Salmo 51,7 – «Concepito nel peccato»: peccato originale o preghiera penitenziale di Davide?
Il Salmo 51,7 è considerato la principale prova veterotestamentaria del peccato originale: già nel seno materno l'uomo sarebbe gravato di colpa. Ma il versetto sta in una preghiera penitenziale, non in un testo dottrinale, e non dice affatto ciò che la dogmatica ne ricava. Davide parla espressamente di sé stesso, non di tutti gli uomini; riconduce la propria inclinazione, semmai, alla madre, non ad Adamo; e si serve dell'iperbole ebraica «fin dal seno materno», che la stessa lingua conosce anche in senso positivo (Sal 71,6; Gb 31,18). Letto in senso sociniano e con il Catechismo di Racovia, il versetto è una confessione di profonda peccaminosità personale — non un enunciato dottrinale su una colpa ereditata da Adamo.
Ecco, nella colpa sono stato generato, e nel peccato mi ha concepito mia madre.
Salmo 51,7 (CEI 2008)
Contesto
Il Salmo 51 è il più grande dei sette salmi penitenziali, composto secondo il titolo «quando il profeta Natan venne da lui, dopo che egli era andato da Betsabea» (Sal 51,2; cfr. 2 Samuele 11–12). Il suo contesto vitale (Sitz im Leben) è dunque un duplice misfatto del tutto concreto, grave, commesso di persona: l'adulterio e l'istigazione alla morte di Uria. Il salmo lotta per il perdono di queste azioni — non per l'assoluzione da una colpa di natura innata.
Il versetto 7 sta al centro della confessione di colpa (vv.5-8). Prima Davide confessa: «Riconosco la mia colpa, e il mio peccato mi sta sempre davanti» (v.5); «Contro di te, contro te solo ho peccato» (v.6). Tutto il movimento è autoaccusa per il proprio agire. Il v.7 intensifica questa autoaccusa fino alla radice della propria vita: Davide vuole dire che il peccato lo segna da parte a parte, fin dal principio della sua esistenza.
Il genere letterario è decisivo. Una preghiera penitenziale è lamento, confessione, supplica — discorso innico ed emotivo, non definizione dogmatica. Porta con sé il linguaggio dell'esagerazione, dell'autoumiliazione, dell'accentuazione per immagini. Chi da una simile preghiera distilla un enunciato dottrinale sulla condizione di tutti gli uomini fin dalla nascita confonde il tipo di testo: dal sospiro di un pentito si fa un trattato di antropologia.
Il salmo stesso non trae la conseguenza in direzione di una colpa ereditata, bensì in direzione del rinnovamento: «Crea in me, o Dio, un cuore puro» (v.12), «insegnerò ai trasgressori le tue vie» (v.15). Il fine è la conversione morale e il ristabilimento della comunione con Dio — non la constatazione di una dannazione immutabile ed ereditata. Cfr. la voce su Ezechiele 18,20.
Tesi sociniana fondamentale
L'interpretazione sociniana non nega che Davide retrodati la propria peccaminosità fino all'origine della sua vita. Nega l'equazione «concepito nel peccato» = «nato gravato della colpa ereditata di Adamo». Tra un'inclinazione al peccato, che ci si lamenta come proprio misero stato, e una colpa che Dio imputa prima di ogni proprio agire, sta tutta la differenza. Il versetto parla il linguaggio della confessione, non una dottrina dell'imputazione.
Il Catechismo di Racovia, che tratta espressamente il Salmo 51,7, fissa tre osservazioni: Davide non parla «di uomini qualsiasi …, ma soltanto di sé stesso»; quanto all'origine della sua inclinazione, semmai ne intenda una, «non la riconduce ad Adamo, bensì soltanto a sua madre»; e «si serve di una certa esagerazione iperbolica». Nessuna di queste tre osservazioni sostiene la dottrina di una colpa imputata a tutti gli uomini a partire da Adamo.
L'espressione «fin dal seno materno» è un saldo idioma ebraico per «da sempre, per quanto io possa ricordare». La Scrittura la usa anche in senso positivo: «Su di te mi sono appoggiato fin dal seno materno» (Sal 71,6); «fin dalla mia fanciullezza la compassione è cresciuta con me» (Gb 31,18). Nessuno vi legge una pietà innata. Dunque nemmeno dalla corrispondente espressione negativa si può leggere una colpa innata — l'idioma indica durata e profondità, non trasmissione metafisica.
Letto positivamente, il v.7 è la parola più sincera di un uomo che assume interamente su di sé il proprio peccato: esso attraversa la sua vita fin dove il suo sguardo può arrivare. Proprio in ciò sta la forza della confessione — e proprio essa va perduta quando si converte il versetto in un'affermazione sull'eredità di Adamo e si dissolve il pentimento personale di Davide in una determinazione generale della natura.
«Concepito nel peccato» è linguaggio della confessione, non dottrina dell'imputazione: Davide lamenta iperbolicamente la profondità della propria peccaminosità e la riconduce, semmai, alla madre — non a una colpa ereditata da Adamo che Dio imputa a ogni neonato.
Esegesi: termini chiave e campo semantico
Quattro osservazioni filologiche decidono l'interpretazione del Salmo 51,7:
chet’ e ‘awôn — «mancamento» e «perversità»
Le due parole chiave del versetto sono ‘awôn («ingiustizia, perversità, colpa») e chet’ («mancamento, fallimento del bersaglio»). Entrambe designano nell'Antico Testamento costantemente atti concreti e la colpa che ne deriva, non una corruzione sostanziale ed ereditata della natura. Chet’ è letteralmente il mancare un bersaglio (cfr. Gdc 20,16, dove la stessa parola indica il mancare il bersaglio della fionda).
Sono esattamente i termini con cui Davide, immediatamente prima, confessa il proprio misfatto: «la mia colpa», «il mio peccato» (v.5). Il v.7 riprende gli stessi vocaboli e li estende nel tempo. L'uso linguistico suggerisce dunque: si tratta della stessa specie di peccato — un mancamento reale —, solo retrodatato fino all'inizio della vita, non di un «peccato originale» ontologicamente diverso.
La dottrina del peccato originale deve attribuire al versetto un significato che queste parole non portano in nessun altro luogo: il peccato come stato d'essere innato senza atto. Il Catechismo di Racovia annota perciò che le parole di Davide «designano atti o abitudini del peccare» — non uno stato di natura colpevole anteriore a ogni agire.
«mia madre mi ha concepito» — il soggetto è la madre, non Adamo
Il secondo emistichio fa della madre il soggetto: «nel peccato mi ha concepito mia madre (yächemätnî)». Se il versetto nomina un'origine della peccaminosità, è questa: la generazione ad opera dei propri genitori, non la trasgressione di Adamo nel paradiso. Il testo non stabilisce alcun collegamento con Adamo.
Il Catechismo di Racovia ne trae la conclusione decisiva: Davide «non ne riconduce tuttavia l'origine ad Adamo, bensì soltanto a sua madre, come in effetti vediamo che un'inclinazione a certi determinati vizi viene trasmessa dai genitori, anche quando gli antenati non vi erano inclini». Si intende dunque una disposizione trasmessa in famiglia, quale l'esperienza di vita conosce — non la colpa ereditaria dogmatica dell'intera umanità.
Con ciò il versetto manca il bersaglio che la dottrina del peccato originale gli assegna, in due direzioni: parla del caso singolo di Davide e di sua madre, non di tutti; e parla di un'inclinazione, non di una colpa che Dio imputa. Entrambi gli spostamenti insieme dissolvono la presunta forza probante.
«fin dal seno materno» — idioma iperbolico ebraico
«Fin dal seno materno» (mibbeten) è in ebraico una formula di totalità per «da sempre, da capo a fondo, per quanto io possa ricordare». Intensifica un'affermazione fino all'inizio della vita, senza formulare un enunciato dottrinale sullo stato prenatale. Il Catechismo di Racovia parla espressamente di una «esagerazione iperbolica».
La controprova decisiva sta nel fatto che la stessa formula è usata anche in senso positivo. Davide stesso prega: «Su di te mi sono appoggiato fin dal seno materno» (Sal 71,6); Giobbe dice: «Fin dalla mia fanciullezza la compassione è cresciuta con me, e dal grembo di mia madre è uscita con me» (Gb 31,18). Se si volesse dedurre dal Sal 51,7 una colpa innata, si dovrebbe dedurre dal Sal 71,6 e da Gb 31,18 una pietà innata — cosa che nessuno fa.
Anche l'uso negativo è idiomatico, non dogmatico: «Gli empi sono traviati fin dal seno materno» (Sal 58,4). Se fosse un'affermazione sul peccato originale, varrebbe per tutti — e allora non potrebbe essere rimproverata proprio agli empi in particolare. L'idioma serve all'accusa di una malvagità concreta, non alla descrizione di uno stato universale di nascita.
Parallelismus membrorum — il raddoppiamento come intensificazione
La poesia ebraica lavora con il parallelismo: due righe dicono con parole diverse la stessa cosa e si rafforzano a vicenda. «Generato nella colpa» e «concepito nel peccato» non sono una doppia prova, bensì un unico pensiero detto due volte: il peccato risale tanto indietro quanto la vita stessa.
Questa forma è ordinata all'intensità emotiva, non alla precisione concettuale. Vuole commuovere, non definire. Un enunciato dottrinale sul momento a partire dal quale la colpa viene imputata non si può ricavare da una coppia poetica di intensificazione — così poco come da «le lacrime sono il mio pane giorno e notte» (Sal 42,4) una dottrina dietetica.
Chi legge l'iperbole poetica come una sobria proposizione costringe la preghiera in una forma estranea. L'interpretazione sociniana prende sul serio il genere letterario: Davide lotta davanti a Dio per il perdono e in ciò sopravanza la propria autoaccusa — un segno di pentimento autentico, non un mattone della dogmatica del peccato originale.
Confronto delle interpretazioni
Riferimento a Fausto Sozzini
Sozzini e la tradizione sociniana trattano il peccato originale in più luoghi: nel modo più radicale nello scritto sulla giustificazione, che respinge la dottrina come non biblica, e nel Catechismo di Racovia, che interpreta espressamente il salmo penitenziale di Davide. Entrambi prendono le mosse dalla giustizia di Dio e dal senso letterale della Scrittura.
Quella invenzione del peccato originale o della colpa dei genitori è una favola giudaica. Sarebbe però ingiusto che noi dovessimo espiare ciò che non abbiamo peccato, poiché Dio stesso ha confermato che il figlio non porterà l'iniquità del padre, ma ciascuno morrà per la propria colpa.
Fausto Sozzini, Sulla giustificazione (De iustificatione), sezione «Grazia di Dio, peccato e rifiuto del peccato originale»
Sozzini fonda il rifiuto del peccato originale sulla giustizia di Dio e su chiare parole della Scrittura: sarebbe «ingiusto che noi dovessimo espiare ciò che non abbiamo peccato», poiché Dio stesso ha dichiarato «che il figlio non porterà l'iniquità del padre» (cfr. Ez 18,20; Ger 31,29-30; Gv 9,34). La Scrittura non accusa una natura corrotta, bensì ciascuno «egli stesso, che ha peccato» — un principio che separa nettamente la confessione di Davide da un'affermazione sulla colpa ereditata.
Sul Salmo 51,7 il Catechismo di Racovia si sofferma appositamente e risponde all'obiezione secondo cui Davide direbbe di essere stato «concepito nell'iniquità»: «Bisogna osservare che qui Davide non parla di uomini qualsiasi, ma soltanto di sé stesso. E anche se sembra parlare di una certa inclinazione innata al peccato, non ne riconduce tuttavia l'origine ad Adamo, bensì soltanto a sua madre — per non dire che Davide si serve di una certa esagerazione iperbolica.» Come prova dell'iperbole il catechismo cita Sal 58,4 e le espressioni speculari positive in Sal 71,6 e Gb 31,18.
Anche la seconda prova principale della parte avversa, Romani 5,12, il catechismo la confuta filologicamente: là non sta scritto affatto che «in Adamo tutti abbiano peccato»; il greco eph’ hô va reso con «in quanto» o «perché», non con il vulgato «nel quale». Paolo parla «dappertutto del peccato effettivo», non di uno innato. Così entrambi i pilastri della dottrina del peccato originale — Sal 51,7 e Rm 5,12 — si dissolvono alla luce del senso letterale. Cfr. la voce su Romani 5,12.
Panoramica degli scritti di Sozzini
Argomenti logici
Dal reperto letterario e filologico derivano i seguenti argomenti contro la forza probante del Salmo 51,7 riguardo al peccato originale:
- Argomento dal genere letterario. Il Salmo 51 è una preghiera penitenziale dopo il concreto duplice misfatto di Davide (2 Sam 11–12), non un trattato dottrinale. Dal linguaggio emotivo e iperbolico di un sospiro di pentimento non si può ricavare alcuna proposizione dogmatica sulla condizione di tutti gli uomini fin dalla nascita. Il tipo di testo non regge il peso che gli si addossa.
- Argomento del «soltanto di sé stesso». Davide parla, secondo il Catechismo di Racovia, «non di uomini qualsiasi …, ma soltanto di sé stesso». L'intero salmo è autoaccusa per il proprio agire («contro di te, contro te solo ho peccato», v.6). Un versetto sulla biografia personale di Davide non è un'affermazione sull'eredità dell'umanità.
- Argomento dell'origine «madre, non Adamo». Soggetto del secondo emistichio è la madre, non Adamo. Se il versetto nomina un'origine dell'inclinazione, è la trasmissione familiare da parte dei genitori — non la trasgressione nel paradiso. Il testo non stabilisce alcun riferimento ad Adamo; la dottrina del peccato originale ve lo introduce dall'esterno.
- Argomento dell'iperbole e della sua controprova. «Fin dal seno materno» è un idioma per «da sempre», che la Scrittura usa anche in senso positivo: «Su di te mi sono appoggiato fin dal seno materno» (Sal 71,6); «dal grembo di mia madre» crebbe la compassione (Gb 31,18). Chi legge nel Sal 51,7 una colpa innata dovrebbe leggere in questi passi una santità innata. L'idioma indica durata, non trasmissione ereditaria.
- Argomento del senso letterale. ‘Awôn e chet’ designano mancamenti concreti e la loro colpa, non uno stato di natura sostanziale e privo di atto. Il catechismo constata che le parole «designano atti o abitudini del peccare». Il peccato originale dovrebbe dare ai termini un senso che essi non portano in nessun altro luogo.
- Argomento della responsabilità individuale. La Scrittura lega la colpa al proprio agire: «L'anima che pecca morirà …; il figlio non porterà la colpa del padre» (Ez 18,20); «ognuno morirà per la propria colpa» (Ger 31,30); «i padri non saranno messi a morte per i figli» (Dt 24,16). Contrapporre un versetto penitenziale a questi espressi enunciati dottrinali capovolge l'onere della prova.
- Argomento da Romani 5,12. La seconda prova principale della parte avversa non regge: eph’ hô significa «perché»/«in quanto», non il vulgato «nel quale». Paolo dice che la morte si è estesa a tutti perché tutti hanno peccato, e parla «dappertutto del peccato effettivo». Senza Rm 5,12 come sostegno, anche la lettura del Sal 51,7 perde il suo appiglio dogmatico.
- Argomento della giustizia di Dio. Sarebbe, con Sozzini, «ingiusto che noi dovessimo espiare ciò che non abbiamo peccato». Un Dio che dichiara colpevoli i neonati per l'atto di un antenato contraddirebbe il proprio principio giuridico, solennemente proclamato in Ez 18. Il carattere del Dio giusto è esso stesso un argomento contro l'imputazione di una colpa altrui.
Riferimenti biblici
I passi seguenti illuminano l'uso delle parole e il senso del Salmo 51,7 e lo collocano nella dottrina biblica complessiva di colpa e responsabilità:
Ezechiele 18,20 — l'anima che pecca morirà
«Il figlio non porterà la colpa del padre, e il padre non porterà la colpa del figlio.» L'intero capitolo di Ezechiele 18 è una compiuta confutazione del principio della colpa ereditata. Esso costituisce il criterio dottrinale su cui va misurato un singolo versetto penitenziale come il Sal 51,7 — non viceversa. Cfr. la voce su Ezechiele 18,20.
Deuteronomio 24,16 — i padri non per i figli
«I padri non saranno messi a morte per i figli, né i figli per i padri; ognuno sarà messo a morte per il proprio peccato.» Il diritto mosaico esclude espressamente la trasmissione della colpa fra le generazioni. Una colpa ereditata da Adamo sarebbe la più grande violazione immaginabile proprio di questo principio. Cfr. Deuteronomio 24,16.
Geremia 31,29-30 — ognuno muore per la propria colpa
«Non si dirà più: I padri hanno mangiato l'uva acerba e i denti dei figli si sono allegati; ma ognuno morirà per la propria colpa.» Geremia annuncia l'abolizione del proverbio della colpa collettiva. Il Catechismo di Racovia adduce proprio questo passo contro il peccato originale.
Salmo 71,6; Giobbe 31,18 — la stessa formula in senso positivo
«Su di te mi sono appoggiato fin dal seno materno» (Sal 71,6); «dal grembo di mia madre» crebbe la compassione (Gb 31,18). La stessa espressione idiomatica del Sal 51,7 — qui però nel senso di una pietà e bontà di tutta la vita. La controprova mostra: «fin dal seno materno» indica durata, non uno stato morale innato.
Salmo 58,4 — «traviati fin dal seno materno» come accusa
«Gli empi sono traviati fin dal seno materno.» Se questa fosse un'affermazione sul peccato originale, colpirebbe tutti gli uomini — e non potrebbe valere come rimprovero particolare agli empi. Il catechismo ne conclude che l'espressione accusa la malvagità e non descrive uno stato generale di nascita.
Genesi 8,21 — malvagio «fin dalla giovinezza», non dalla nascita
«I pensieri del cuore dell'uomo sono malvagi fin dalla sua giovinezza.» Il catechismo osserva che qui si tratta di un peccare volontario; «fin dalla giovinezza» non è affatto «fin dal concepimento». Anche questo versetto spesso addotto parla di peccato effettivo, non ereditato.
Romani 5,12 — eph’ hô = «perché», non «nel quale»
«… perché tutti hanno peccato.» La dottrina agostiniana del peccato originale poggia sulla traduzione della Vulgata in quo («nel quale»); il testo greco dice eph’ hô («perché, in quanto»). Con ciò Paolo parla del peccato attuale proprio di ogni uomo. Cfr. Romani 5,12.
Obiezioni e risposte sociniane
Obiezione 1: «Ma Davide dice espressamente di essere stato concepito nel peccato — più chiaro di così non si può.»
Il tenore letterale è inequivocabile: «generato nella colpa», «concepito nel peccato». Dunque l'uomo è peccatore e colpevole già nel seno materno. Il Salmo 51,7 insegna il peccato originale con parole nude e crude.
Il tenore letterale è inequivocabilmente una confessione — e il linguaggio della confessione non è linguaggio di definizione. Nella preghiera penitenziale Davide intensifica la propria autoaccusa fino all'inizio della sua vita, per confessare la profondità della propria colpa. Questo è cosa diversa dall'enunciato secondo cui Dio imputa a ogni neonato l'atto di Adamo come colpa.
Il Catechismo di Racovia rileva che Davide parla «non di uomini qualsiasi …, ma soltanto di sé stesso». L'intero salmo tratta del concreto duplice misfatto di Davide; il v.7 estende nel tempo questo pentimento personale, ma non lo generalizza in un'antropologia di tutti gli uomini.
Inoltre il versetto nomina come origine la madre, non Adamo. Anche ammettendo di sentirvi un'inclinazione innata, si tratta della disposizione familiare quale l'esperienza la conosce — non della colpa ereditaria dogmatica dell'umanità.
E infine «fin dal seno materno» è un idioma iperbolico che la Scrittura usa anche in senso positivo (Sal 71,6; Gb 31,18). Chi costringe il versetto in senso letterale-dogmatico dovrebbe coerentemente dedurre anche una «pietà innata» dai passi paralleli.
Obiezione 2: «Salmo 58,4: gli empi sono traviati fin dal seno materno — questa è la natura corrotta.»
Anche altri salmi attestano la corruzione innata: «Gli empi sono traviati fin dal seno materno.» Con ciò lo stato peccaminoso dell'uomo fin dalla nascita è provato conformemente alla Scrittura.
Proprio il Sal 58,4 confuta la lettura in chiave di peccato originale, invece di sostenerla. Poiché là il «fin dal seno materno» è attribuito espressamente agli empi — come accusa particolare. Se fosse un'affermazione sulla condizione innata di tutti gli uomini, non potrebbe essere un rimprovero specifico contro gli empi.
Il Catechismo di Racovia trae esattamente questa conclusione: altrimenti «non vi sarebbe alcun motivo per cui ciò venga attribuito agli empi piuttosto che ad altri». Anzi, la lettura in chiave di peccato originale scuserebbe addirittura gli empi, perché presenterebbe la loro malvagità come innata e non come colpa propria — l'esatto contrario dell'accusa intesa.
L'espressione è un'esagerazione idiomatica per una malvagità consolidata e costante: gli empi sono traviati «per quanto si possa risalire indietro». La stessa immagine serve in Isaia (48,8) all'accusa del popolo dal collo duro.
Che si tratti di un modo di dire e non di dogmatica lo conferma l'uso contrario: la stessa formula, in Sal 71,6, indica una fiducia in Dio durata tutta la vita. Un idioma che, a seconda del contesto, esprime pietà o malvagità non vale come prova di uno stato metafisico di nascita.
Obiezione 3: «Paolo insegna in Romani 5,12 che in Adamo tutti hanno peccato.»
Il Salmo 51,7 non sta da solo: Paolo dice che per mezzo di un uomo il peccato è entrato nel mondo, «nel quale tutti hanno peccato». Antico e Nuovo Testamento attestano insieme il peccato originale.
In quel passo, con il Catechismo di Racovia, non sta scritto affatto «che in Adamo tutti hanno peccato». Il greco eph’ hô va reso con «perché» o «in quanto», non con il vulgato «nel quale» — come mostrano le parallele in Rm 8,3; 2 Cor 5,4 ed Eb 2,18.
Paolo dice dunque: la morte si è estesa a tutti perché tutti hanno peccato. Egli parla «dappertutto del peccato effettivo», come conferma la sua stessa aggiunta: «il peccato non è imputato quando non vi è legge» (Rm 5,13) — cosa che di un presunto peccato originale appunto non vale.
L'intera costruzione agostiniana dipende dunque da una scelta di traduzione che il testo greco non consente. Rimosso questo sostegno, cade anche l'interpretazione del Sal 51,7 come suo corrispettivo veterotestamentario.
Per la trattazione dettagliata di questo passo cfr. la voce su Romani 5,12: là si mostra che Paolo spiega la peccaminosità universale senza l'assunzione di una colpa ereditata.
Obiezione 4: «Perché allora muoiono i bambini, e a che serve il battesimo, se non esiste il peccato originale?»
Anche i lattanti muoiono, prima di poter peccare. La morte è il salario del peccato — dunque essi devono essere colpevoli. E la Chiesa ha sempre battezzato i bambini per la remissione appunto di questo peccato originale.
I sociniani distinguono nettamente tra le conseguenze naturali della caduta di Adamo e una colpa imputata. Il Catechismo di Racovia insegna che Adamo «trascinò con sé tutta la sua discendenza nel medesimo assoggettamento alla morte» — cioè la mortalità. La mortalità è uno stato, non una colpa morale.
Che gli uomini (anche i bambini) siano mortali deriva dalla loro natura creata e dalla perduta possibilità di accesso all'albero della vita, non da una meritevolezza personale di condanna fin dalla nascita. La colpa presuppone conoscenza, volontà e libera trasgressione; dove queste mancano, manca la colpa.
Il battesimo dei bambini non è perciò un argomento, bensì proprio oggetto della critica sociniana: presuppone già la dottrina del peccato originale, che sarebbe ancora da dimostrare. Il battesimo nel Nuovo Testamento segue alla conversione e alla fede (At 2,38) — un atto consapevole che un lattante non può compiere.
La salvezza per mezzo di Cristo ne resta intatta: Cristo non salva da una fittizia colpa ereditata, bensì chiama i peccatori reali alla conversione e dona il perdono per atti reali. La salvezza non diventa per questo più piccola, ma più giusta.
Obiezione 5: «L'intera Chiesa ha sempre letto il versetto in chiave di peccato originale — a partire da Agostino.»
Da Agostino fino ai riformatori il Salmo 51,7 vale come prova classica del peccato originale. Una reinterpretazione sociniana pretende di essere più saggia dell'intera cristianità occidentale.
La tradizione interpretativa poggia nel suo nucleo su una scelta di traduzione: Agostino lesse Rm 5,12 come in quo omnes peccaverunt («nel quale tutti hanno peccato») e di lì interpretò anche il Sal 51,7. Proprio questa resa latina il testo greco non la consente. Ma una tradizione regge solo quanto il testo su cui si fonda.
Inoltre l'interpretazione non fu mai unanime: la Chiesa greca non conosceva in questo modo la costruzione occidentale della colpa ereditata, e già Pelagio la contestò nel V secolo. Il richiamo all'antichità della dottrina ripete l'assunto controverso invece di fondarlo.
La lettura sociniana non aggiunge nulla d'inventato, bensì prende il versetto secondo il suo genere e il suo senso letterale: una preghiera penitenziale di Davide sulla profondità del suo proprio peccato, in un linguaggio iperbolico che la Scrittura usa anche in senso positivo. Con ciò essa aderisce al testo più strettamente di una lettura che vi introduce dogmi posteriori.
Il timore reverente della Scrittura significa non scardinare Ezechiele 18 e Deuteronomio 24,16 mediante un singolo versetto penitenziale, bensì leggere il versetto penitenziale alla luce dei chiari enunciati dottrinali: la colpa è personale, non ereditata.
Conseguenze teologiche
Versetti correlati
I passi seguenti sostengono, approfondiscono o contrastano l'interpretazione qui esposta:
- Romani 5,12 — «eph’ hô = perché», non «in Adamo»: la seconda prova principale del peccato originale confutata filologicamente.
- Ezechiele 18,20 — «L'anima che pecca morirà»: il criterio dottrinale contro ogni colpa ereditata.
- Deuteronomio 24,16 — «I padri non per i figli»: il diritto mosaico esclude la trasmissione della colpa.
- Giovanni 9,2-3 — «Né lui né i suoi genitori»: la sofferenza non è conseguenza di una colpa imputata agli antenati.
- Giacomo 1,14-15 — «La concupiscenza genera il peccato»: il peccato sorge per mezzo della propria volontà, non della nascita.
- Romani 2,6 — Dio rende «a ciascuno secondo le sue opere»: criterio del giudizio è il proprio atto.
Sintesi
Il Salmo 51,7 non regge come prova del peccato originale. Il versetto sta in una preghiera penitenziale dopo il concreto duplice misfatto di Davide ed è linguaggio di confessione, non di dottrina. Davide parla espressamente di sé stesso, non di tutti gli uomini; nomina come origine la madre, non Adamo; e si serve dell'iperbole ebraica «fin dal seno materno», che la Scrittura conosce parimenti in senso positivo (Sal 71,6; Gb 31,18).
Le parole chiave ‘awôn e chet’ designano mancamenti reali, non uno stato di natura ereditato e privo di atto. La seconda prova dogmatica principale, Romani 5,12, a una lettura accurata non regge: eph’ hô significa «perché», non «nel quale», e Paolo parla di peccato effettivo. I chiari testi dottrinali Ezechiele 18,20; Deuteronomio 24,16 e Geremia 31,29-30 legano la colpa al proprio agire ed escludono la trasmissione di una colpa altrui.
Inteso in senso sociniano, il Salmo 51,7 è la parola sincera di un uomo che assume interamente su di sé il proprio peccato: esso risale tanto indietro quanto risale la sua vita. Proprio in ciò sta la grandezza del versetto — ed essa va perduta quando dal pentimento di Davide si fa una colpa di natura ereditata. La colpa di Adamo resta presso Adamo; ogni uomo nasce innocente, ma responsabile.
