal male, né Egli stesso tenta alcuno» (1,13). Dio non è autore del peccato.
- Matteo 7,13–14 — Due vie e l’invito a entrare per la porta stretta. Un invito presuppone che lo si possa seguire.
- Romani 5,12 — La morte è passata su tutti gli uomini, «perché tutti hanno peccato»: peccato proprio, non sorte decretata.
- 1 Pietro 1,20 — Cristo, «ben preordinato prima della fondazione del mondo»: predestinato è il Salvatore e con lui la via della salvezza.
Obiezioni e risposte
«Allora alla fine l’uomo deve la sua salvezza a se stesso.»
No. Chi accetta un dono non lo ha meritato, ed esso resta un dono anche se egli avrebbe potuto rifiutarlo. Dio manda il Vangelo, dà le promesse e lo Spirito; nessuno può credere in Cristo «se Dio, mediante qualche strumento, non concede la conoscenza di Cristo». La libertà di accettare o rifiutare non fa della salvezza una ricompensa. Fa soltanto della dannazione una colpa propria.
«Anche il Dio di Sozzini indurisce uomini e si serve della loro malvagità. Dov’è la differenza rispetto a Calvino?»
La differenza sta nell’ordine. In Calvino il decreto precede il peccato; in Sozzini il peccato precede il decreto. Dio indurisce soltanto chi si è già indurito da sé, ed è autore dell’azione, non della colpa. Che uno così indurito sia nondimeno punito, Sozzini lo motiva così: «Quando infatti qualcuno scivola necessariamente in un delitto, se è stato egli stesso a procurarsi la causa di quella necessità, non viene scusato, ma è punito come se avesse commesso quel delitto in modo pienamente volontario e libero.» Dio non ha destinato quest’uomo alla caduta dall’eternità, ma lo ha trovato già caduto.
«Un Dio che non conosce il futuro non è onnisciente.»
Onniscienza significa sapere tutto ciò che è conoscibile — come onnipotenza significa poter fare tutto ciò che è possibile. Dio conosce ogni pensiero, ogni intenzione e ogni possibilità, conosce i propri decreti, e sa che cosa farà, comunque gli uomini decidano. Ciò che egli non «sa» è una decisione che non è ancora stata presa. E anche chi non segue Sozzini su questo punto può condividerne la tesi principale: che Dio non destina nessuno alla dannazione prima della sua nascita.
«Senza elezione incondizionata non c’è certezza della salvezza.»
La certezza poggia secondo Sozzini sulla promessa di Dio, non su un decreto nascosto: chi crede e ama Dio non andrà perduto, e nessuno può rapirlo dalla mano di Cristo (Gv 10,28; Rm 8,31–39). Calvino rimanda chi è afflitto dal dubbio a Cristo come allo «specchio» in cui si deve contemplare la propria elezione (Institutio III,24,5). Ma egli stesso ammette che i reprobi talvolta «neppure secondo il loro stesso giudizio differiscono in alcunché dagli eletti» (III,2,11). Chi può allora sapere a quale dei due gruppi appartenga?
«Se Dio non stabilisce tutto, regna il caso.»
Libera è la volontà dell’uomo, non il corso del mondo. Le azioni esterne Dio le ha tenute nella sua mano: permette o impedisce, come gli pare bene, penetra tutte le intenzioni, e qualunque cosa gli uomini intraprendano, sa «volgere tutto alla sua gloria». Il dominio di Dio non è per questo più debole, ma più vivo: Dio vede, esamina, risponde e dirige, invece di eseguire soltanto ciò che è fissato dall’eternità.
«Questa è l’eresia di Pelagio.»
Nel rifiuto del peccato originale Sozzini è effettivamente vicino a Pelagio, e i suoi avversari glielo hanno rinfacciato. Ma egli non insegna che l’uomo diventi giusto con le proprie forze. Ritiene la maggior parte degli uomini debole e corrotta dall’abitudine, ritiene indispensabile l’aiuto di Dio, e riconduce la salvezza interamente alla bontà di Dio in Cristo. Ciò che egli nega è soltanto che Dio rifiuti questo aiuto a un uomo che non se ne sia prima reso indegno con la propria malvagità, e lo punisca poi per ciò che senza di esso non poteva fare. Dove Dio sottrae la sua grazia — al faraone, a Pietro, ai figli di Eli —, si tratta secondo Sozzini sempre di una pena per una colpa precedente.
Influenza
Le comunità dei Fratelli Polacchi hanno fatto propria la dottrina di Sozzini. Il Catechismo Racoviano la segue fin nella lettera: respinge la predestinazione «principalmente per due ragioni» ed enumera le quattro «sconvenienze» che essa dovrebbe attribuire a Dio. Per i riformati “socinianesimo” divenne un’etichetta polemica, con cui si bollavano anche i Rimostranti condannati a Dordrecht. Oggi moltissimi cristiani credono che Dio voglia salvare tutti e che l’uomo possa accettare o rifiutare la grazia offerta. Su questa questione sono più vicini a Sozzini che a Calvino — anche se pochissimi sanno dove queste ragioni siano state elaborate così presto e in modo così organico.
Dio non ha predestinato chi crederà, ma che chi crede e obbedisce sarà salvato. Anche dopo la caduta di Adamo l’uomo resta libero di accettare o rifiutare la grazia offerta: per questo la salvezza è interamente dono e la dannazione interamente colpa propria. Dio non è autore del peccato, la sua chiamata alla conversione è seria, e la sua onniscienza abbraccia tutto ciò che si può sapere — la decisione ancora aperta di un uomo libero vi appartiene tanto poco quanto alla sua onnipotenza appartiene il far sì che ciò che è avvenuto non sia avvenuto. Così Dio resta ciò che la Scrittura dice di lui: giusto, verace e buono.
