2 Corinzi 5,19 – «Dio riconciliava con sé il mondo» — Dio è riconciliatore, non riconciliato
«Dio era in Cristo e riconciliava con sé il mondo» dice due volte che Dio è il soggetto agente della riconciliazione — non il destinatario da placare. La sostituzione penale rovescia la direzione: fa sì che Cristo plachi un Dio adirato. Ma Paolo definisce egli stesso il «modo» della riconciliazione: «non imputando agli uomini le loro colpe» — dunque per grazioso condono, non mediante un pagamento reso a Dio. In senso sociniano: Cristo mostra il Dio già misericordioso e ci volge a lui.
Ma tutto questo viene da Dio, che ci ha riconciliati con sé mediante Cristo e ha affidato a noi il ministero della riconciliazione. È stato Dio infatti a riconciliare a sé il mondo in Cristo, non imputando agli uomini le loro colpe e affidando a noi la parola della riconciliazione.
2 Corinzi 5,18–19
Contesto
2 Corinzi 5,11–21 è un'unità argomentativa compiuta sul ministero apostolico. Paolo giustifica il suo ministero (vv. 11–13), lo fonda sull'amore di Cristo (vv. 14–15), ne trae la conseguenza della «nuova creazione» (vv. 16–17) e sfocia nella «parola della riconciliazione» (vv. 18–21). Il versetto si colloca dunque nell'orizzonte dell'annuncio — le parole chiave sono «ministero» e «messaggio», non un'esecuzione penale giuridica sulla croce.
Il gruppo lessicale katallaghé/katallássō (riconciliazione/riconciliare) percorre i vv. 18–20 cinque volte. Paolo martella il soggetto: «tutto questo viene da Dio» (v. 18), «Dio era in Cristo e riconciliava» (v. 19). Dio non è colui che viene riconciliato, ma colui che riconcilia. Questa osservazione grammaticale è il cardine dell'intera interpretazione.
Il versetto conclusivo v. 21 («colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo fece peccato in nostro favore») è tradizionalmente letto come prova della sostituzione penale. Ma il v. 21 è la precisazione del v. 19, non una seconda affermazione, di segno opposto. Ciò che il v. 19 dice in linea di principio (Dio riconcilia mediante la non imputazione) non può essere annullato dal v. 21. L'interpretazione del v. 21 è trattata a parte (cfr. la voce su 2 Corinzi 5,21).
Storicamente Paolo scrive a una comunità lacerata, che contesta la sua autorità. La «parola della riconciliazione» non è perciò un dogma astratto sul meccanismo della croce, ma un appello pastorale: «lasciatevi riconciliare con Dio» (v. 20). La punta è un invito alla conversione degli uomini — non la descrizione di un mutamento in Dio.
Tesi sociniana fondamentale
La lettura sostitutivo-penale è costretta a rovesciare la direzione del versetto. Legge: Cristo riconcilia il Dio adirato portando la pena richiesta. Il testo dice però il contrario: Dio riconcilia il mondo — Dio è punto di partenza e autore, non destinatario della riconciliazione. In tutto l'uso linguistico paolino Dio non è mai l'oggetto di katallássō; sono sempre gli uomini a essere riconciliati con Dio (Rm 5,10; Col 1,20–22).
Letta in senso sociniano, «riconciliazione» designa il ristabilimento di una relazione spezzata a partire dal lato di Dio. L'inimicizia sta dalla nostra parte (Rm 5,10: «mentre eravamo ancora nemici»); Dio agisce per amore preveniente (Rm 5,8; 1 Gv 4,10). La riconciliazione non è dunque il placamento di un adirato, ma il ricondurre a casa gli estraniati da parte di colui che è già misericordioso.
Il «modo» della riconciliazione il testo non lo lascia aperto, ma lo definisce espressamente: «non imputando agli uomini le loro colpe». Questa è non imputazione (mē logizómenos), cioè grazioso condono — non un pagamento che sarebbe esatto altrove. Se il peccato fosse stato imputato penalmente a Cristo e con ciò saldato, esso non sarebbe affatto «non imputato», bensì pienamente computato.
Cristo è in questo evento il luogo e il mezzo («in Cristo», «mediante Cristo») attraverso cui Dio rivela e rende efficace la sua grazia già esistente. Egli non placa il Padre; viene dal Padre già riconciliato verso i nemici, per ricondurli. La «parola della riconciliazione» e il «ministero della riconciliazione» (vv. 18–19) sono la prosecuzione di questo unico senso di movimento: da Dio verso gli uomini.
Dio è il soggetto della riconciliazione, non il suo oggetto. Cristo non placa il Padre, ma rivela il Dio già misericordioso e ci volge a lui. Il «modo» lo nomina Paolo stesso: «non imputando agli uomini le loro colpe» — grazioso condono, non pagamento.
Esegesi: termini chiave e campo lessicale
Cinque termini chiave decidono linguisticamente e filologicamente l'interpretazione di 2 Corinzi 5,18–21:
katallássō — «riconciliare» e la sua direzione
Il verbo katallássō indica il comporre una discordia, il ristabilire una relazione. Decisiva è l'osservazione della struttura soggetto-oggetto nel NT: Dio è costantemente il soggetto agente, gli uomini (il mondo, «noi») sono l'oggetto. In nessun luogo del NT Dio viene riconciliato; sempre è Dio a riconciliare con sé gli uomini (2 Cor 5,18–20; Rm 5,10; Col 1,20–22).
Questa strada a senso unico grammaticale è teologicamente decisiva. Una sostituzione penale ha bisogno di un evento che ricada su Dio (egli deve essere placato, soddisfatto, appagato nella sua giustizia). Proprio questa direzione di movimento manca nell'uso linguistico paolino. L'unico movimento è quello che da Dio va verso il mondo.
Anche l'imperativo del v. 20 lo conferma: «lasciatevi riconciliare con Dio» (katallághēte tōi theōi) — un appello passivo agli uomini perché accolgano la riconciliazione. Nessuno è invitato a riconciliare Dio. Il mutamento che deve avvenire avviene negli uomini, non in Dio.
mē logizómenos — «non imputando loro le loro colpe»
Il participio mē logizómenos (non imputando) è la spiegazione, data da Paolo stesso, del «modo» della riconciliazione. Logízomai è il termine contabile: imputare, mettere in conto. La riconciliazione avviene dunque per il fatto che Dio non registra le poste del debito — un grazioso condono, non un pareggio del conto mediante un pagamento di terzi.
Qui si manifesta la tensione interna della sostituzione penale: se la colpa fosse stata imputata a Cristo e saldata mediante la sua pena, allora non sarebbe «non imputata», bensì pienamente computata e pagata. Perdono (non imputazione) e pagamento (piena imputazione a un sostituto) si escludono a vicenda dal punto di vista logico. Paolo sceglie inequivocabilmente il perdono.
Lo stesso termine sta al centro di Rm 4,6–8 (Davide: «Beato l'uomo a cui il Signore non mette in conto il peccato») e risale alla promessa dell'alleanza di Ger 31,34 («non mi ricorderò più del loro peccato»). La linea linguistica è quella del grazioso perdono nella nuova alleanza, non quella del riscatto commerciale.
katallaghé — «riconciliazione» come ministero e parola
Il sostantivo katallaghé compare come «ministero della riconciliazione» (diakonía tēs katallaghēs, v. 18) e «parola della riconciliazione» (lógos tēs katallaghēs, v. 19). Entrambe le espressioni collocano la riconciliazione nell'ambito dell'annuncio: essa viene predicata, trasmessa, offerta. Un pagamento penale non si predica — si esegue. Un messaggio di riconciliazione, invece, viene trasmesso affinché gli uomini lo accolgano.
Che gli apostoli siano «ambasciatori in nome di Cristo» (v. 20) sottolinea il carattere della cosa: la riconciliazione è un movimento continuo da Dio verso gli uomini, che si prolunga nell'annuncio. È relazionale e comunicativa, non transazionale e giuridica.
hypèr hēmōn — «per noi»
La preposizione hypér («per», «a favore di») nel v. 21 («fatto peccato per noi») non è — diversamente da quanto vuole la tradizione sostitutivo-penale — primariamente sostitutiva («al posto di»), bensì benefica («a nostro vantaggio»). Cristo agisce a nostro beneficio; ciò include la rappresentanza in senso ampio, ma non impone una sostituzione penale.
Nella stessa lettera Paolo usa hypér per la reciprocità comunitaria (2 Cor 1,6: «se siamo tribolati, è per la vostra consolazione»). Il senso di fondo è ovunque «a vantaggio di». La dedizione della vita di Cristo avviene per noi perché torna a nostro beneficio — non perché salda una pena resa a Dio che ci passa accanto.
hamartían epoíēsen — «fatto peccato» (v. 21)
L'espressione «colui che non aveva conosciuto peccato, lo fece peccato per noi» è ambigua. Hamartía può, nell'uso linguistico dei Settanta, designare il sacrificio per il peccato (l'ebraico chattát significa insieme «peccato» e «sacrificio per il peccato», cfr. Lv 4–5; Is 53,10). Allora significherebbe: Dio ha fatto di Cristo un sacrificio per il peccato — un'affermazione cultuale, non penale.
In alternativa, «fatto peccato» indica il subire le conseguenze del peccato umano (sofferenza, morte). In entrambi i casi non ne risulta alcuna imputazione penale in senso forense. L'interpretazione precisa è trattata a parte (cfr. 2 Corinzi 5,21); resta fermo che: il v. 21 non può capovolgere nel suo contrario il «modo» della riconciliazione espressamente nominato nel v. 19 (la non imputazione).
Confronto delle interpretazioni
Riferimento a Fausto Sozzini
Sozzini tratta 2 Corinzi 5 come uno dei suoi passi probanti centrali. La chiama «quel passo celeberrimo» e mostra, in base ad esso, che la direzione della riconciliazione procede da Dio e che il suo «modo» è la non imputazione.
Da queste parole risulta con evidenza che fu Dio a riconciliarci con sé mediante Cristo — poiché ciò è detto espressamente due volte —; e che dunque la riconciliazione operata mediante Cristo non significa il placamento di Dio nei nostri confronti, ma la nostra conversione a lui, cui seguì una comunione amichevole con lui; e che è ben lungi dal vero che, nel compiere questa riconciliazione, Cristo abbia placato Dio per noi; egli piuttosto lo mostrò come già placato e fu inviato a noi da colui che era già placato.
Fausto Sozzini, «Gesù Cristo Salvatore» (De Iesu Christo Servatore), Parte prima (su 2 Cor 5: il modo della riconciliazione)
Sozzini legge il versetto con esattezza grammaticale: due volte Paolo dice che Dio riconcilia — non che Dio viene riconciliato. Ne deduce che la riconciliazione non può significare il placamento di Dio, ma la nostra conversione a lui. Cristo viene, secondo la pregnante immagine di Sozzini, «inviato a noi da colui che era già placato» — la grazia di Dio non è conseguenza, ma presupposto dell'opera della salvezza.
Il «modo» della riconciliazione Sozzini lo ricava dal testo stesso e lo presenta in forma pungente come domanda e risposta: «Ma in quale modo? Forse esigendo da Cristo stesso il castigo per i nostri delitti? Forse facendo sì che egli desse soddisfazione nel suo sangue per i nostri peccati? … Niente affatto: egli aggiunge infatti: non imputando loro le loro colpe.» Le domande retoriche colpiscono esattamente la sostituzione penale — e il testo vi risponde negativamente.
L'obiezione secondo cui Dio non avrebbe imputato i peccati a noi, ma bensì a Cristo, Sozzini la respinge con asprezza: chiama questa costruzione «una finzione e per di più persino empia». Poiché essa trasforma di nascosto la non imputazione (perdono) di nuovo in una piena imputazione (pagamento), annullando così l'affermazione del versetto.
Altrove Sozzini collega la non imputazione con la giustificazione: «Dal perdono dei peccati deriva la giustizia, e nella non imputazione dei peccati è contenuta la nostra giustizia.» Con ciò è chiaro: la giustizia che ci viene concessa è l'accoglienza perdonante da parte di Dio — non il trasferimento contabile di una prestazione penale altrui.
Panoramica dei libri sugli scritti di Sozzini
Argomenti logici
Da 2 Corinzi 5,18–21 risultano i seguenti argomenti logici e linguistico-filologici contro la sostituzione penale:
- Argomento dal soggetto grammaticale. In tutto il NT Dio è il soggetto di katallássō e l'uomo l'oggetto; mai Dio viene riconciliato. La sostituzione penale richiede però esattamente il movimento inverso (Dio viene placato). Questa direzione di movimento non è attestata linguisticamente.
- Argomento dalla duplice affermazione. Paolo dice due volte che Dio ci ha riconciliati (v. 18 e v. 19). La duplice sottolineatura del soggetto divino esclude che Dio sia colui da riconciliare. Sozzini mette espressamente in risalto questa duplicazione.
- Argomento dal modo autodefinito. Il testo non lascia aperto il «modo» della riconciliazione, ma lo determina: «non imputando agli uomini le loro colpe». Un pagamento penale reso a Cristo sarebbe l'esatto contrario di una non imputazione.
- Argomento dalla contraddizione perdono/pagamento. Non imputazione (perdono) e piena imputazione a un sostituto (pagamento) si escludono a vicenda dal punto di vista logico. Se la colpa viene computata penalmente a Cristo, essa proprio non è condonata. Affermare entrambe le cose insieme è contraddittorio in sé.
- Argomento dall'imperativo del v. 20. «Lasciatevi riconciliare con Dio» si rivolge agli uomini; essi devono accogliere la riconciliazione. Il mutamento che deve avvenire avviene dunque negli uomini, non in Dio. L'inimicizia (Rm 5,10) sta dalla nostra parte, non da quella di Dio.
- Argomento dal primato dell'amore. La riconciliazione scaturisce dall'amore di Cristo e di Dio (v. 14; cfr. Rm 5,8; 1 Gv 4,10). L'amore è la causa dell'opera della salvezza, non la sua conseguenza comprata. Un Dio che deve prima essere pagato per poter amare contraddice questo ordine.
- Argomento dallo sfondo dell'alleanza. La non imputazione riprende Ger 31,34 («non mi ricorderò più del loro peccato»). Il perdono nella nuova alleanza è grazioso condono, non pareggio commerciale. Paolo sta in questa linea dell'alleanza, non in quella di un processo penale.
- Argomento dal carattere del ministero. «Ministero della riconciliazione» e «parola della riconciliazione» collocano la cosa nell'annuncio. Un pagamento penale si esegue, non si predica; un messaggio di riconciliazione si trasmette affinché sia accolto. Il termine stesso è relazionale, non transazionale.
- Argomento dal concetto di mediatore. Un «mediatore» (1 Tm 2,5) non è, nell'uso linguistico biblico, colui che placa un adirato, ma il messaggero attraverso il quale Dio dischiude agli uomini la sua volontà (così Sozzini espressamente). Cristo media da Dio verso di noi, non da noi verso Dio.
Riferimenti biblici
I seguenti passi sono essenziali per la corretta comprensione di 2 Corinzi 5,19:
Romani 5,10–11 — riconciliati mentre eravamo ancora nemici
«Mentre eravamo nemici, siamo stati riconciliati con Dio per mezzo della morte del Figlio suo.» Anche qui Dio è soggetto e l'uomo oggetto della riconciliazione; l'inimicizia sta espressamente dalla nostra parte («noi… nemici»). Paolo non dice che Dio fosse nostro nemico, da placare.
Colossesi 1,20–22 — riconciliare con sé tutte le cose
«… per mezzo di lui riconciliare a sé tutte le cose… anche voi, che un tempo eravate stranieri e nemici.» Di nuovo Dio è colui che riconcilia, l'uomo è il riconciliato; l'estraniamento è dal lato dell'uomo. L'ampiezza cosmica («tutte le cose») fa esplodere del tutto la cornice di un singolo procedimento penale forense.
Romani 4,6–8 — colui a cui Dio non imputa il peccato
«Beato l'uomo a cui il Signore non mette in conto il peccato.» Lo stesso termine (logízomai) di 2 Cor 5,19. La non imputazione è grazioso perdono — la colpa non viene registrata, non viene esatta altrove. Sozzini collega espressamente i due passi.
Geremia 31,31–34 — non mi ricorderò più del loro peccato
La promessa della nuova alleanza si conclude con il grazioso oblio della colpa. Questa linea dell'alleanza sta dietro la «non imputazione» di 2 Cor 5,19. Dio perdona per propria fedeltà; di una prestazione penale che dovrebbe essere resa in precedenza non si parla affatto.
1 Giovanni 4,9–10 — non siamo stati noi ad amare Dio
«In questo sta l'amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio.» L'iniziativa è interamente di Dio. L'invio del Figlio è espressione di un amore già esistente, non la sua condizione comprata (cfr. 1 Giovanni 4,10).
Giovanni 3,16 — Dio ha tanto amato il mondo
L'amore di Dio per il mondo è il punto di partenza dell'invio. Il versetto pone l'amore all'inizio del movimento della salvezza — in pieno parallelo con 2 Cor 5,19, dove «tutto questo viene da Dio» (cfr. Giovanni 3,16).
Luca 15,20–24 — il padre corre incontro al figlio
Nella parabola del figlio perduto il padre non punisce nessuno e non esige alcuna soddisfazione; corre incontro a chi ritorna e lo abbraccia. È l'immagine che Gesù stesso dà della riconciliazione: il ritorno a casa dell'estraniato presso il Padre che già ama.
1 Timoteo 2,5 — un mediatore fra Dio e gli uomini
Il mediatore sta fra le due parti come messaggero di Dio agli uomini. Sozzini mostra che «mediatore» nella Scrittura non indica colui che placa il Dio adirato, ma colui attraverso il quale Dio dischiude agli uomini la sua volontà (cfr. 1 Timoteo 2,5).
Obiezioni e risposte sociniane
Obiezione 1: «Ma il v. 21 dice che Cristo è stato 'fatto peccato' — questa è sostituzione penale.»
Subito dopo il v. 19 si legge: «Colui che non aveva conosciuto peccato, lo fece peccato per noi.» Questo può significare solo che Dio imputò penalmente il peccato a Cristo.
«Fatto peccato» è linguisticamente ambiguo. Nell'uso linguistico dei Settanta hamartía designa spesso il sacrificio per il peccato (l'ebraico chattát significa entrambe le cose), così ad esempio in Is 53,10. Allora il v. 21 dice in senso cultuale: Dio fece di Cristo un sacrificio per il peccato — non in senso penale: gli imputò il peccato.
Ma soprattutto il v. 21 non può essere giocato contro il v. 19. Il v. 19 nomina espressamente il «modo» della riconciliazione: la non imputazione. Se il v. 21 insegnasse una piena imputazione a Cristo, annullerebbe il v. 19. Poiché lo stesso apostolo parla nello stesso respiro, il v. 21 deve concordare con il v. 19.
Sozzini stesso vede in «fatto peccato» il subire le conseguenze del peccato (sofferenza e morte), non un'imputazione forense. L'interpretazione dettagliata di questa espressione è esposta a parte (cfr. 2 Corinzi 5,21).
Infine hypér («per noi») è primariamente benefico («a nostro vantaggio») e non necessariamente sostitutivo. Il versetto afferma un beneficio per noi, non un'esecuzione penale compiuta al posto nostro.
Obiezione 2: «'Riconciliazione' presuppone pur sempre un'ira che deve essere placata.»
Dove si riconcilia, deve essere esistita prima un'inimicizia da entrambe le parti. Dunque anche Dio era adirato e doveva essere riconciliato — appunto mediante il sacrificio di Cristo.
La riconciliazione presuppone una relazione spezzata — ma non necessariamente un'inimicizia reciproca. Il testo e i paralleli localizzano l'inimicizia inequivocabilmente dal lato dell'uomo: «mentre eravamo ancora nemici» (Rm 5,10), «voi che un tempo eravate stranieri e nemici» (Col 1,21).
La grammatica non ammette la reciprocità sostenuta. Dio è sempre il soggetto che riconcilia; mai Dio viene riconciliato. Se l'ira di Dio fosse il vero problema, il testo dovrebbe da qualche parte fare di Dio l'oggetto della riconciliazione — cosa che non fa in nessun luogo.
L'«ira» di Dio nella Scrittura è la sua santa reazione contro il peccato, non un umore capriccioso che dovrebbe essere placato mediante il sangue. Si manifesta come abbandono nelle conseguenze del peccato (Rm 1,24.26.28), ed è vinta conducendo l'uomo alla conversione.
Sozzini lo formula con precisione: Cristo «lo mostrò come già placato e fu inviato a noi da colui che era già placato». La grazia sta all'inizio, non alla fine dell'opera della salvezza.
Obiezione 3: «Senza soddisfazione il perdono sarebbe a buon mercato e Dio ingiusto.»
Se Dio semplicemente non imputa, senza che la pena venga eseguita, allora ignora il peccato e non è più giusto. Solo la soddisfazione salvaguarda la sua giustizia.
La premessa secondo cui la giustizia esige necessariamente l'esecuzione della pena è non biblica. La Scrittura conosce innumerevoli perdoni senza pena sostitutiva: Davide (Sal 32; Sal 51), Manasse (2 Cr 33,12–13), i Niniviti (Giona 3,10), il figlio perduto (Lc 15). In nessun caso viene prima eseguita una pena su un terzo.
La «giustizia» di Dio (tsedeq/dikaiosynē) è, in senso biblico, primariamente fedeltà salvifica all'alleanza, non giustizia punitiva e vendicativa (cfr. Romani 3,25–26). Dio mostra la sua giustizia proprio nel fatto che salva e perdona.
Il perdono non è inoltre «a buon mercato»: conduce alla «nuova creazione» (v. 17) e al ministero della riconciliazione. Chi è riconciliato non vive più per se stesso, ma per colui che per lui è morto ed è risorto (v. 15). Il perdono impegna e trasforma.
Sozzini chiama espressamente «una finzione e per di più persino empia» la costruzione ausiliaria «non a noi, ma a Cristo imputato» — poiché essa trasforma di nascosto la graziosa non imputazione di nuovo in un pagamento.
Obiezione 4: «'Lasciatevi riconciliare con Dio' (v. 20) mostra pur sempre che qualcosa deve accadere perché la riconciliazione diventi possibile.»
L'imperativo presuppone che la riconciliazione sia stata resa possibile solo mediante un'opera — cioè mediante la pena sostitutiva di Cristo. Altrimenti l'appello non servirebbe.
L'imperativo si rivolge agli uomini, non a Dio: «Lasciatevi riconciliare.» Proprio questo è il punto decisivo — il mutamento ancora in sospeso riguarda noi, che dobbiamo accogliere la riconciliazione offerta. Di un mutamento ancora in sospeso in Dio non si parla.
Ciò che è «accaduto» è l'invio di Cristo e la «parola della riconciliazione» (vv. 18–19): Dio ha già istituito la riconciliazione e la fa trasmettere. L'appello è l'invito a entrare in questa grazia già aperta.
Che occorra un appello mostra proprio che l'ostacolo sta dal lato dell'uomo: incredulità, estraniamento, inimicizia. Se l'ostacolo fosse l'ira di Dio, l'appello dovrebbe rivolgersi a Dio — il che sarebbe assurdo.
L'intero movimento procede da Dio verso gli uomini: Dio riconcilia, istituisce la parola, invia ambasciatori, invita. L'uomo risponde lasciandosi riconciliare.
Obiezione 5: «Cristo è mediatore (1 Tm 2,5); un mediatore riconcilia due parti in lite — dunque anche Dio doveva essere mosso.»
Un mediatore sta fra due contendenti e li accorda entrambi. Cristo deve dunque anche far cambiare idea a Dio, non solo agli uomini.
Il passaggio dalla parola moderna «mediatore» a un'azione di accordo bilaterale non è coperto linguisticamente. Sozzini mostra che «mediatore» nella Scrittura «non indica null'altro che colui che sta come intermediario fra due… non in quanto si tratti di riconciliare il Dio adirato con l'uomo, ma in quanto Dio lo usa come messaggero e interprete».
Già la prima attestazione biblica del termine (Gal 3,19, Mosè come mediatore della legge) indica il mediatore di un messaggio divino agli uomini — non colui che placa Dio. La direzione è da Dio verso il basso, non verso Dio in alto.
La mediazione di Cristo consiste nel fatto che mediante lui la volontà, la grazia e il perdono di Dio sono dischiusi agli uomini ed essi sono condotti a Dio. Egli è messaggero e apripista, non placatore.
Così 1 Tm 2,5 si inserisce senza forzature in 2 Cor 5,19: Dio agisce «in Cristo» e «mediante Cristo» sul mondo — il mediatore è lo strumento di questo movimento che procede da Dio (cfr. 1 Timoteo 2,5).
Conseguenze teologiche
Versetti collegati
I seguenti passi sostengono, approfondiscono o contrastano l'interpretazione qui esposta:
- 2 Corinzi 5,21 — Precisazione del v. 19: «fatto peccato» in senso retorico/cultuale, non come imputazione penale.
- Romani 3,25-26 — Dikaiosyne theou come fedeltà salvifica all'alleanza; la giustizia si mostra nel perdonare.
- Romani 5,8-10 — Riconciliati mentre eravamo ancora nemici — l'inimicizia sta dal lato dell'uomo.
- 1 Giovanni 4,10 — L'amore preveniente di Dio è causa, non conseguenza dell'invio del Figlio.
- 1 Timoteo 2,5 — Mediatore = messaggero di Dio agli uomini, non placatore del Padre.
- Marco 10,45 — Il riscatto come immagine di liberazione; redenzione senza destinatario del pagamento.
Sintesi
2 Corinzi 5,19 è linguisticamente, teologicamente e retoricamente un testo di riconciliazione, il cui movimento procede inequivocabilmente da Dio: «Dio era in Cristo e riconciliava con sé il mondo.» Dio è il soggetto, il mondo l'oggetto; mai Dio viene riconciliato. Il «modo» della riconciliazione lo nomina Paolo stesso — «non imputando agli uomini le loro colpe» —, dunque grazioso condono, non una somma penale resa a Dio.
La lettura sostitutivo-penale è costretta a rovesciare la direzione del versetto e si trova inoltre in contraddizione con la non imputazione autodefinita: perdono e piena imputazione a un sostituto si escludono a vicenda. Anche il v. 21 («fatto peccato») non annulla questa affermazione, ma va inteso nel senso di sacrificio per il peccato ovvero di subire le conseguenze del peccato.
Inteso in senso sociniano, 2 Corinzi 5,19 è un testo chiave della soteriologia della riconciliazione: il Dio misericordioso da sé volge a sé, mediante Cristo, il mondo estraniato e fa proseguire la trasmissione di questo messaggio. Cristo mostra, con le parole di Sozzini, colui che è «già placato» e ne viene inviato a noi — non per pagare il Padre, ma per ricondurci a casa.
