1 Corinzi 10,4 — «e la roccia era Cristo»: presenza nel deserto o figura?

TL;DR

Fin dalla Chiesa antica quattro parole valgono come testimone principale della preesistenza: «e la roccia era Cristo». Con esse Paolo direbbe che Cristo, in quanto essere celeste, accompagnò corporalmente Israele attraverso il deserto. Letto in chiave sociniana, egli dice esattamente il contrario: nello stesso brano Paolo dichiara due volte espressamente di leggere la storia del deserto come figura (v. 6 e v. 11) — e «era» è qui la copula interpretativa con cui in tutta la Scrittura un segno viene riferito alla sua realtà. Il Catechismo di Racovia tratta il passo diffusamente e risponde in breve: la roccia era Cristo «non in senso proprio…, ma in senso traslato, cioè perché ne era l'immagine e la figura».

«Non voglio infatti che ignoriate, fratelli, che i nostri padri furono tutti sotto la nube e tutti passarono attraverso il mare; e tutti furono battezzati in Mosè nella nube e nel mare; e tutti mangiarono lo stesso cibo spirituale e tutti bevvero la stessa bevanda spirituale: bevevano infatti alla roccia spirituale che li seguiva — e la roccia era Cristo.»

1 Corinzi 10,1-4

Contesto: un ammonimento, non una tesi dottrinale sull'origine di Cristo

La frase si trova in mezzo a un discorso di ammonimento. Dal capitolo 8 Paolo tratta la questione delle carni immolate agli idoli, e dal capitolo 9 adduce se stesso come esempio di un uomo che rinuncia ai propri diritti per non far cadere nessuno. Il ragionamento si chiude con un'immagine dura: egli stesso combatte per non essere, «dopo aver predicato agli altri, squalificato lui stesso» (9,27). Proprio a questo punto si innesta il capitolo 10 — con un «infatti» che porta la motivazione: come è andata a un'intera generazione che aveva tutto, così può andare anche a voi.

Ciò che a Paolo interessa della generazione del deserto non è dunque la cristologia, ma la completezza della sua dotazione. Cinque volte di seguito ricorre la parola «tutti»: tutti sotto la nube, tutti attraverso il mare, tutti battezzati in Mosè, tutti lo stesso cibo, tutti la stessa bevanda. E poi la rottura: «Ma della maggior parte di loro Dio non si compiacque, poiché furono abbattuti nel deserto» (v. 5). La retorica è quella di un anticlimax. La marcia sotto la nube, il mare, la manna e l'acqua della roccia stanno nel testo perché devono mostrare ai Corinzi che i sacramenti non salvano nessuno automaticamente.

Due versetti più avanti Paolo dice egli stesso in quale registro parla: «Or queste cose avvennero come figure per noi» (v. 6, in greco týpoi hēmōn). E ancora una volta al v. 11: «Tutte queste cose accaddero loro come figura; furono però scritte per ammonimento nostro» (typikōs). Nessun altro brano del Nuovo Testamento contrassegna il proprio modo di interpretare in maniera così esplicita. Chi stacca le quattro parole «e la roccia era Cristo» da questa cornice e le legge come affermazione ontologica lavora contro l'unica istruzione per l'uso che l'autore stesso ha fornito.

Anche il repertorio di immagini non è scelto liberamente. Paolo scrive seguendo il Cantico di Mosè di Deuteronomio 32 — pochi versetti dopo lo cita (10,20 riprende Deuteronomio 32,17; 10,22 lo zelo di Dio di 32,21). Ma il Cantico di Mosè è il testo in cui «roccia» è cinque volte nome di Dio: «Egli è la Roccia; l'opera sua è perfetta» (32,4); «hai dimenticato la Roccia che ti ha generato» (32,18). Chi legge l'affermazione sulla roccia come identificazione di essenza deve perciò dire quale roccia intenda — e si trova subito nell'imbarazzo che con la stessa parola, nello stesso capitolo, Paolo designa il Dio d'Israele.

Storicamente si aggiunge che l'espressione del pozzo migrante circolava già nel giudaismo, molto prima che venisse interpretata cristologicamente. La tradizione rabbinica conosce il pozzo che seguiva Israele attraverso il deserto (Tosefta Sukkà 3,11). Paolo riprende un motivo noto, come in Galati 4 riprende il racconto di Agar e Sara — e ne fa quello che là dice espressamente: lo interpreta in riferimento a Cristo.


Tesi centrale sociniana

La lettura sociniana non nega che Paolo riferisca la roccia a Cristo. Nega che questo riferimento sia un rapporto di essere. La roccia del deserto era il segno; Cristo è la cosa significata. Tra i due non c'è un rapporto di identità, ma un rapporto di rimando — lo stesso che sussiste tra il campo e il mondo, tra i sette candelabri e le sette chiese, tra le sette vacche e i sette anni.

Il punto filologico decisivo è la semplice parola «era». Nello stile interpretativo biblico la copula tra il segno e ciò che esso significa è regolarmente un'equiparazione di senso, non di essenza. Giuseppe dice al faraone: «Le sette vacche belle sono sette anni» (Genesi 41,26). Gesù dice: «Il campo è il mondo, il buon seme sono i figli del Regno» (Matteo 13,38). L'Esaltato dice: «I sette candelabri sono sette chiese» (Apocalisse 1,20). Nessuno vi sente un'affermazione di essenza. Perché mai proprio quell'unico passo, il cui autore qualifica due volte il proprio procedimento come tipologico, dovrebbe leggersi diversamente?

Il peso maggiore sta nel fatto che Paolo stesso fornisce la prova. In Galati 4,24-25 dice di Agar e Sara: «Queste cose hanno un senso allegorico» — in greco átiná estin allēgorúmena — e prosegue: «Agar infatti è il monte Sinai in Arabia.» Lo stesso autore, la stessa costruzione, la stessa copula. Chi non legge «Agar è il Sinai» in senso ontologico non può leggere «la roccia era Cristo» in senso ontologico senza cambiare la regola interpretativa in mezzo all'opera del medesimo autore.

E ancora un'osservazione dalla stessa lettera: Paolo chiama «spirituali» il cibo e la bevanda esattamente come la roccia. Se l'aggettivo fa della roccia una persona divina, fa della manna un cibo divino e dell'acqua una bevanda divina — una conclusione che nessuno trae. Il Catechismo di Racovia lo ha ricordato con precisione. In 1 Corinzi 15,46 Paolo dice inoltre espressamente: «Non è prima lo spirituale, ma il naturale; poi viene lo spirituale.» Chi dall'aggettivo «spirituale» deduce una precedenza rispetto alla storia rovescia l'uso linguistico della medesima lettera.

Affermazione centrale

Paolo non dice che Cristo fu nel deserto — dice che il deserto parlava di Cristo.

Esegesi: termini chiave e campo lessicale

Quattro espressioni portano l'intero onere della prova: la copula «era», l'aggettivo «spirituale», il participio «che li seguiva» e l'immagine della «roccia». Ciascuna di esse si lascia verificare in altri passi della Scrittura.

ἡn — l'«era» dell'interpretazione

Il greco ēn è il ponte più debole che una lingua conosca. Regge l'identità («Dio era il Verbo»), l'appartenenza («era di Betsaida»), lo stato («era notte») — e appunto anche l'interpretazione. Quale carico sostenga nel caso singolo non lo decide la parola, ma il contesto della frase. Qui la copula sta tra un oggetto del passato e una persona del presente; non può perciò fare altro che stabilire una corrispondenza.

Colpisce l'ordine delle parole: hē dè pétra ēn ho Christós — «la roccia poi era il Cristo». Entrambi i membri portano l'articolo; il nome del predicato è determinato. È esattamente la forma della formula interpretativa biblica: «Il campo è il mondo», «i sette candelabri sono le sette chiese». E l'articolo davanti a Christós lascia sentire di che cosa si tratti: non «era un essere divino», ma «era il Messia» — cioè la figura salvifica promessa da Dio, verso cui tendeva tutto nell'antica alleanza.

pneumatikós — «spirituale» come carattere di segno

Tre volte compare l'aggettivo in due versetti: cibo spirituale, bevanda spirituale, roccia spirituale. Non descrive la sostanza delle cose — la manna era nutrimento, l'acqua era acqua, la roccia era pietra —, ma il loro significato. Erano ciò che erano, e insieme significavano di più. Proprio questo «insieme di più» Paolo chiama spirituale.

Che nel Nuovo Testamento la parola non significhi «immateriale» lo mostra la stessa lettera. In 1 Corinzi 15,44 Paolo parla del «corpo spirituale» della risurrezione — di un corpo, dunque, che si dice spirituale e tuttavia è un corpo. In 1 Corinzi 2,15 l'«uomo spirituale» è un uomo. E Giovanni dice in Apocalisse 11,8 che quella grande città, nella quale il Signore fu crocifisso, è chiamata «spiritualmente Sodoma ed Egitto» — nessuno pensa che Gerusalemme fosse sostanzialmente Sodoma.

akoluthoúsēs — «che li seguiva»

Il participio è il punto di partenza dell'interpretazione tradizionale: una pietra non segue, una persona sì. Ma l'obiezione si rovescia non appena la si prenda sul serio. Secondo i racconti del Pentateuco era Dio a guidare il suo popolo — nella colonna di nube e di fuoco, davanti a lui, non dietro (Esodo 13,21). Un Cristo che corre dietro alla comunità non è un'immagine della Scrittura.

Ciò che effettivamente seguiva era l'acqua. Il Catechismo di Racovia legge perciò il participio in senso metonimico: la roccia sta per il torrente che ne scaturì e che seguiva la marcia attraverso una regione senz'acqua. Il modo di dire è corrente — diciamo che una sorgente segue una valle, e intendiamo la sua acqua. Isaia 43,20 parla nella stessa materia di «fiumi in luoghi impraticabili», con cui Dio dissetò il suo popolo eletto.

pétra — la roccia come nome di Dio

«Roccia» è nell'Antico Testamento un titolo divino consolidato, in particolare nel Cantico di Mosè: «Egli è la Roccia; l'opera sua è perfetta» (Deuteronomio 32,4); «abbandonò Dio che lo aveva fatto e disprezzò la Roccia della sua salvezza» (32,15); «nessuno è come il nostro Dio» (1 Samuele 2,2); «il Signore è la mia roccia e la mia fortezza» (Salmo 18,3).

Per l'argomentazione tradizionale questa è un'osservazione scomoda. Se «roccia» è nome di Dio e Paolo identificasse la roccia con Cristo, il Figlio sarebbe identificato con il Padre, che il Cantico di Mosè chiama così — un risultato che nessun interprete trinitario desidera. La lettura tipologica non ha questa difficoltà: la roccia percossa, dalla quale scorre la vita, è immagine del Messia percosso, dalla cui morte viene la vita. L'immagine resta immagine, e la persona resta persona.

týpos — la parola con cui Paolo spiega se stesso

Due volte in sei versetti Paolo qualifica ciò che fa: v. 6 «queste cose avvennero come figure per noi», v. 11 «tutte queste cose accaddero loro come figura». Entrambe le volte compare la radice typ-, che originariamente designa l'impronta lasciata da un colpo — il conio, non il sigillo. Il termine tiene ferma la distinzione di cui si tratta: somiglianza senza identità.


Confronto delle interpretazioni

Tradizionale-ortodossa Paolo attesta una presenza reale del Cristo preesistente nel deserto. Il Figlio accompagnò Israele, lo rifornì d'acqua e fu da esso tentato (v. 9). Il participio «che li seguiva» e l'aggettivo «spirituale» esigono un soggetto personale e celeste; il passo appartiene quindi alle prove più chiare di un'attività del Figlio anteriore al tempo.
Sociniana Paolo legge la storia del deserto come figura e lo dice due volte espressamente (v. 6.11). «Era» è la copula interpretativa, «spirituale» designa il carattere di segno, «che li seguiva» indica metonimicamente l'acqua. La roccia era immagine e figura di Cristo — non la sua persona. Cristo è il Messia verso cui tendeva tutto nell'antica alleanza; egli nacque quando il tempo fu compiuto.

Il Catechismo di Racovia sul passo

Il passo non viene sfiorato di sfuggita nel Catechismo di Racovia, ma trattato espressamente. La sezione «Cristo e la storia d'Israele» raccoglie due testimonianze con cui gli avversari cercano di provare la presenza di Cristo nel deserto: 1 Corinzi 10,3-4 e 1 Corinzi 10,9. Sulla prima si legge:

«Quanto alla prima, la cosa stessa mostra che quella roccia, dalla quale bevevano gli Israeliti, non era Cristo in senso proprio, ma in senso traslato, cioè perché ne era l'immagine e la figura. Da ciò non segue affatto che Cristo sia stato realmente nel deserto presso il popolo d'Israele. Che l'Apostolo chiami spirituale quella roccia non giova per nulla alla parte avversa, poiché quella roccia poteva essere detta spirituale benché fosse materiale — per la stessa ragione per cui anche quel cibo, la manna, fu detto spirituale e l'acqua bevanda spirituale.»

Catechismo di Racovia, «Cristo e la storia d'Israele»

L'obiezione è di una semplicità disarmante. Non discute di metafisica, ma di costruzione della frase: lo stesso aggettivo compare tre volte, riferito al cibo, alla bevanda e alla roccia. Chi presso la roccia ne fa un indicatore d'ipostasi deve spiegare perché due righe prima, presso la manna, non faccia nulla di simile. Il Catechismo adduce inoltre un parallelo che agli avversari era familiare: «Quasi allo stesso modo anche Giovanni dice in Ap. 11,8 che quella grande città, nella quale il nostro Signore fu crocifisso, è chiamata spiritualmente Sodoma ed Egitto.»

Al participio «che li seguiva» il Catechismo risponde con un'osservazione linguistica, non dogmatica:

«Quanto poi all'affermazione che quella roccia li seguiva, ciò va inteso metonimicamente dell'acqua che sgorgava dalla roccia — tanto più dopo che essa fu percossa una seconda volta — e che continuava a seguire il popolo attraverso il deserto, il quale prima non aveva avuto acqua corrente o almeno acqua adatta da bere.»

Catechismo di Racovia, «Cristo e la storia d'Israele»

Notevole è il richiamo alla duplice percossa: in Esodo 17,6 la roccia viene percossa all'Oreb, in Numeri 20,11 la roccia presso Kades — all'inizio e verso la fine del cammino. È il nucleo storico che l'espressione «seguire» raccoglie: il popolo trovò acqua dove non ce n'era, dal principio alla fine. Il Catechismo rimanda a questo proposito a Isaia 43,20, dove Dio stesso dice di aver «dato acqua nel deserto, fiumi in luoghi impraticabili, per dissetare il mio popolo eletto». Non Cristo, ma Dio è là colui che agisce.

E alla seconda testimonianza, il «tentare Cristo» del v. 9, risponde con un'analogia tratta dalla vita civile:

«Lo si può comprendere da un'espressione simile: se qualcuno dicesse: ‹Non siate ribelli verso l'autorità, come alcuni dei nostri antenati furono ribelli›, non se ne dovrebbe subito concludere che nei due casi si intenda numericamente la stessa autorità.»

Catechismo di Racovia, «Cristo e la storia d'Israele»

Il punto di paragone di una frase simile è la colpa, non la persona contro cui essa si dirige. «Non tentiamo Cristo, come alcuni di loro lo tentarono» significa: non commettete contro colui che vi è posto a capo lo stesso peccato che quelli commisero contro colui che era posto a capo loro. Si noti quanto sia cauta qui la formulazione del Catechismo: esso non afferma che l'interpretazione sia impossibile, ma soltanto che essa non si lascia dedurre da queste parole. È la regola sull'onere della prova che sorregge tutta l'esegesi sociniana — dove il tenore letterale ammette due letture, non si può imporre alcun articolo di fede.

Panoramica dei libri sugli scritti di Sozzini


La regola sozziniana della figura

Fausto Sozzini ha sviluppato espressamente nella sua opera principale la regola interpretativa di cui qui si tratta — e la sviluppa proprio su 1 Corinzi 10. Là gli stanno a cuore i sacrifici dell'Antico Testamento e la questione di in quale senso essi «prefigurino» la morte di Cristo. La sezione comincia con l'esempio del serpente di bronzo:

«Questo modo di prefigurazione Paolo lo spiega nel modo migliore (1 Cor. 10), quando dice che ciò che accadde al popolo d'Israele nel deserto fu figura di ciò che sarebbe accaduto a noi (v. 6 e 11). […] Le figure contengono dunque una certa immagine della cosa futura e non prefigurano in altro modo se non prefigurando.»

Fausto Sozzini, «Su Gesù Cristo Salvatore», sulla dottrina delle figure

L'ultima frase suona tautologica e non lo è. Sozzini respinge con essa ciò che respinge in tutto il libro: la tendenza a forzare un'immagine finché essa diventi la cosa stessa. Una figura prefigura — non di più. Il serpente di bronzo salvava chi lo guardava e rimandava perciò all'Innalzato (Numeri 21,9; Giovanni 3,14); non era Cristo. L'arca salvava attraverso l'acqua e rimandava perciò al battesimo (1 Pietro 3,20-21); non era il battesimo. Esattamente in questa serie sta la roccia.

Nello stesso luogo Sozzini indica anche la misura su cui ogni tipologia si lascia misurare: tra la figura e la cosa c'è un dislivello. Nella figura si tratta «di questa salvezza e di questa vita caduche e fragili, nel prefigurato invece di quelle eterne e incorruttibili». Chi vide bere la generazione del deserto vide uomini che sopravvissero al giorno seguente — e che tuttavia, come Paolo annota senza pietà al v. 5, furono abbattuti nel deserto. Chi guarda a Cristo vede la vita che non finisce. Far coincidere le due cose significherebbe togliere tutta la serietà dell'ammonimento paolino.

Ciò che ai sociniani sta positivamente a cuore lo formula il Catechismo di Racovia in un altro luogo: Cristo è stato «preconosciuto da Dio prima di ogni creazione e amato in modo unico, nonché destinato alla gloria» — e proprio per questo la storia d'Israele poteva essere scritta in vista di lui. Il primato di Cristo è reale, ma è un primato nel decreto di Dio, non nel tempo. Non è una diminuzione: guidare un popolo per quarant'anni in modo che la sua storia assuma in anticipo la forma del Messia è cosa più grande che mandargli dietro un accompagnatore.


Argomenti logici

Le considerazioni che seguono sono ordinate per peso: cominciano da ciò che Paolo dice del proprio procedimento e finiscono con le conseguenze per la lettura complessiva della lettera.

  1. L'autore spiega da sé il proprio procedimento — due volte. Il v. 6 («figura») e il v. 11 («come figura…, scritte per ammonimento nostro») incorniciano la frase sulla roccia. Nessun altro passo del Nuovo Testamento contrassegna il proprio modo di interpretare in maniera così esplicita. Un'interpretazione che ignori questa cornice deve motivare perché lo fa.
  2. Lo stesso autore legge altrove la medesima costruzione espressamente in senso figurato. In Galati 4,24-25 Paolo dice: «Queste cose hanno un senso allegorico… Agar è il monte Sinai.» Chi non legge «Agar è il Sinai» come affermazione di essenza non può leggere «la roccia era Cristo» come affermazione di essenza senza cambiare la regola all'interno dell'opera del medesimo autore.
  3. L'aggettivo «spirituale» compare tre volte e non può significare tre cose diverse. Cibo, bevanda e roccia sono «spirituali» allo stesso titolo. Chi presso la roccia ne ricava una persona dovrebbe ricavarla anche presso la manna. La lettura tradizionale applica l'aggettivo in modo selettivo.
  4. Nella stessa lettera Paolo nega il primato dello spirituale. «Non è prima lo spirituale, ma il naturale; poi viene lo spirituale» (1 Corinzi 15,46). È il rifiuto esplicito proprio di quella forma di pensiero che da «spirituale» conclude a un essere anteriore al tempo — e sta nel medesimo autore, nel medesimo scritto.
  5. La copula interpretativa è un idioma biblico costante. «Le sette vacche sono sette anni» (Genesi 41,26), «il campo è il mondo» (Matteo 13,38), «i sette candelabri sono sette chiese» (Apocalisse 1,20), «questo è il mio corpo» (1 Corinzi 11,24). Da una copula che in decine di casi interpreta non si può ricavare in un caso singolo un'ontologia.
  6. «Roccia» è, nel repertorio di immagini di questo capitolo, nome di Dio. Paolo scrive seguendo Deuteronomio 32 (cfr. 10,20.22), dove Dio è chiamato cinque volte «Roccia». Una lettura identitaria identificherebbe il Figlio con colui che il Cantico di Mosè chiama così — essa prova troppo.
  7. Un Cristo che segue contraddice il racconto del deserto. Secondo Esodo 13,21 Dio procedeva davanti nella colonna di nube e di fuoco. Chi legge il participio «che li seguiva» in senso personale ottiene un'immagine che il racconto non conosce in nessun luogo; la lettura metonimica dell'acqua che scorreva dietro si adatta alla cosa.
  8. Il passo sta in un discorso di ammonimento, non in una trattazione dottrinale. Paolo vuole mostrare che i sacramenti non salvano automaticamente. Per questo scopo la domanda su chi abitasse la roccia è priva di ogni funzione; per la lettura tipologica essa è portante: ciò che avete voi, l'avevano anche quelli — e caddero.
  9. La lettera conosce una formula esplicita su Dio e sul Signore. Due capitoli prima Paolo scrive: «Per noi c'è un solo Dio, il Padre…, e un solo Signore, Gesù Cristo» (1 Corinzi 8,6). Chi legge 10,4 come predicazione di divinità fa sì che il medesimo autore, nel giro di due capitoli, scavalchi la propria formula.
  10. La tipologia spiega di più, non di meno. La roccia percossa, dalla quale scorre la vita, raffigura il Messia dalla cui morte viene la vita; il passaggio del mare raffigura il battesimo, la manna la Cena. La lettura tipologica fa dell'intero capitolo un'immagine coerente, mentre la lettura identitaria ne strappa un solo mezzo versetto.

Riferimenti biblici

Questi passi approfondiscono l'interpretazione alla luce della testimonianza biblica complessiva:

1 Corinzi 10,6.11

«Or queste cose avvennero come figure per noi… Tutte queste cose accaddero loro come figura; furono però scritte per ammonimento nostro.» Il riferimento più importante si trova cinque righe più avanti. Paolo dice due volte in quale senso racconta la storia del deserto, ed entrambe le volte dice la stessa cosa. Le quattro parole sulla roccia stanno dentro questa cornice e non se ne lasciano staccare.

Galati 4,24-25

«Queste cose hanno un senso allegorico: queste donne sono le due alleanze… Agar infatti è il monte Sinai in Arabia.» Qui Paolo nomina il proprio metodo con il termine tecnico e applica la stessa copula. Chi là gli concede la comprensione figurata non può negargliela in 1 Corinzi 10 — tanto più che là la contrassegna con «figura» in modo ancora più esplicito.

1 Corinzi 15,45-47

«Il primo uomo, Adamo, divenne anima vivente, l'ultimo Adamo spirito vivificante. Ma non è prima lo spirituale, bensì il naturale; poi viene lo spirituale.» Paolo tira l'ordine espressamente nella direzione contraria alla logica della preesistenza. Il «secondo uomo venuto dal cielo» è il Risorto, non un preesistente — altrimenti Paolo avrebbe confutato la propria frase due righe prima.

Deuteronomio 32,4.15.18

«Egli è la Roccia; l'opera sua è perfetta… Hai dimenticato la Roccia che ti ha generato.» Il Cantico di Mosè è il testo dal quale Paolo attinge in questo capitolo (cfr. 10,20.22) — e in esso «Roccia» è nome di Dio Padre. Il titolo è dunque occupato; non può servire allo stesso tempo come prova d'identità per il Figlio.

Esodo 17,6 e Numeri 20,11

All'Oreb Dio sta sopra la roccia e fa sì che Mosè la percuota; a Kades Mosè la percuote due volte. In entrambi i racconti la roccia è oggetto, non agente, e Dio è colui che dà l'acqua. I due colpi, all'inizio e verso la fine del cammino, sono l'appiglio storico del discorso sulla roccia «che seguiva».

Matteo 13,38

«Il campo è il mondo, il buon seme sono i figli del Regno, la zizzania sono i figli del maligno.» Gesù stesso accumula la copula interpretativa quattro volte in un solo versetto. Nessuno ha mai concluso che un campo sia un mondo. La costruzione è così assicurata come idioma, non come eccezione.

Apocalisse 11,8

«… la grande città che spiritualmente si chiama Sodoma ed Egitto, dove anche il loro Signore fu crocifisso.» Il Catechismo di Racovia adduce esso stesso questo parallelo. Esso mostra che cosa faccia l'aggettivo «spirituale» nella Scrittura: apre un senso di segno senza trasformare la cosa. Gerusalemme rimase Gerusalemme.

1 Corinzi 8,6

«Per noi però c'è un solo Dio, il Padre, dal quale sono tutte le cose…, e un solo Signore, Gesù Cristo, mediante il quale sono tutte le cose.» Questa formula sta due capitoli prima del nostro passo e coordina accuratamente il Padre e il Figlio senza confonderli. È il metro sul quale, all'interno della stessa lettera, deve lasciarsi misurare ogni interpretazione di 10,4.


Obiezioni e risposte sociniane

1. «Paolo dice semplicemente: la roccia era Cristo»

Obiezione tradizionale

La frase non contiene alcun «per così dire», alcun «significava», alcun «era immagine di». Paolo scrive una semplice equazione. Chi la attenua introduce nel testo un presupposto che là non si trova.

L'obiezione avrebbe peso se la Scrittura munisse altrove la copula interpretativa di una parola di riserva. Non lo fa. «Le sette vacche belle sono sette anni» — nemmeno là un «significare». «Il campo è il mondo» — nemmeno là. «I sette candelabri sono sette chiese» — nemmeno là. Il linguaggio biblico accosta il segno e la cosa senza anello intermedio; la parola di riserva è un'invenzione della retorica posteriore.

Si aggiunge che in questo caso Paolo non aveva affatto bisogno della parola di riserva, perché l'aveva già posta sotto forma di un'intera formula. Chi cinque righe prima e cinque righe dopo dice di parlare di figure non deve ricordarlo di nuovo presso ogni singola immagine. Vale anche l'inverso: se Paolo avesse voluto insegnare una presenza corporea, sarebbe stata l'affermazione più vistosa dell'intero capitolo — e l'avrebbe nascosta in una proposizione secondaria, mentre l'ammonimento che gli sta a cuore lo compita quattro volte.

Infine l'obiezione, applicata coerentemente, susciterebbe altrove la contraddizione di chi la solleva. Su «questo è il mio corpo» gli interpreti della Riforma hanno tenuto fermo con energia, contro Roma, che la copula può interpretare. Non si tratta dunque della domanda se «è» venga usato in senso interpretativo — questo lo concede chiunque —, ma soltanto di quando. E la risposta la dà qui l'autore stesso.

2. «Una roccia spirituale non può essere una pietra»

Obiezione tradizionale

Paolo distingue la roccia spirituale dalla roccia del racconto. Egli intende una realtà celeste dietro la pietra terrena — e questa realtà la identifica con Cristo.

Questa interpretazione fallisce davanti alla serie in cui l'aggettivo compare. In due versetti Paolo chiama «spirituale» tre cose: il cibo, la bevanda, la roccia. La manna era nutrimento che si poteva masticare, e gli Israeliti la raccoglievano al mattino da terra; l'acqua scorreva e veniva bevuta. Chi carica metafisicamente il terzo membro della serie deve spiegare perché i primi due membri della stessa serie restino indisturbati.

Il Catechismo di Racovia formula la risposta nel modo più breve possibile: la roccia «poteva essere detta spirituale benché fosse materiale» — proprio per la ragione per cui anche la manna e l'acqua furono così chiamate, cioè «perché erano figura e segno del cibo spirituale, della bevanda spirituale e della roccia». L'aggettivo designa il carattere di segno, non la sostanza.

Che ciò corrisponda all'uso linguistico neotestamentario si lascia verificare indipendentemente. Nella stessa lettera Paolo conosce un «corpo spirituale» (15,44) e un «uomo spirituale» (2,15); Pietro parla di «sacrifici spirituali» e di «pietre vive» (1 Pietro 2,5). In nessuno di questi casi l'aggettivo sopprime la cosa alla quale è riferito. E Apocalisse 11,8 mostra infine che «spiritualmente» può addirittura nominare espressamente il procedimento traslato: Gerusalemme si chiama «spiritualmente Sodoma ed Egitto» — dunque non: essa è Sodoma.

3. «Una pietra non segue nessuno — una persona sì»

Obiezione tradizionale

Il participio «che li seguiva» è l'argomento vero e proprio. Attribuisce alla roccia un movimento che solo un soggetto agente può compiere. Paolo presuppone così un accompagnamento personale d'Israele da parte di Cristo.

Anzitutto la cosa in sé: il Catechismo di Racovia legge il participio in senso metonimico a partire dall'acqua, che sgorgò dalla roccia percossa e seguì la marcia attraverso una regione senz'acqua. Questo modo di dire è corrente in italiano come in greco — diciamo che una sorgente segue una valle, e intendiamo l'acqua, non la pietra. Il Catechismo rimanda espressamente alle due percosse (Esodo 17; Numeri 20), che abbracciano l'arco dal principio alla fine del cammino.

Poi l'obiezione si rivolge contro se stessa non appena la si svolga in senso personale. Nel racconto del deserto Dio procede davanti al suo popolo: nella colonna di nube di giorno e nella colonna di fuoco di notte (Esodo 13,21). Un Cristo che marcia dietro a Israele non è un'immagine che la Scrittura conosca. Chi vuole prendere il participio alla lettera non ottiene dunque la cristologia tradizionale, ma un racconto che né l'Esodo né i Numeri conoscono.

Infine va considerato lo sfondo letterario. La rappresentazione di un pozzo migrante era nel giudaismo un bene già circolante. Paolo riprende un modo di dire noto, così come in Galati 4 riprende la tradizione di Agar — e lo interpreta in riferimento a Cristo. Il participio appartiene quindi alla metà figurata della frase, ripresa dalla tradizione, non all'affermazione cristologica. Descrive ciò che si raccontava della roccia, non chi la roccia fosse.

4. «Il versetto 9 dice che tentarono Cristo»

Obiezione tradizionale

«Non tentiamo il Cristo, come alcuni di loro lo tentarono, e caddero vittime dei serpenti» (v. 9). Qui il tentare nel deserto viene riferito immediatamente a Cristo. Egli deve dunque essere stato presente là.

Il Catechismo di Racovia risponde con un'analogia: «Non siate ribelli verso l'autorità, come alcuni dei nostri antenati furono ribelli» — non ne segue che nei due casi si intenda la stessa autorità. Il punto di paragone di una frase simile è la colpa, non la persona contro cui essa si dirige. Chi parla così mette in guardia da un atteggiamento ripetibile, non da un incontro ripetuto.

Si aggiunge il dato della critica testuale, già noto nel Seicento e oggi ancora più evidente: i manoscritti sono divisi in questo punto. Una parte della tradizione legge «Cristo», un'altra «il Signore», alcuni pochi «Dio». Fondare una decisione dottrinale di tale portata su una lezione che la tradizione stessa non attesta unanimemente è metodicamente impossibile — indipendentemente da quale lezione si ritenga alla fine originaria.

E anche se «Cristo» è originario, la frase resta nel registro tipologico. Paolo scrive a cristiani il cui Signore è Cristo, riguardo a uomini il cui Signore era Dio — e tratta le due situazioni come parallele, perché nella sostanza lo sono. Esattamente questo fa in tutto il capitolo: chiama battesimo il passaggio del mare (v. 2), benché nessuno sostenga che il battesimo cristiano fosse già allora istituito. Chi al v. 9 fa della trasposizione una presenza dovrebbe al v. 2 farne un battesimo cristiano sotto Mosè.

5. «Giuda 5 dice che Gesù trasse il popolo fuori dall'Egitto»

Obiezione tradizionale

La lettera di Giuda conferma dall'esterno l'interpretazione di 1 Corinzi 10: «Gesù, dopo aver salvato il popolo dal paese d'Egitto, fece poi perire quelli che non credettero.» Con ciò al Figlio viene attribuita espressamente un'azione dell'esodo.

Il Catechismo di Racovia risponde allo stato dei manoscritti a lui accessibili: la parola «Gesù» non comparirebbe «in nessun manoscritto greco», anzi ovunque si dovrebbe leggere «Signore»; «perciò questa testimonianza non prova affatto ciò che gli avversari si erano proposti». Per restare onesti bisogna aggiungere: oggi il quadro si presenta diversamente. Una parte dei testimoni più antichi offre effettivamente «Gesù», e le edizioni critiche attuali non sono concordi al riguardo. L'argomento del Catechismo, nella forma di allora, è superato.

Il nocciolo della sua obiezione resta però intatto e si sposta soltanto: dove la tradizione oscilla, il versetto non porta alcun onere della prova. Un mezzo versetto la cui parola decisiva cambia nei manoscritti non può essere il ponte sul quale passa un'intera cristologia — tanto meno se deve sostenere l'interpretazione di un altro passo, anch'esso controverso.

Si aggiunge un'osservazione linguistica valida indipendentemente dalla questione testuale: «Gesù» è in greco la resa corrente del nome Giosuè. L'autore della Lettera agli Ebrei lo usa esattamente così (Ebrei 4,8: «Se infatti Giosuè avesse dato loro il riposo…»), e altrettanto Stefano nel suo discorso (Atti 7,45). Il nome da solo non decide dunque nulla.

E infine la Lettera di Giuda è essa stessa più riservata di quanto l'obiezione supponga. Due versetti prima nomina «il nostro unico Padrone e Signore Gesù Cristo» (v. 4) e al v. 25 conclude: «all'unico Dio, nostro Salvatore, per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore». Questa dossologia distingue l'unico Dio dal mediatore attraverso cui egli agisce — e fornisce così la regola secondo cui va letto anche il v. 5.


Conseguenze teologiche

La serietà dell'ammonimento resta intatta Paolo vuole mostrare che i privilegi spirituali non proteggono. Se il passo viene riconvertito in prova della preesistenza, il capitolo perde la sua punta — e i Corinzi ascoltano una lezione di cristologia là dove dovrebbero ascoltare un monito.
La regola interpretativa vale in modo unitario Chi riconosce la copula interpretativa in «Agar è il Sinai» e «il campo è il mondo» deve riconoscerla qui. Altrimenti a decidere come si legge non è la grammatica, ma il risultato atteso.
Il primato di Cristo non viene negato, ma collocato Cristo è «preconosciuto prima di ogni creazione e amato in modo unico» — nel decreto di Dio, non nel tempo. La storia d'Israele poteva perciò essere scritta in vista di lui senza che egli vi si aggirasse dentro.
La tipologia guadagna profondità La roccia percossa, dalla quale scorre la vita, raffigura il Messia dalla cui morte viene la vita. Letta come affermazione di essenza, l'immagine perde esattamente questa forza: una roccia che è Cristo non può più raffigurare Cristo.

Versetti collegati

I passi seguenti sostengono, approfondiscono o contrastano l'interpretazione qui esposta:

  • 1 Corinzi 8,6 — la formula su Dio e sul Signore due capitoli prima, sulla quale deve misurarsi ogni interpretazione di 10,4.
  • Giovanni 1,1-3 — il Logos come parola e decreto di Dio, non come seconda persona.
  • Giovanni 8,58 — «prima che Abramo fosse, io sono»: primato nel piano salvifico anziché nel tempo.
  • Giovanni 17,5 — la gloria «prima del mondo» come preparata, non posseduta.
  • 1 Pietro 1,20 — «preconosciuto prima della fondazione del mondo»: il concetto chiave di questa pagina.
  • Colossesi 1,15-17 — primogenito di ogni creatura: rango, non momento.
  • Filippesi 2,6-7 — la forma di Dio e la via verso l'alto.
  • Ebrei 1,1-2 — «per mezzo del quale ha fatto anche i mondi» alla luce della stessa dottrina delle figure.
  • Giovanni 6,38 — «disceso dal cielo» come affermazione di missione.
  • Giovanni 3,13 — il Figlio dell'uomo nel cielo, immediatamente accanto al serpente di bronzo di 3,14.
  • Giovanni 6,62 — «salire là dov'era prima».
  • Atti 2,36 — «costituito Signore e Cristo»: la predicazione più antica senza formula di preesistenza.

Sintesi

1 Corinzi 10,4 è il caso raro in cui un autore biblico fornisce insieme l'istruzione per l'uso della propria frase. Cinque righe prima e cinque righe dopo Paolo dice che racconta la storia del deserto come figura — come il conio di ciò che attende la comunità. Tra queste due marcature sta la frase sulla roccia. Staccarla da esse significa passare sopra all'unico commento che il testo dà di se stesso.

Le tre espressioni alle quali è appesa l'interpretazione tradizionale non la reggono. «Era» è la copula con cui la Scrittura collega costantemente il segno e la cosa — dalle sette vacche del faraone ai sette candelabri dell'Apocalisse. «Spirituale» sta nella stessa riga anche presso il cibo e la bevanda, e là non fa di nulla una persona. E «che li seguiva» descrive ciò che effettivamente seguiva: l'acqua uscita dalla roccia percossa. Il Catechismo di Racovia ha già dato queste tre risposte senza argomentare una sola volta in modo metafisico; esso argomenta sulla costruzione della frase e sull'uso linguistico.

Il peso maggiore sta nel fatto che Paolo dovrebbe contraddire se stesso. In Galati 4 chiama la stessa costruzione espressamente figurata. In 1 Corinzi 15,46 nega che lo spirituale sia il primo. In 1 Corinzi 8,6 distingue l'unico Dio, il Padre, dall'unico Signore, Gesù Cristo. Chi legge 10,4 come affermazione di essenza fa lavorare il medesimo autore, nel medesimo scritto, contro le proprie frasi.

Ciò che con questo si guadagna non è una diminuzione di Cristo, ma una lettura più acuta dell'immagine. Sozzini ha sviluppato la regola proprio su questo capitolo: le figure «non prefigurano in altro modo se non prefigurando». La roccia che Mosè percosse e dalla quale scorse la vita per un popolo assetato è un'immagine forte del Messia proprio perché non era il Messia. Essa era il conio; Cristo è il sigillo. E la comunità che beve da questo torrente fa bene ad ascoltare la frase che segue cinque righe più avanti: «Chi crede di stare in piedi, guardi di non cadere.»


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