Matteo 5,29-30 — «è meglio per te che perisca uno dei tuoi membri»: tormento eterno o annientamento?
«È meglio per te che perisca uno dei tuoi membri, anziché essere gettato con tutto il corpo nella Geenna» è spesso considerato una prova del tormento infernale eterno e cosciente. Ma il verbo usato per il membro perduto (apólētai, «perire») è una parola di annientamento, non di sofferenza — e ciò che è minacciato è tutto il corpo, non un'anima immortale separata dal corpo. Letto in chiave sociniana, il versetto mette in guardia dall'annientamento definitivo dell'intero uomo nel giudizio, non da una sofferenza cosciente senza fine. Sozzini stesso va metodicamente ancora più a fondo: già la parola «Geenna», come egli stesso rileva nella sua esposizione del Discorso della Montagna, sarebbe un modo di dire popolare ereditato dal giudaismo, per cui «nella stessa Sacra Scrittura non si trova alcun indizio evidente» — Cristo l'avrebbe ripreso senza per questo avallarne l'interpretazione popolare.
«Se il tuo occhio destro ti è occasione di scandalo, cavalo e gettalo via da te: conviene infatti che perisca uno dei tuoi membri, piuttosto che tutto il tuo corpo venga gettato nella Geenna. E se la tua mano destra ti è occasione di scandalo, tagliala e gettala via da te: conviene infatti che perisca uno dei tuoi membri, piuttosto che tutto il tuo corpo vada in perdizione nella Geenna.»
Matteo 5,29-30
Contesto: una formula tra desiderio e giudizio
Mt 5,29-30 si trova nella sesta antitesi del Discorso della Montagna (5,27-30), che segue immediatamente la parola sull'adulterio del cuore (vv. 27-28): «Chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore». I versetti sull'occhio e sulla mano sono la misura di difesa radicale di Cristo contro proprio questo desiderio interiore — espressa in un linguaggio consapevolmente esagerato, iperbolico: nessuno che prenda sul serio il testo lo ha mai inteso alla lettera come un invito all'automutilazione.
La formula non è unica. Ricompare quasi identica in Mt 18,8-9, lì nel contesto dei «piccoli» che non si devono scandalizzare; e Marco 9,43-48 offre la stessa sequenza — mano, piede, occhio — ampliata con una citazione da Is 66,24: «dove il loro verme non muore e il fuoco non si estingue». Questa triplice attestazione mostra che si tratta di una formula didattica fissa di Gesù, applicata in modo flessibile a diverse occasioni di tentazione — non un trattato escatologico autonomo, ma un'immagine riutilizzabile al servizio dell'ammonimento etico.
«Geenna» deriva a sua volta dall'ebraico Gê-Hinnôm, la valle a sud di Gerusalemme legata al sacrificio di bambini a Moloch (2 Re 23,10; Ger 7,31-32; 19,1-13). Nel linguaggio popolare del tardo giudaismo — e, come Sozzini rileva espressamente, proprio presso i farisei — il nome divenne un traslato: il luogo dove i malvagi giungono dopo la morte. Decisivo è che questo traslato, come sottolinea Sozzini, si fonda sulla credenza popolare e sulla tradizione, non su una definizione esplicita della Scrittura stessa.
Sorprende inoltre che Cristo non nomini semplicemente «un occhio», bensì l'occhio destro, e allo stesso modo la mano destra — una precisione che Sozzini approfondisce appositamente nella sua esposizione (vedi sotto). Entrambi i membri rappresentano due momenti del desiderio: l'occhio per lo sguardo, che secondo il v. 28 è già adulterio; la mano per l'esecuzione. La coppia di immagini copre così l'intero percorso della tentazione, dal primo sguardo all'atto.
Tesi centrale sociniana: annientamento di tutto il corpo, non sofferenza senza fine
Il versetto è costruito come un confronto: «è meglio per te che perisca (apólētai) uno dei tuoi membri, anziché che tutto il tuo corpo sia gettato nella Geenna». Entrambe le metà condividono la stessa categoria — perdita, rovina — solo in misura diversa: parziale lì, totale qui. Se la seconda metà designasse qualcosa di categorialmente diverso — una sofferenza cosciente e senza fine di un corpo conservato anziché la sua rovina — la logica del confronto si spezzerebbe: non si confronterebbe più una perdita con una perdita maggiore, ma una perdita con un male del tutto diverso. Il testo stesso suggerisce la lettura più semplice: ciò che accade al membro (perire) accade, su scala maggiore, a tutto il corpo.
Significativa è anche la portata della minaccia: non è «la tua anima» a essere gettata nella Geenna, ma «tutto il tuo corpo» (hólon tó sôma). L'immagine è corporea e olistica, non quella di un'anima immortale per natura, separata dal corpo, che continua a soffrire da sola. Ciò si accorda con un'antropologia mortalista, in cui l'uomo come totalità — corpo e anima insieme — è mortale e nel giudizio sta in piedi o cade (cfr. le voci della categoria Anima immortale).
La stessa cautela ermeneutica di Sozzini conferma questo riscontro dal lato delle fonti. Nel suo excursus «Il fuoco della Geenna» egli si rifiuta di ricavare dalla sola parola «Geenna» una dottrina sulla natura della pena ultraterrena: il termine sarebbe un traslato popolare, per cui la Scrittura stessa non offre alcuna prova evidente. Ma se già l'espressione «Geenna» non fornisce una metafisica precisa, allora un singolo detto sulla Geenna come Mt 5,29-30 non può a maggior ragione servire come testo probante per un tormento eterno e cosciente — non regge, dal punto di vista metodologico, questo peso.
Lo scopo autentico del passo non sta comunque in una lezione di metafisica, ma in un ammonimento etico radicale. «Cavalo», «tagliala» — nessuno lo legge alla lettera. La forza retorica dell'esortazione sta nella portata della perdita minacciata, non in una descrizione precisa della geografia dell'aldilà. E questa portata è già abbastanza enorme se designa la perdita definitiva della vita stessa.
Chi perde un membro ha meno di prima — non viene trasformato in uno storpio che arde in eterno. Allo stesso modo, l'avvertimento sulla Geenna non minaccia una sofferenza senza fine, ma la perdita di tutto il corpo, la rovina definitiva del peccatore impenitente. E già la parola «Geenna» stessa, ammonisce Sozzini, è un modo di dire popolare ereditato — non un termine tecnico definito appositamente dalla Scrittura per un tormento cosciente perpetuo.
Esegesi: termini chiave e campo semantico
Cinque espressioni greche sorreggono l'interpretazione di Mt 5,29-30:
skandalízei — «ti induce a cadere»
Il verbo skandalízô deriva dall'immagine del laccio o della pietra d'inciampo (skándalon): qualcosa che fa cadere qualcuno. Nel Discorso della Montagna si riferisce concretamente allo sguardo sulla donna del v. 28, che conduce all'«adulterio nel cuore». L'occhio in sé non è malvagio; diventa occasione di caduta quando è al servizio del desiderio.
La scelta di questo verbo dà il tono a ciò che segue: si tratta delle cause del peccato e della loro eliminazione radicale, non di un'affermazione dottrinale isolata sull'aldilà. Il versetto resta, grammaticalmente e tematicamente, legato al contrasto del desiderio.
apólētai — «perire»
Il verbo apóllymi (qui al congiuntivo aoristo medio, apólētai) significa «andare perduto, perire, essere annientato». È lo stesso campo semantico che Mt 10,28 usa per l'annientamento di «anima e corpo nella Geenna» (apolésai), e lo stesso che Gv 3,16 contrappone alla «vita eterna»: «affinché chiunque crede in lui non perisca (mê apólêtai), ma abbia la vita eterna».
L'uso costante è significativo: nel Nuovo Testamento apóllymi designa quasi sempre una perdita reale, una cessazione dell'esistenza — non una persistenza nel dolore. Chi segue questo uso linguistico legge anche il «membro che perisce» di Mt 5,29-30 come immagine dell'annientamento, non del tormento perdurante.
hólon tó sôma — «tutto il corpo»
Ciò che è minacciato è espressamente tutto il corpo (hólon tó sôma) — non «la tua anima», non una sostanza spirituale separata dal corpo. La minaccia è formulata in termini corporei e olistici, come si addice a un'antropologia che intende l'uomo come unità mortale di corpo e anima, non come anima immortale in un corpo intercambiabile.
Se fosse corretta l'idea comunemente presupposta secondo cui un'anima immortale per natura soffre nel fuoco, proprio «tutto il corpo» sarebbe stata la formulazione più inadatta. Il testo dice invece esattamente questo: è in gioco l'uomo intero, indiviso.
blēthē eis géennan — «essere gettato nella Geenna»
Il passivo blēthē («sia gettato») rimanda a un passivo divino: è Dio stesso l'agente reale nel giudizio, non un inferno autonomo che si autoperpetua. L'immagine del gettare (cfr. anche Mt 13,42.50; Ap 20,14-15, dove morte e regno dei morti vengono «gettati nello stagno di fuoco») è un'immagine di eliminazione, non di conservazione.
Questa osservazione si accorda con quanto Ap 20,14 afferma esplicitamente: lo stagno di fuoco «è la morte seconda». Ciò che vi è gettato non viene conservato, ma eliminato (cfr. la voce su Apocalisse 20,14).
géenna — origine e limiti del termine
«Geenna» (greco géenna) risale all'ebraico Gê-Hinnôm, «valle di Hinnom» — un luogo reale a sud di Gerusalemme, legato all'aborrito sacrificio di bambini a Moloch. Sozzini ricostruisce accuratamente nel suo excursus come, «per traslato», da questa valle storica sia derivata, presso il popolo semplice e presso i farisei, la designazione del luogo dei morti malvagi.
Decisiva è la sua precisazione metodologica: questo traslato era «accolto presso il popolo semplice degli Ebrei e presso gli stessi farisei», ma «nella stessa Sacra Scrittura» non si trova «alcun indizio evidente di ciò». Cristo si sarebbe dunque servito «del modo di dire popolare». Chi ricava dalla sola parola «Geenna» un'escatologia dettagliata sovraccarica il termine di una precisione che nemmeno il suo primo grande interprete protestante gli attribuiva.
Confronto tra le interpretazioni
Sozzini sul discorso della Geenna nel Discorso della Montagna
Fausto Sozzini dedica al termine «Geenna», nella sua esposizione del Discorso della Montagna, un excursus a sé, suscitato dalla parola di Cristo in Mt 5,22 («reo del fuoco della Geenna») — lo stesso termine che ricompare ai vv. 29-30. Il suo primo passo è una critica delle fonti filologico-storica:
«Gli interpreti affermano inoltre, cosa che crediamo facilmente, che presso gli Ebrei per traslato fu così chiamato quel luogo al quale, dopo la morte, giungevano quegli uomini che erano stati malvagi — il che era accolto presso il popolo semplice degli Ebrei e presso gli stessi farisei, sebbene nella stessa Sacra Scrittura non se ne trovi alcun indizio evidente —, e che Cristo pertanto qui si sia servito del modo di dire popolare.»
Fausto Sozzini, «Esposizione del Discorso della Montagna», sezione «Il fuoco della Geenna» (su Matteo 5,22)
Il punto è netto: Sozzini non contesta che Cristo parli della Geenna, né contesta la serietà del giudizio. Contesta che la parola stessa fornisca una metafisica dell'aldilà garantita per iscritto. È «modo di dire popolare» — un'immagine ripresa, non un terminus technicus definito appositamente dalla Scrittura.
Quando poi Sozzini giunge direttamente al v. 29, dove Cristo spiega perché nomini proprio un occhio e la mano destra, egli fissa il carattere comparativo del versetto — esattamente la struttura su cui si fonda la tesi centrale sociniana:
«Dice infatti che parla così perché è meglio che uno dei nostri membri perisca, piuttosto che tutto il corpo sia gettato nella Geenna.»
Fausto Sozzini, «Esposizione del Discorso della Montagna», sezione «Lo strappare l'occhio come rimedio contro il desiderio» (su Matteo 5,29)
E subito dopo Sozzini formula il principio metodologico che sostiene tutta la sua trattazione del tema della Geenna: Cristo non dimostra la concezione popolare, la presuppone come concessa, per arrivare al suo vero punto etico:
«Cristo dunque non dimostra che colui che ha commesso adulterio sarà gettato nella Geenna del fuoco, ma poiché ciò era comunemente creduto ed è verosimile che tali uomini meritino la pena del fuoco eterno, poté semplicemente affermarlo e presupporlo come cosa concessa.»
Fausto Sozzini, «Esposizione del Discorso della Montagna» (su Matteo 5,27-30)
Si tratta di un argomento di notevole portata ermeneutica: un'affermazione che presuppone una convinzione popolare per trarne un ammonimento etico non è un'affermazione che insegna quella convinzione in ogni dettaglio. Chi legge Mt 5,29-30 come un enunciato dottrinale sulla natura esatta della Geenna confonde la funzione argomentativa del versetto con il suo contenuto effettivo.
Panoramica dei libri sugli scritti di Sozzini
Argomenti logici
Da Mt 5,29-30 emergono i seguenti argomenti contro l'interpretazione come testo probante di un tormento eterno e cosciente:
- Argomento dalla logica del confronto. «È meglio che X, anziché che Y» confronta due grandezze della stessa specie in misura diversa. Se X («un membro perisce») significa perdita, è plausibile che Y («tutto il corpo è gettato nella Geenna») designi la stessa perdita su scala maggiore — non un male categorialmente diverso come una sofferenza cosciente senza fine.
- Argomento dal verbo di annientamento. Apóllymi nel NT designa costantemente la perdita, non la persistenza nel tormento: Mt 10,28 («far perire anima e corpo»), Gv 3,16 (contrapposto a «vita eterna»). L'uso linguistico coerente sostiene la lettura dell'annientamento.
- Argomento dall'integrità corporea. Ciò che è minacciato è «tutto il corpo», non «l'anima» da sola. L'immagine non presuppone un'anima immortale indipendente dal corpo, ma un uomo mortale e integrale.
- Argomento dalla critica delle fonti di Sozzini. Il termine «Geenna» stesso è, come mostra Sozzini, privo di una definizione esplicita nella Scrittura; poggia sulla tradizione popolare giudaica e farisaica. Da un termine così indeterminato non si può ricavare una metafisica precisa del tormento eterno.
- Argomento dalla logica dell'accomodamento. Secondo Sozzini, Cristo non «dimostra» la concezione della Geenna, ma la «presuppone come concessa» per arrivare al suo punto etico. Un elemento presupposto non porta lo stesso peso dottrinale di uno dimostrato.
- Argomento dall'iperbole retorica. «Cavalo», «tagliala» sono pacificamente intesi in senso iperbolico. Un testo che nel suo mezzo esagera consapevolmente per creare urgenza non è il luogo adatto per estrarre da una proposizione subordinata una geografia letterale e tecnica dell'aldilà.
- Argomento dai passi paralleli. Mc 9,43-48 integra la stessa formula con Is 66,24 («il loro verme non muore, il loro fuoco non si estingue») — un'immagine di cadaveri completamente consumati, non di persone coscientemente sofferenti. Cfr. i rimandi biblici sotto.
- Argomento dalla ripetizione formulare. Sozzini rileva che Cristo ripete identica la stessa costruzione «è meglio» per l'occhio e per la mano. Questa formularità depone per una struttura mnemonica fissa al servizio dell'etica, non per un'escatologia sviluppata progressivamente.
- Argomento dalla coerenza neotestamentaria. «Rovina eterna» (2 Ts 1,9), «la loro fine è la perdizione» (Fil 3,19), «può far perire anima e corpo» (Mt 10,28) — il vocabolario costante del NT per la sorte dei perduti è un linguaggio di annientamento, non di persistenza.
Rimandi biblici
I seguenti passi sono essenziali per la corretta comprensione di Mt 5,29-30:
Geremia 7,31-32 & 19,1-13 — la valle di Hinnom come luogo di giudizio
Geremia profetizza contro il Tofet nella valle di Hinnom, dove venivano offerti sacrifici di bambini: essa diverrà «valle della strage» e sarà riempita di cadaveri. La radice storica del termine «Geenna» è dunque essa stessa un'immagine di uccisione di massa, non di sopravvivenza senza fine.
Isaia 66,24 — il verme che non muore
«E usciranno, e vedranno i cadaveri degli uomini che si sono ribellati a me; poiché il loro verme non morrà e il loro fuoco non si spegnerà.» L'immagine sono cadaveri (non sofferenti coscienti), la cui decomposizione e combustione procede senza ostacoli fino al consumo completo — un'immagine di annientamento totale, non di sensazione eterna.
Marco 9,43-48 — il passo parallelo con la citazione di Isaia
Marco offre la stessa formula occhio-mano-piede, ampliata dalla citazione diretta di Is 66,24. Il collegamento conferma che il «fuoco inestinguibile» indica l'irrevocabilità e l'efficacia del giudizio (non si spegne prima che la sua opera sia compiuta), non la sua durata eterna vissuta.
Matteo 18,8-9 — la stessa formula nel contesto dei piccoli
Cristo ripete l'avvertimento su occhio-mano-piede nel contesto dello scandalo dei «piccoli». L'uso ripetuto della stessa formula in contesti diversi conferma il suo carattere di formula etica mnemonica fissa, non di dottrina puntuale sull'aldilà.
Matteo 10,28 — far perire anima e corpo
«Temete piuttosto colui che può far perire e l'anima e il corpo nella Geenna.» Lo stesso vocabolario di annientamento (apolésai), applicato ad anima e corpo — il parallelo linguistico più stretto con Mt 5,29-30. Cfr. la voce su Matteo 10,28.
2 Tessalonicesi 1,9 — rovina eterna
«Subiranno la pena della rovina eterna, lontano dalla faccia del Signore.» «Eterno» qualifica qui la definitività della «rovina», non una sofferenza perdurante. Cfr. 2 Tessalonicesi 1,9.
Apocalisse 20,14 — la morte seconda
«La morte e il regno dei morti furono gettati nello stagno di fuoco. Questa è la morte seconda.» La rara autodefinizione biblica dello «stagno di fuoco» come morte conferma: ciò che vi è «gettato» — come in Mt 5,29-30 tutto il corpo —, viene eliminato, non conservato. Cfr. Apocalisse 20,14.
Obiezioni e risposte sociniane
Obiezione 1: «Il "fuoco inestinguibile" e il verme che non muore dimostrano pur sempre un tormento eterno e cosciente.»
Mc 9,43-48 chiama il fuoco della Geenna espressamente «inestinguibile» e il verme uno che «non muore». Questo può significare solo una sofferenza perdurante e senza fine.
«Inestinguibile» descrive l'efficacia del fuoco — non può essere spento prima che la sua opera sia compiuta —, non necessariamente la sua durata eterna vissuta. Lo stesso linguaggio si trova in Is 34,10 riguardo a Edom: «Non si spegnerà né giorno né notte, il suo fumo salirà in eterno.» Edom da allora non giace letteralmente ardente; la formulazione indica l'irrevocabilità del giudizio.
Il «verme che non muore» proviene da Is 66,24 e descrive cadaveri, non persone coscientemente sofferenti — un'immagine di decomposizione totale e senza ostacoli, non di esperienza eterna. Cfr. il rimando sopra.
Entrambe le immagini descrivono dunque la definitività e la radicalità del giudizio — niente lo arresta finché non è pienamente compiuto — non la durata soggettivamente vissuta di una coscienza persistente.
Obiezione 2: «Sozzini si contraddice — qui relativizza "Geenna", ma altrove parla egli stesso di pena eterna.»
Se Sozzini relativizza il termine «Geenna» come mero modo di dire popolare, perché allora il Catechismo di Raków parla esso stesso della «pena del fuoco eterno» per gli angeli malvagi?
Nessuna contraddizione: Sozzini non contesta che vi sia un giudizio serio e definitivo, con conseguenze eterne — cioè irrevocabili, mai più annullate. Lo insegna egli stesso espressamente. Contesta soltanto che la sola parola «Geenna» porti già in sé l'interpretazione filosofica di «sofferenza cosciente perpetua».
In Sozzini «eterno» qualifica costantemente la definitività della pena — nessuna seconda vita dopo, nessun ritorno — non necessariamente la sua durata vissuta. La stessa distinzione sorregge anche la lettura di Mt 25,46 (cfr. la voce su Matteo 25,46).
Ciò su cui Sozzini si mostra cauto non è la serietà della pena, ma l'esatta natura metafisica di ciò che la sola parola «Geenna» presumibilmente implicherebbe. È critica delle fonti, non negazione del giudizio.
Obiezione 3: «Se il corpo viene annientato, questa non è affatto una pena — non c'è nulla da temere, quindi non è un male.»
L'annientamento non è una vera pena. Chi non esiste più non sente più nulla — questa non può essere una minaccia seria, con cui Cristo giustifichi una misura così radicale come lo strappare l'occhio.
La perdita dell'esistenza stessa è la pena più grande possibile per una creatura a cui, come bene supremo, è promessa la vita eterna. «Il salario del peccato è la morte» (Rm 6,23) formula proprio questo come l'estremo opposto della vita, non come una bagatella.
Chi rifiuta l'offerta della vita eterna e cessa invece per sempre di essere ha subito la perdita più grande che una creatura possa subire — non il nulla, ma tutto. La minaccia non perde con ciò nulla della sua serietà; anzi, guadagna in chiarezza, perché non dipende da un'idea aggiuntiva, mai insegnata esplicitamente nel testo, di sopravvivenza eterna nella sofferenza.
Obiezione 4: «Apóllymi può significare anche "perdersi senza cessare di esistere" — come nella pecora smarrita.»
Lc 15 chiama la pecora smarrita «perduta» (apolōlós), sebbene continui a vivere. Dunque «perire» in Mt 5,29-30 non dimostra alcun annientamento.
È vero che apóllymi dipende dal contesto — la pecora smarrita è «perduta» nel senso di «fuori portata», non uccisa. Decisivo è però il rispettivo contesto, non la parola isolata.
Nel contesto della Geenna il riscontro è univoco: Mt 10,28 collega lo stesso verbo esplicitamente con «nella Geenna» e con l'oggetto «anima e corpo» — qui non è previsto alcun ritrovamento, come per la pecora, bensì una sentenza di giudizio definitiva. E Gv 3,16 contrappone apóllymi direttamente alla «vita eterna» come suo opposto — non l'immagine di una «pecora perduta ma ancora viva», bensì un'alternativa aut-aut.
Il contesto di Mt 5,29-30 — Geenna, corpo intero, linguaggio di giudizio — appartiene al secondo gruppo, non al primo.
Obiezione 5: «La cautela di Sozzini riguardo al termine "Geenna" è mero imbarazzo — non vuole prendere sul serio il passo.»
Chi risponde a una chiara parola di ammonimento di Cristo con la critica delle fonti finisce per relativizzarla, invece di prenderla sul serio.
È vero il contrario. Sozzini prende il passo così sul serio da dedicargli un excursus a sé, che comprende diverse sezioni — storico, filologico, teologico. L'elusione ha un altro aspetto.
La sua cautela è metodologica, non elusiva: egli distingue tra ciò che il testo insegna con certezza — la serietà del giudizio, l'urgenza di allontanarsi dal desiderio, la perdita per gli impenitenti — e ciò che è mera idea popolare trasportata, non essa stessa rivelata — l'esatta natura geografica e fenomenologica del luogo ultraterreno.
Questa distinzione non è un'attenuazione della serietà, bensì il suo presupposto: solo chi non eleva ogni idea accessoria ripresa a dogma può dire ciò che il testo insegna realmente e con assoluta certezza.
Conseguenze teologiche
Versetti collegati
I seguenti passi sostengono, approfondiscono o contrastano l'interpretazione qui presentata:
- Matteo 10,28 — il parallelo linguistico più stretto: Dio può «far perire anima e corpo nella Geenna».
- Apocalisse 20,14 — lo stagno di fuoco come «morte seconda», la rara autodefinizione biblica.
- 2 Tessalonicesi 1,9 — «rovina eterna» come misura della pena.
- Matteo 25,46 — «pena eterna» come appartenenza definitiva, non necessariamente vissuta nella durata, all'eone futuro.
- 2 Pietro 2,6 — Sodoma come esempio illustrativo del giudizio futuro: distruzione, non tormento senza fine.
- Matteo 7,13-14 — la via larga che conduce «alla perdizione».
Sintesi
Mt 5,29-30 confronta la perdita di un membro con la perdita di tutto il corpo — ed entrambi i lati del confronto condividono lo stesso vocabolario del perire (apóllymi), non una giustapposizione di mera perdita e sofferenza perdurante. Ciò che è minacciato è «tutto il corpo», non un'anima immortale separata dal corpo — un'immagine che si accorda con un'antropologia mortale e olistica, non con una dottrina della coscienza naturalmente inestinguibile.
Nella sua esposizione del Discorso della Montagna Sozzini risale metodicamente ancora più indietro: già il termine «Geenna» stesso sarebbe un modo di dire popolare ereditato dal giudaismo, per cui «nella stessa Sacra Scrittura non si trova alcun indizio evidente». Cristo non «dimostra» la concezione a esso legata, ma la «presuppone come concessa» per arrivare al suo vero punto etico: l'urgenza radicale di strapparsi dal desiderio.
Così la serietà del versetto resta pienamente salvaguardata, senza che debba sostenere una metafisica che esso stesso non fornisce. Ciò che è in gioco non è una misura di sofferenza vissuta, ma la vita stessa — «tutto il corpo», la cui perdita è la più grande di tutte le minacce, proprio perché dopo di essa non segue più nulla.
