Ebrei 7,25 — «Può salvare perfettamente, essendo egli sempre vivo per intercedere»
La Lettera agli Ebrei non fonda la salvezza su uno scambio penale concluso, bensì su un ufficio presente: Cristo può salvare «essendo egli sempre vivo per intercedere a loro favore». Il fondamento del poter salvare sta dunque nella vita dell'Esaltato, non nella sola sua morte. È esattamente qui che si innesta l'interpretazione sociniana: Fausto Sozzini legge il versetto come prova che l'espiazione prosegue in cielo — Cristo «opera così di continuo l'espiazione dei nostri peccati» —, e il Catechismo di Rakow spiega l'intercessione come esercizio di una potestà conferita da Dio, non come il piegare un Dio adirato. Il versetto non parla di un prezzo pagato, ma di un sacerdote vivente.
«Egli invece, poiché resta per sempre, possiede un sacerdozio che non tramonta. Perciò può salvare perfettamente quelli che per mezzo di lui si accostano a Dio, essendo egli sempre vivo per intercedere a loro favore.»
Ebrei 7,24-25 (CEI)
Contesto: il sacerdote secondo l'ordine di Melchisedek
Ebrei 7 è il centro di una lunga argomentazione. L'autore ha mostrato in precedenza che Cristo non discende dalla tribù di Levi e che perciò, secondo la Legge, non potrebbe essere sacerdote in alcun modo (7,13-14). Gli occorre dunque un altro ordine — e lo trova nella figura enigmatica di Melchisedek, al quale Abramo diede la decima molto prima di Aronne. La dimostrazione non tende a un'affermazione sulla natura di Cristo, ma a un'affermazione sul suo ufficio: di quale specie sia il suo sacerdozio e donde gli provenga.
Il termine di paragone decisivo sono, al versetto 23, i molti sacerdoti levitici. Dovettero essere costituiti in gran numero «perché la morte impediva loro di durare a lungo». La deficienza dell'antico sacerdozio non è dunque la sua insincerità né la sua imprecisione, ma la sua mortalità. Chi muore non può continuare a servire; chi non può continuare a servire dev'essere sostituito; e un ufficio che dev'essere continuamente sostituito non può sostenere nessuno in modo duraturo.
Il versetto 24 pone l'immagine contraria: «Egli invece, poiché resta per sempre, possiede un sacerdozio che non tramonta». Il motivo non è di nuovo metafisico, ma — nel senso più ampio — biografico: Cristo resta. Poco prima l'autore ha detto come ciò sia avvenuto: «non in forza di una legge carnale, ma in forza di una vita indistruttibile» (7,16), e ha legato il sacerdozio a un giuramento di Dio (7,20-21). È un ufficio che è stato conferito e confermato con giuramento.
Il versetto 25 ne trae la conclusione, e la successione delle parole è notevole. Prima viene la capacità — «perciò può salvare perfettamente» —, poi la cerchia degli interessati — «quelli che per mezzo di lui si accostano a Dio» —, e da ultimo la motivazione: «essendo egli sempre vivo per intercedere a loro favore». Il poter salvare non è dunque fondato sulla croce, che nel capitolo non è nemmeno menzionata, bensì sulla vita del sacerdote e sul suo intervenire.
Solo due versetti più avanti, in 7,27, l'autore torna sull'offerta di sé, e anche là in un modo che appartiene al nostro versetto: Cristo «l'ha fatto una volta per tutte, offrendo se stesso». Ciò che è unico è l'oblazione; ciò che permane è il servizio che ne consegue. Chi legge la lettera fino in fondo vede come le due cose stiano insieme: il sacerdote entra «nel santuario» (9,12) e vi compare «al cospetto di Dio in nostro favore» (9,24) — non una sola volta nel passato, ma come colui che là rimane.
Tesi centrale sociniana
Letto in chiave sociniana, Ebrei 7,25 è la più netta obiezione neotestamentaria all'idea che la salvezza sia stata giuridicamente conclusa sulla croce. Se infatti là la colpa fosse stata interamente cancellata e la pena pagata fino all'ultimo, non resterebbe nulla da fare per un «sempre». L'autore però fonda espressamente la capacità salvifica di Cristo su una circostanza presente: che egli vive e intercede. Un prezzo pagato non ha bisogno di un garante vivente; un ufficio ha bisogno di chi lo eserciti.
La prima tesi suona dunque così: la salvezza è un processo, non una somma depositata. Fausto Sozzini ha sviluppato questo punto nella sua opera principale con grande pacatezza. Egli distingue il «modo dell'espiazione» — morte, risurrezione, esaltazione — dall'«espiazione stessa», che avviene in cielo e perdura. Non perché alla croce manchi qualcosa, ma perché, secondo la sua lettura, la croce è la via verso il santuario e non ancora il servizio che vi si compie.
La seconda tesi riguarda l'origine della potestà. Cristo può salvare — in greco dýnatai, egli ne è capace. È il linguaggio di una facoltà conferita, non il linguaggio di un'onnipotenza originaria. La Lettera agli Ebrei dice essa stessa come ciò sia avvenuto: mediante un giuramento di Dio (7,21), mediante una chiamata come quella di Aronne (5,4-5), mediante il perfezionamento nella sofferenza (5,9). Il Catechismo di Rakow riassume lo stesso movimento in una frase, quando dice che Cristo fu «da Dio richiamato in vita e reso immortale» e solo così entrò nel santuario celeste.
La terza tesi riguarda l'intercessione. Che Cristo «interceda» non è, per l'interpretazione sociniana, un imbarazzo, bensì la chiave. Chi chiede non dispone da sé; chi interviene per altri interviene presso un altro. Il versetto distingue dunque due: colui che intercede e colui presso il quale si intercede. Il Catechismo di Rakow aggiunge però una precisazione importante — l'intercessione non è il piegare un Dio avverso, ma un modo di dire che designa l'agire efficace dell'Esaltato, il quale ha la sua origine nella grazia del Padre.
La quarta tesi riguarda la condizione. Sono salvati «quelli che per mezzo di lui si accostano a Dio» — un participio presente, che indica un accostarsi continuo. Il versetto nomina così espressamente una via e coloro che la percorrono. Non viene descritto un procedimento giuridico automatico, ma un accesso che sta aperto e vuole essere percorso. È esattamente questo il nesso sociniano tra espiazione e obbedienza: chi si accosta a Dio è sostenuto da colui che là interviene in suo favore.
Egli può salvare perché vive — non perché un conto sia stato saldato. La salvezza dipende da un ufficio presente, e chi lo esercita l'ha ricevuto.
Esegesi: termini chiave e campo semantico
Cinque espressioni reggono l'interpretazione: il verbo del poter salvare, la determinazione «perfettamente», il termine per il sacerdozio che non tramonta, il participio dell'accostarsi e infine l'espressione per l'intercedere. Ciascuna di esse può essere verificata sulla Lettera agli Ebrei stessa e sul resto della Scrittura.
δύναται σῴζειν — «può salvare»
Il verbo dýnatai designa una facoltà, una capacità. La Lettera agli Ebrei lo impiega volentieri per segnare dei limiti: la Legge non «può» rendere perfetti (7,19; 10,1), gli antichi sacrifici non «possono» togliere i peccati (10,11), il sacerdote «può» compatire (5,2). È il linguaggio della competenza e dei suoi limiti — e nel nostro versetto esso viene volto in positivo.
Il poter salvare è così descritto espressamente come qualcosa che ha un fondamento e che può essere fondato. E il versetto lo fornisce: hóthen — «perciò», «donde». Il fondamento sta prima: che egli resta per sempre. Chi invece deduce la salvezza da una compensazione penale prestata sulla croce deve passar sopra alla congiunzione che l'autore ha posto.
εἰς τὸ παντελές — «per sempre» / «perfettamente»
L'espressione è ambivalente, e le due letture conducono al medesimo esito. Intesa temporalmente significa «per ogni tempo», «senza interruzione»; intesa qualitativamente «completamente», «fino in fondo». La CEI ha scelto con «perfettamente» la seconda lettura, mentre il parallelo nel secondo emistichio — «essendo egli sempre vivo» — sostiene la prima: lo stesso campo semantico della durata compare due volte.
Ma anche nella lettura qualitativa il senso resta lo stesso, poiché la completezza dipende dalla vita perdurante del sacerdote. Luca 13,11 usa l'espressione della donna curva che «in nessun modo» riusciva a raddrizzarsi — là essa è un rafforzativo. In Ebrei 7,25 rafforza il poter salvare e lo lega a una condizione che non viene meno.
ἀπαράβατος ἱερωσύνη — «un sacerdozio che non tramonta»
L'aggettivo aparábatos è raro e nel Nuovo Testamento è un unicum. Alla lettera significa «non trasgredibile» e nel linguaggio giuridico era usato di disposizioni che non si possono aggirare; detto di uffici significa: non trasferibile, non revocabile. Il contrario è la serie levitica, in cui ogni titolare aveva bisogno di un successore.
Anche qui l'accento non cade su un'eternità della natura, ma sull'inamovibilità di un ufficio. Il sacerdozio non tramonta perché il suo titolare non muore più — non perché non abbia mai avuto inizio. L'autore ha perfino datato quell'inizio: Dio gli disse «Tu sei mio figlio, oggi ti ho generato» (5,5), e il Catechismo di Rakow riferisce questa parola alla risurrezione.
τοὺς προσερχομένους — «quelli che per mezzo di lui si accostano a Dio»
Il participio presente non designa un passaggio compiuto una volta per tutte, bensì un accostarsi che perdura. Prosérchomai è nella Lettera agli Ebrei un termine cultuale: «Accostiamoci dunque con piena fiducia al trono della grazia» (4,16); «accostiamoci con cuore sincero» (10,22). Descrive il movimento del culto, non lo stato giuridico di un graziato.
Importante è il «per mezzo di lui». L'accesso passa per il sacerdote, e il sacerdote è il mediatore, non il destinatario. Ci si accosta a Dio; ci si accosta per mezzo di Cristo. Il versetto tiene nettamente distinti i due ruoli — la stessa distinzione che Paolo enuncia in 1 Timoteo 2,5 come «uno solo è Dio e uno solo il mediatore fra Dio e gli uomini».
ἐντυγχάνειν — «intercedere a loro favore»
Il verbo significa «rivolgersi a qualcuno», «presentarsi», «intervenire presso qualcuno in favore di un altro». Paolo lo usa in Romani 8,34 dell'esaltato Cristo, che «sta alla destra di Dio e intercede per noi», e pochi versetti prima dello Spirito, che «intercede per noi» (8,26-27). Il linguaggio è dappertutto quello della mediazione fra due parti.
Il Catechismo di Rakow ne trae una conclusione misurata: non che Cristo pronunci in cielo letteralmente delle preghiere, ma che il suo agire abbia una somiglianza con le preghiere, perché muove Dio al perdono ed è in ciò sommamente efficace. Questa precisazione è importante, perché tiene insieme ciò che altrimenti si separa: Cristo è re e ha potestà — e tuttavia la Scrittura parla di suppliche, affinché non si dimentichi donde quella potestà provenga.
Confronto delle interpretazioni
Sozzini sull'espiazione permanente in cielo
Fausto Sozzini tratta il nostro versetto non come un'osservazione marginale, ma come un luogo probante. Nella sezione della sua opera principale che discute l'espiazione in cielo egli cita alla lettera Ebrei 7,24-25 e ne deduce la durata del servizio sacerdotale. La frase con cui riassume il pensiero è la formulazione più densa che la dottrina sociniana dell'espiazione abbia mai prodotto:
«Non è dunque dubbio: se abbiamo fede e ci sforziamo di conservarla, la nostra espiazione ci viene sempre concessa per mezzo di Cristo; e non dobbiamo mai temere quell'ira di Dio che sperimenteranno gli increduli e i ribelli. Poiché davanti a lui Cristo ci difende di continuo con la sua potenza e la sua autorità, e opera così di continuo l'espiazione dei nostri peccati.»
Fausto Sozzini, Su Gesù Cristo Salvatore (De Iesu Christo Servatore), «L'espiazione in cielo»
Si notino i termini con cui egli spiega l'intercessione: «potenza e autorità». Sozzini non risolve dunque l'intercessione in una tenue supplica, ma la intende come esercizio di una signoria. E dice nello stesso respiro a che cosa essa sia rivolta: non a un mutamento nell'animo di Dio, bensì alla nostra difesa contro tutto ciò che attende gli increduli. Chi legge così non ha bisogno di uno scambio penale per fondare la sicurezza del credente — ha un difensore vivente.
Che in ciò non vi sia per Sozzini alcuna svalutazione della croce lo mostra il ragionamento con cui egli interpreta Romani 8,34. Là distingue fra il «modo» dell'espiazione — morte, risurrezione, sedere alla destra — e l'espiazione stessa, che è designata nell'intercessione. E indica con precisione perché nessuno di questi membri basti da solo:
«Ma neppure con la sola risurrezione Cristo sarebbe bastato, se, trasferito in cielo, non vi avesse aggiunto anche questo e non avesse conseguito gloria e potenza eterne; donde segue che egli intercede di continuo presso Dio per noi, cioè che ci libera sempre da ogni male mediante la potestà a lui conferita.»
Fausto Sozzini, Su Gesù Cristo Salvatore (De Iesu Christo Servatore), «L'espiazione in cielo»
«La potestà a lui conferita» — è questo il punto in cui la questione dell'espiazione e quella della Trinità si toccano. Se Cristo salva perché vive, e se vive perché Dio lo ha risuscitato ed esaltato, allora la salvezza è da cima a fondo dono del Padre. La Lettera agli Ebrei dice esattamente questo con il giuramento di 7,21 e con la chiamata di 5,4-5, e Sozzini non fa che tracciarne la linea.
Il suo pensiero diventa più impressionante là dove sviluppa ulteriormente l'immagine del giorno dell'espiazione. Il sommo sacerdote levitico entrava una volta all'anno nel Santo dei Santi, vi compiva il suo servizio e ne usciva di nuovo; il popolo lo vedeva tornare e sapeva: è compiuto. Cristo, dice Sozzini, è entrato e non esce più:
«L'uno e l'altro non sono fra loro dissimili, se non in questo: che quello rimase nel santuario solo per breve tempo, mentre questi siede per sempre in cielo.»
Fausto Sozzini, Su Gesù Cristo Salvatore (De Iesu Christo Servatore), «L'offerta di sé di Cristo»
Con ciò la logica dell'immagine propria della Lettera agli Ebrei è rivolta contro l'idea di un procedimento giuridico concluso. Se il sacerdote resta nel santuario, allora là accade ancora qualcosa; e se là accade ancora qualcosa, allora la salvezza non è una somma depositata, bensì un servizio che perdura. «Essendo egli sempre vivo per intercedere a loro favore» è la formulazione più breve della medesima intuizione.
Il Catechismo di Rakow su ufficio sacerdotale e intercessione
Il Catechismo di Rakow tratta la cosa in modo manualistico e la colloca dove, secondo la comprensione sociniana, essa appartiene: non fra le affermazioni sulla natura di Cristo, bensì fra i suoi uffici. Alla domanda in che cosa consista l'ufficio sacerdotale risponde con un'unica lunga frase, che lega croce, risurrezione, ascensione e intercessione in un solo movimento:
«Così egli, per mezzo del proprio sangue, richiamato da Dio in vita e reso immortale, è entrato in quel santuario celeste e ha offerto se stesso a Dio, comparendo di continuo davanti al suo volto e intercedendo per noi; e mediante questa sua unica offerta ha ottenuto redenzione eterna e liberazione dai peccati per tutti coloro che credono in lui.»
Catechismo di Rakow, «Natura e contenuto dell'ufficio sacerdotale»
Tre tratti di questa frase coincidono parola per parola con Ebrei 7,25. Primo, il passivo: Cristo è «richiamato da Dio in vita e reso immortale» — è il presupposto perché egli sia «sempre vivo». Secondo, il participio della durata: «comparendo di continuo davanti al suo volto e intercedendo per noi» — è l'intercessione del nostro versetto. Terzo, la condizione: «per tutti coloro che credono in lui» — sono «quelli che per mezzo di lui si accostano a Dio».
Più chiaramente di Sozzini stesso il Catechismo enuncia poi ciò che ne segue per il rapporto fra croce e cielo. La frase è forse la formulazione sociniana più netta in assoluto sulla questione dell'espiazione, ed è costruita con deliberata cautela — non nega il significato della morte, ma ne determina il luogo:
«E in questo modo le sofferenze e la morte di Cristo non furono esse stesse il sacrificio espiatorio propriamente detto, quello pieno e perfetto di cui si parla, ma in un certo modo una via e una preparazione per compierlo, ovvero un suo certo inizio.»
Catechismo di Rakow, «Il sacerdozio celeste di Cristo»
Il Catechismo non si appoggia qui a una considerazione razionale, bensì alla Lettera agli Ebrei stessa. Cita 8,4: «Se egli fosse sulla terra, non sarebbe neppure sacerdote», e conclude: se il luogo del sacerdozio è il cielo, allora anche il luogo dell'espiazione è il cielo. È esattamente il presupposto sotto il quale il versetto 25 conserva il suo senso — il sacerdote che salva è colui che là vive e là interviene.
E infine il Catechismo chiarisce la domanda che molti lettori si pongono per prima davanti a questo versetto: Cristo prega davvero in cielo? La risposta è di notevole sobrietà e protegge proprio ciò che il versetto vuole proteggere:
«Quando la Scrittura attesta che Cristo intercede per noi, ciò non avviene come se egli rivolgesse propriamente a Dio delle preghiere per noi; ciò infatti non si accorderebbe con la sua potestà perfetta, che Dio gli ha conferito e in forza della quale egli stesso è nostro re.»
Catechismo di Rakow, «L'intercessione di Cristo»
La motivazione che il Catechismo vi aggiunge è notevole: la Scrittura userebbe questo modo di dire tanto più volentieri affinché non si dimentichi che Cristo non ha ogni potere da se stesso, ma come dono di Dio Padre. Il linguaggio della supplica non è dunque una condiscendenza verso la nostra comprensione, ma una consapevole cautela teologica — mantiene intatta la prerogativa del Padre. Chi legge così Ebrei 7,25 non ode nell'«intercedere a loro favore» una debolezza dell'Esaltato, bensì un'informazione sulla fonte della sua potenza.
Argomenti logici
Le considerazioni seguenti sono ordinate per peso: cominciano dal tenore letterale immediato e terminano con le conseguenze per la dottrina nel suo insieme.
- Il fondamento del poter salvare è espressamente indicato — ed è la vita. «Perciò può salvare perfettamente… essendo egli sempre vivo per intercedere a loro favore.» Chi cerca una motivazione non deve indovinarla; il versetto la dà due volte, prima (7,24: «poiché resta per sempre») e dopo. Una compensazione penale compiuta sulla croce non compare nella motivazione.
- La croce è menzionata in tutto il capitolo una sola volta e con altro intento. In 7,27 si dice che Cristo «l'ha fatto una volta per tutte, offrendo se stesso» — come contrasto con la ripetizione quotidiana dei sacrifici levitici, non come spiegazione del poter salvare. Nulla avrebbe impedito all'autore di addurre la croce nel nostro passo. Egli adduce la vita.
- «Sempre» presuppone durata, non conclusione. Ciò che è stato pagato una volta per intero non ha bisogno di continuazione; ciò che viene salvato in modo perdurante ha bisogno di qualcuno che agisca in modo perdurante. La duplice determinazione di durata del versetto — salvare «perfettamente», essere «sempre» vivo — si concilia a fatica con l'idea di un procedimento giuridico concluso.
- Chi intercede non è colui presso il quale si intercede. Entynchánein designa l'intervenire presso un terzo. Il versetto nomina dunque due: il sacerdote e Dio. Che questa distinzione sia intesa realmente e non solo per immagini lo mostra la Lettera agli Ebrei stessa, quando dice che Cristo fu chiamato «da Dio» (5,4-5) e che Dio glielo giurò con un giuramento (7,21).
- Il sacerdozio è descritto come conferito. Esso non riposa «su una legge carnale», ma su un giuramento di Dio; e il medesimo autore dice che Cristo «non si attribuì da sé» l'onore di divenire sommo sacerdote (5,5). Un ufficio che non tramonta può essere ricevuto; e un ufficio ricevuto presuppone chi lo dà.
- Il sacerdote è espressamente preso fra gli uomini. «Ogni sommo sacerdote, preso fra gli uomini, viene costituito per il bene degli uomini nelle cose che riguardano Dio» (5,1). La Lettera agli Ebrei non fonda l'idoneità di Cristo al sacerdozio sulla sua divinità, bensì sulla sua somiglianza con i fratelli (2,17) — un punto che la scheda su Ebrei 2,17 sviluppa.
- L'immagine del santuario esige un servizio perdurante. L'autore dice che Cristo è entrato «nel cielo stesso», «per comparire al cospetto di Dio in nostro favore» (9,24). Il comparire non è un'azione conclusa, ma uno stato. La logica dell'immagine del giorno dell'espiazione richiede che nel santuario accada qualcosa finché il sacerdote vi si trova.
- La salvezza è legata a un accostarsi perdurante. «Quelli che per mezzo di lui si accostano a Dio» sta al participio presente e designa coloro che percorrono l'accesso. Il versetto non descrive dunque l'attribuzione di uno status giuridico, ma la garanzia di una via — e la lettera usa lo stesso linguaggio quando esorta ad accostarsi (4,16; 10,22).
- Anche in Paolo l'intercessione dell'Esaltato è un agire presente. «Cristo Gesù, che è morto, anzi, che è risorto, sta alla destra di Dio e intercede per noi» (Romani 8,34). La serie non termina con il morire, bensì con l'intercedere — e quell'«anzi» sposta espressamente il peso in avanti.
- La spiegazione delle due nature svuota l'affermazione che vorrebbe salvare. Se il Figlio, come vero Dio, non ha bisogno di supplicare, allora l'intercessione è un mero gesto; e se è un mero gesto, non può fondare il poter salvare. Il versetto invece vi fonda proprio quello. Chi svuota l'intercessione deve attribuire all'autore una motivazione che non motiva nulla.
- La consolazione del versetto dipende dalla lettura sociniana. Una somma depositata consola solo chi è certo del proprio saldo. Un difensore vivente consola chi si accosta ogni giorno. Sozzini ha detto esattamente questo: che l'espiazione ci viene «sempre concessa per mezzo di Cristo», perché egli ci difende «di continuo con la sua potenza e la sua autorità».
Riferimenti biblici
Questi passi approfondiscono l'interpretazione alla luce della testimonianza biblica complessiva:
Romani 8,34
«Cristo Gesù, che è morto, anzi, che è risorto, sta alla destra di Dio e intercede per noi.» La serie è la stessa della Lettera agli Ebrei e termina nel medesimo punto: nell'intercedere. Quell'«anzi» sposta espressamente il peso dal morire all'essere risorto — Sozzini ne ha concluso quanto più potente sia la forza della risurrezione per la nostra assoluzione che non quella della morte.
Ebrei 9,24
«Cristo infatti non è entrato in un santuario fatto da mani d'uomo… ma nel cielo stesso, per comparire ora al cospetto di Dio in nostro favore.» Il versetto indica il luogo e lo scopo del servizio che Ebrei 7,25 adduce come fondamento del poter salvare. Il comparire è uno stato, non un'azione conclusa. Cfr. la scheda su Ebrei 9,11-14.
Ebrei 2,17
«Perciò doveva rendersi in tutto simile ai fratelli, per diventare un sommo sacerdote misericordioso e degno di fede nelle cose che riguardano Dio.» L'idoneità all'ufficio sacerdotale è fondata sulla somiglianza, non sulla divinità. Il sacerdote che in 7,25 vive e intercede è colui che è stato preso fra gli uomini. Cfr. la scheda su Ebrei 2,17.
1 Timoteo 2,5
«Uno solo, infatti, è Dio e uno solo anche il mediatore fra Dio e gli uomini, l'uomo Cristo Gesù.» Chi interviene per altri sta fra due parti; il versetto le nomina entrambe e determina espressamente il mediatore come uomo. È la formulazione dogmatica di ciò che Ebrei 7,25 dice in forma narrativa. Cfr. la scheda su 1 Timoteo 2,5.
1 Giovanni 2,1-2
«Ma se qualcuno ha peccato, abbiamo un Paràclito presso il Padre: Gesù Cristo, il giusto.» Giovanni parla del difensore al presente e in vista del peccato presente — dunque non di una cancellazione conclusa, ma di un'assistenza perdurante. Sozzini adduce proprio questo passo come parallelo a Ebrei 7. Cfr. la scheda su 1 Giovanni 2,2.
Romani 4,25
«Egli è stato consegnato alla morte a causa dei nostri peccati ed è stato risuscitato per la nostra giustificazione.» La bipartizione corrisponde alla distinzione sozziniana fra «modo» ed «espiazione stessa»: la morte appartiene alla consegna, la giustificazione alla risurrezione. Cfr. la scheda su Romani 4,25.
Atti 2,36
«Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso.» La potestà dell'Esaltato è una potestà data. Chi è «sempre vivo» vive perché Dio lo ha risuscitato — il fondamento del poter salvare risiede dunque, in ultima istanza, nel Padre. Cfr. la scheda su Atti 2,36.
Ebrei 10,10
«Mediante quella volontà siamo stati santificati per mezzo dell'offerta del corpo di Gesù Cristo, una volta per sempre.» Il passo viene spesso opposto al nostro versetto. Esso parla dell'unicità del compimento dell'oblazione, non della fine del servizio sacerdotale — la Lettera agli Ebrei tiene insieme le due cose nella medesima argomentazione. Cfr. la scheda su Ebrei 10,10.
Obiezioni e risposte sociniane
1. «L'intercessione è solo l'applicazione di un merito acquisito sulla croce»
Cristo ha compiuto tutto sulla croce; l'intercessione celeste non aggiunge nulla all'opera della redenzione, ma la applica ai singoli. Se Ebrei 7,25 fonda il poter salvare sulla vita, con ciò si dice soltanto che il sacerdote eterno fa valere eternamente il sacrificio eternamente valido. Di un'espiazione ancora in atto non si parla affatto.
L'obiezione è coerente in sé, ma non è il tenore del testo. L'autore non dice: «Egli può salvare perché ha offerto un sacrificio perfetto, e vive per applicarlo»; dice: «Egli può salvare perché vive». La motivazione poggia sulla vita, e non si tratta di un'osservazione marginale, bensì di qualcosa che la congiunzione hóthen segnala espressamente come conclusione.
Si osservi anche contro quale deficienza del sacerdozio levitico l'autore argomenti. Al versetto 23 egli non dice che gli antichi sacerdoti avessero offerto sacrifici insufficienti — questo argomento lo porta altrove —, ma che la morte impediva loro di durare. Il punto di confronto è dunque la durata dell'ufficio. Se ora l'ufficio che non tramonta avesse soltanto il vantaggio di amministrare un'opera da tempo conclusa, allora la mortalità degli antichi sacerdoti non sarebbe stata una vera deficienza; un successore avrebbe proseguito l'amministrazione altrettanto bene.
Sozzini attacca esattamente qui, e lo fa senza polemica. Ammette espressamente che in molti passi si parla di una purificazione già avvenuta, e spiega in che senso: perfetto è «da quel momento» il modo dell'espiazione, quando Cristo risorto entrò in cielo e vi offrì se stesso. Ciò che ne resta è «l'espiazione stessa e piuttosto la vera liberazione dai peccati», e questa sussiste di continuo. Così egli tiene insieme i due modi di dire della Scrittura, invece di giocare l'uno contro l'altro.
E infine occorre chiedersi che cosa faccia l'obiezione dell'immagine su cui l'intera lettera riposa. Il sommo sacerdote del giorno dell'espiazione non stava nel Santo dei Santi per segnalare una faccenda già sbrigata fuori, ma per compiervi ciò che apparteneva all'espiazione. Se Cristo è entrato nel santuario maggiore e vi rimane, allora non vi rimane come testimone di un evento, bensì come colui che lo porta. «Essendo egli sempre vivo per intercedere a loro favore» è la descrizione di un servizio, non di un ricordo.
2. «Ebrei 10,10.14 dice espressamente ‹una volta per sempre›»
La medesima lettera dice che siamo stati santificati «una volta per sempre» per mezzo dell'offerta del corpo di Gesù Cristo (10,10) e che Cristo «con un'unica offerta» ha reso perfetti per sempre quelli che vengono santificati (10,14). Chi afferma un'espiazione perdurante in cielo si oppone all'affermazione più chiara della Lettera agli Ebrei e apre la porta a una ripetizione del sacrificio.
L'obiezione colpisce un'affermazione che l'interpretazione sociniana non sostiene. Nessuno dice che il sacrificio venga ripetuto. Ciò che è unico è l'oblazione, e proprio essa è, secondo la comprensione sociniana, irripetibile, perché consiste nella risurrezione e nell'esaltazione di un immortale — ciò che è accaduto una volta e non può accadere di nuovo. Non si contesta l'unicità dell'oblazione, bensì l'affermazione che con essa il servizio sacerdotale sia terminato.
Che l'autore stesso pensi così lo mostra la disposizione dei suoi argomenti. In 10,12 dice che Cristo «offrì un solo sacrificio per i peccati, valido per sempre», e prosegue: «e sedette alla destra di Dio». Il sedere non è un riposo, ma, secondo il Salmo 110, la posizione d'ufficio; il medesimo salmo che la lettera adduce nel capitolo 7 per il sacerdozio secondo l'ordine di Melchisedek. Oblazione unica ed esercizio perdurante dell'ufficio stanno in lui nella medesima frase.
Il Catechismo di Rakow argomenta a questo punto con il modello che la lettera stessa ha scelto. Nel sacrificio annuale del giorno dell'espiazione, per il compimento del sacrificio era «assolutamente necessario che il sangue dell'animale immolato fosse portato nel Santo dei Santi» (Ebrei 9,7). L'immolazione fuori e l'oblazione dentro sono un unico e medesimo atto irripetibile — ma l'atto non finisce con l'immolazione. Proprio per questo il Catechismo può dire che le sofferenze e la morte furono «una via e una preparazione», senza togliere loro il significato.
Resta la domanda di come «resi perfetti per sempre» (10,14) si concili con «salvare perfettamente» (7,25). Si concilia non appena si osservi di che cosa parlino i due versetti. 10,14 parla dell'effetto sui santificati: non occorre un nuovo sacrificio. 7,25 parla della portata della salvezza: essa non si interrompe, perché il salvatore non muore. L'una affermazione esclude la ripetizione, l'altra l'interruzione. La contraddizione nasce solo quando si fa dire a 10,14 che in cielo non accade più nulla — e questo là non sta scritto.
3. «Se Cristo intercede davvero, è inferiore al Padre — dunque dev'essere figurato»
Il Figlio è della stessa sostanza del Padre; un supplicare reale sarebbe incompatibile con la sua divinità. Il discorso sull'intercessione è perciò un adattamento alla nostra comprensione: descrive con immagini umane ciò che in Dio stesso non è un supplicare, bensì l'unico moto della volontà divina. Da un'immagine non si può ricavare alcuna affermazione su un rapporto di rango.
È notevole che l'interpretazione sociniana concordi con l'obiezione su un punto importante. Il Catechismo di Rakow dice esso stesso che Cristo non rivolge «propriamente a Dio delle preghiere per noi», perché ciò non si accorderebbe con la sua potestà perfetta. La disputa non verte dunque sul fatto che l'intercessione sia un pregare in senso stretto, bensì su che cosa essa sia invece e su che cosa ne segua.
E qui le strade si dividono. L'interpretazione tradizionale svuota l'immagine: non resta nulla che Cristo faccia in cielo, e la motivazione del versetto rimane sospesa nel vuoto. Il Catechismo invece la riempie: ciò che Cristo fa ha «una certa somiglianza con le preghiere», in quanto muove Dio «potentemente» a concederci il perdono ed è sommamente efficace nel procurarcelo. Qualcosa dunque accade realmente — solo non come discorso, bensì come esercizio di quella potestà che Sozzini chiama «potenza e autorità».
La seconda parte dell'obiezione inverte inoltre l'onere della prova. Non è l'interpretazione sociniana a ricavare da un'immagine un'affermazione di rango; è il Catechismo a dire espressamente perché la Scrittura scelga questo modo di dire: «affinché sia impresso interamente nei nostri animi che tutto il potere che Cristo possedeva egli non lo ha da se stesso, ma come dono di Dio Padre». Il linguaggio della supplica non è dunque una concessione a lettori deboli, bensì un mezzo consapevole per salvaguardare la prerogativa del Padre.
Infine, accanto all'immagine, nella Lettera agli Ebrei stanno anche affermazioni non figurate che vanno nella medesima direzione. Cristo fu chiamato come Aronne e «non si attribuì da sé» quell'onore (5,4-5); Dio glielo giurò con un giuramento (7,21); egli fu «reso perfetto» e allora «proclamato» sommo sacerdote secondo l'ordine di Melchisedek (5,9-10). Chi liquida l'intercessione come mera immagine deve reinterpretare anche queste frasi — e allora del sacerdozio della Lettera agli Ebrei non resta che il nome.
4. «Senza soddisfazione non c'è perdono — la giustizia di Dio esige un pagamento»
La giustizia di Dio non può lasciare impunito il peccato. Perciò la pena doveva essere portata prima che il perdono fosse possibile; «senza spargimento di sangue non esiste perdono» (Ebrei 9,22). Un'espiazione che perdura in cielo e non riposa su una soddisfazione prestata riduce il perdono a un mero condono e la giustizia di Dio a un discorso vuoto.
La risposta sociniana non parte dalla misericordia, bensì da una questione concettuale: che cosa sia una soddisfazione. A chi ha pagato non si perdona — gli si rilascia quietanza. Perdono e pagamento si escludono nella medesima cosa. La Scrittura però parla dappertutto di perdono, di grazia, di misericordia; e la Lettera agli Ebrei chiama essa stessa il nuovo patto un patto in cui Dio dice: «Perché perdonerò le loro iniquità e non mi ricorderò più dei loro peccati» (8,12).
Su Ebrei 9,22 va detto ciò che il versetto stesso dice: esso parla dell'ordinamento della Legge — «secondo la Legge» quasi tutto è purificato con il sangue. È un'osservazione sul culto mosaico, non un'affermazione su una necessità nella natura di Dio. Il versetto sta inoltre in una sezione che qualifica l'antico ordinamento come ombra di quello celeste; la scheda su Ebrei 9,22 lo esamina nel dettaglio.
Sozzini non contesta che la morte di Cristo abbia a che fare con i nostri peccati. Contesta che essa sia stata un pagamento penale. Il suo argomento tratto dalla Lettera agli Ebrei è notevolmente ardito: il medesimo autore dice in 7,27 che Cristo offrì «per i propri peccati» — e poiché una colpa di Cristo è esclusa, «peccato» deve qui designare la pena, la sofferenza e la mortalità dalle quali egli stesso fu liberato mediante la propria oblazione. Se però già l'uso linguistico della lettera pone «peccato» metaforicamente per le conseguenze del peccato, allora esso non regge il peso di una cancellazione penale rigorosamente giuridica.
Che cosa subentra al posto della soddisfazione? Secondo Ebrei 7,25 un sacerdote vivente che interviene. Secondo il Catechismo di Rakow la liberazione dalle pene mediante la forza della morte di Cristo, la protezione permanente dell'Esaltato e la liberazione dalla schiavitù del peccato stesso, «affinché non serviamo ad esso». Non è un indebolimento, ma uno spostamento del luogo: l'espiazione non agisce sul registro del tribunale, bensì sul peccatore — e perciò non è meno, ma più di quanto una semplice riscrittura contabile potrebbe realizzare.
5. «Solo un sacerdote divino può vivere e salvare ‹per sempre›»
Un uomo muore; solo Dio vive da sé. Se il versetto attribuisce a Cristo un sacerdozio che non tramonta e una vita perpetua, allora presuppone la sua divinità. Melchisedek è descritto in Ebrei 7,3 senza padre, senza madre e senza fine della vita — l'archetipo esige un sacerdote che sia eterno, non uno che sia stato reso eterno.
L'obiezione chiede a ragione donde provenga la vita perpetua. Solo che la Lettera agli Ebrei risponde alla domanda diversamente da come essa si aspetta. Dice che il sacerdozio riposa «in forza di una vita indistruttibile» (7,16) — e dice in più luoghi come Cristo sia giunto a questa vita: Dio lo ha «fatto tornare dai morti» (13,20), egli fu «reso perfetto» (5,9), Dio gli ha detto «Tu sei mio figlio, oggi ti ho generato» (5,5). Un'immortalità conferita è immortalità; solo non è originaria.
Il Catechismo di Rakow lo formula in modo inequivocabile: Cristo è «richiamato da Dio in vita e reso immortale». Entrambe le espressioni sono passive, ed entrambe hanno un agente — Dio. Proprio per questo il medesimo Catechismo può dire con tutta tranquillità che un sacerdote dev'essere necessariamente un uomo: anche Dio infatti è re, ma un re che divenga insieme sacerdote non può essere l'unico Dio; dev'essere «un uomo elevato da Dio a questa duplice dignità per il bene degli uomini».
Quanto a Melchisedek, si osservi come la lettera introduca l'archetipo. Non dice che Melchisedek fosse senza padre e senza madre, bensì che è così descritto — «senza genealogia», senza inizio e fine dei giorni registrati. È un argomento tratto dal silenzio della Scrittura, un procedimento tipologico, e l'autore lo segnala egli stesso quando dice che Melchisedek è «reso simile» al Figlio di Dio. Da una lacuna nella genealogia non si può ricavare alcuna affermazione sulla natura.
E infine l'obiezione contraddice lo scopo per il quale la lettera sviluppa il sacerdozio. L'autore vuole mostrare un sommo sacerdote che sappia «prendere parte alle nostre debolezze», perché è stato «provato in ogni cosa come noi» (4,15) e perché è «preso fra gli uomini» (5,1). Un sacerdote per natura immortale non avrebbe mai potuto morire — e allora, secondo 8,4, non sarebbe affatto divenuto sacerdote. La vita perpetua del versetto è il frutto di una risurrezione, non il presupposto che l'avrebbe resa superflua.
Versetti collegati
I passi seguenti sostengono, approfondiscono o contrastano l'interpretazione qui esposta:
- Ebrei 2,17 — reso simile ai fratelli, per essere sommo sacerdote misericordioso.
- Ebrei 9,11-14 — entrato nel santuario, per comparire al cospetto di Dio in nostro favore.
- Ebrei 10,10 — «una volta per sempre»: l'unicità dell'oblazione.
- Ebrei 9,22 — «senza spargimento di sangue non esiste perdono» — secondo la Legge.
- 1 Timoteo 2,5 — uno solo è Dio, uno solo il mediatore, e questi un uomo.
- 1 Timoteo 2,6 — colui che ha dato se stesso in riscatto per tutti.
- 1 Giovanni 2,2 — il Paràclito presso il Padre, al presente.
- Romani 4,25 — consegnato a causa dei peccati, risuscitato per la giustificazione.
- Atti 2,36 — Dio lo ha costituito Signore e Cristo.
- Marco 10,45 — il riscatto come servizio, non come pagamento penale.
- Romani 3,25-26 — lo strumento di espiazione e la giustizia di Dio.
- Filippesi 2,9-11 — per questo Dio lo esaltò.
- Giovanni 17,3 — il Padre come «solo vero Dio», Gesù come l'inviato.
Sintesi
Ebrei 7,25 è il passo in cui la Lettera agli Ebrei fonda la propria dottrina dell'espiazione — e la fonda sulla vita del sacerdote. La deficienza dell'antico sacerdozio non era, secondo il versetto 23, l'insufficienza dei suoi sacrifici, bensì la mortalità di chi lo esercitava; il pregio del nuovo è, secondo il versetto 24, l'inamovibilità dell'ufficio. Da entrambe le cose segue nel versetto 25 il poter salvare: «perciò» — perché egli resta, perché vive, perché interviene.
L'interpretazione sociniana prende sul serio questa motivazione, invece di sostituirla con un'altra. Non contesta l'unicità dell'oblazione; contesta che con essa il servizio sia finito. Fausto Sozzini distingue a tal fine il «modo» dell'espiazione — morte, risurrezione, esaltazione — dall'espiazione stessa, che avviene in cielo e perdura, e dice che cosa accade in questa durata: Cristo «ci difende di continuo con la sua potenza e la sua autorità, e opera così di continuo l'espiazione dei nostri peccati».
Il Catechismo di Rakow ne trae l'ordinamento dogmatico. Le sofferenze e la morte di Cristo furono «una via e una preparazione»; il sacerdote fu «richiamato da Dio in vita e reso immortale»; e l'intercessione non è il piegare Dio, bensì un modo di dire che ricorda come ogni potere di Cristo sia «dono di Dio Padre». Con ciò è detto quanto il versetto stesso dice, solo ordinato concettualmente: vi è uno che interviene, e uno presso il quale si interviene.
Ciò che resta è una consolazione che non riposa su un saldo di conto. Chi «per mezzo di lui si accosta a Dio» — al participio presente, come uno che si accosta sempre di nuovo — non ha una somma depositata a garanzia, bensì un difensore vivente. La salvezza non dipende dal fatto che un tempo qualcosa sia stato pagato, ma dal fatto che uno vive e che Dio lo ha lasciato vivere. Proprio per questo alla fine del versetto non sta un punto dietro un conto, bensì un presente: «essendo egli sempre vivo per intercedere a loro favore».
